Un giorno credi

Di Tommaso Giagni

Dal soffione a cascata l’acqua gli scende sui capelli corti biondo platino: l’affronto più della marchetta è aver tradito il colore suo, che a Lucia piace tanto («È un castano che pare un legno pregiato»). Prima di rivederla deve farsi la boccia – non si dovrebbe notare.

Con la tuta dell’Adidas nera e gialla, appoggiata sul water tavoletta riscaldata, ci ha fatto tutta la Colombo ch’entravano gli spifferi fra i bottoni che chiudono il lato del pantalone. Si è ridotto a chiederla in prestito a un compagno di scuola, andare nel quartiere suo col motorino mezzo sfasciato che tutti ieneschi gli ringhiavano: «Ma ’sto polmone?».

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L’orto e la grafia

Di Giulio Laurenti

All’asilo nido è stato il primo giorno che ho potuto allontanarmi, lasciandolo solo senza che si mettesse a piangere e a reclamarmi. Ho dato uno sguardo alla sala dove se ne stava accovacciato con gli altri bambini, suoi colleghi più che compagni di gioco, a giudicare dalla professionale dedizione alle loro ludiche attività. Lui ha fatto un ciao ciao distratto con la manina paffuta ma tenendo lo sguardo rivolto al trenino che stringeva nell’altro artiglio. Chiusa la porta dietro le mie spalle mi sono seduta sul primo scalino, gelido sotto la gonna, e ho guardato la fila di scarpine insaccate in un telo colorato con scritti, su ogni tasca, i nomi dei bimbi. Ho letto quello di mio figlio e mi sono sentita sola, su quel gradino, lui a giocare senza la mamma, appena dietro la porta.

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Canadair

Di Luigi Ramenghi

Veniva in vacanza sull’isola da quattro anni, ogni anno nello stesso posto. Quattro estati prima, un collega di laboratorio, costretto all’ultimo momento a ridurre le ferie di una settimana, gli aveva proposto di approfittare per quel breve periodo della villetta che ogni giugno affittava per sé e la famiglia sulla costa sudorientale. Aveva accettato senza esitazioni. In quei fondali avrebbe esercitato in solitudine e pace l’abilità che gli era valsa la patente da sommozzatore. Trascorsa quella prima settimana, il piacere delle immersioni si era rivelato superiore alle aspettative, al punto da spingere una persona discreta come lui a chiedere al collega di lasciargli ripetere l’esperienza l’estate successiva. Alla domanda il collega in camice bianco aveva sollevato la testa dal microscopio, lui invece era rimasto chinato, aveva perfino ruotato la manopola della messa a fuoco per simulare disinvoltura. Si era sentito rispondere di trasformare l’episodio in consuetudine: avrebbe fatto comodo a entrambi, dato il rincaro degli affitti turistici. Nel vetrino sotto la lente d’ingrandimento la vita si agitava come da milioni di anni.

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Maledetto il primo libro

Di Annalisa Di Salvatore

- Non li ho più contati ma, se proprio volessi fare lo sforzo di memoria che mi chiedi, e lo voglio fare perché un po’ te lo devo, i traslochi dovrebbero essere stati in tutto nove. Dal 2000 a oggi: nove, sì.

Ripeto il conto ad alta voce insieme a lui, con le dita: anno e città, lui va integrando via via i dati aggiungendo pure gli indirizzi (come fa, come fa a ricordarsi tutti i miei indirizzi?). Salto un paio di soggiorni brevi, poca cosa. Ma lui mi interrompe subito.

- Poca cosa un cazzo. Non importa se lì ci sei stata un mese o un anno, devi contare tutte le volte che hai riempito scatoloni, più quella volta quando sei tornata da Wolverhampton.

- Ma che c’entra quella? Non era mica un trasloco, ci sono stata tre mesi e avevo solo qualche bagaglio!

- Ci sei stata quattro mesi, dal 18 settembre al 18 gennaio. Avevi due valigie, uno zaino da campeggio più grande di te sulle spalle, e la borsa del computer. A Birmingham ti sei messa a piangere al check-in di Ryanair per la tassa da pagare, questo me lo hai raccontato tu al telefono, ma secondo me non piangevi per la tassa, non solo. Quando si piange a quel modo, è trasloco.

- Va bene, allora sono undici.

- No. – solleva il bicchiere nella mia direzione, – Sono dodici. Salute! -  e manda giù trionfale un sorso di vino, – Non consideri l’ultimo, quello che ti ha riportato qua al punto di partenza?

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Il calcio spiegato a Pjotr

Di Andrea Bentivoglio (Con questa lunga premessa inizia la mia collaborazione con il sito Calcio Parziale, un blog collettivo a tema calcistico. Si tratta di una rubrica intitolata Il calcio spiegato a Pjotr, che sarebbe poi il mio primogenito di un anno e mezzo; una specie di memorandum di motivazioni inoppugnabili, personaggi, storie, con cui lo costringerò ad amare il calcio suo malgrado e possibilmente ad appassionarsi alla squadra di cui sono tifoso fuorisede, la Lazio.)

Vedi Pjotr, tua mamma ancora spera che io ci rinunci e ti risparmi una vita di sofferenze, visto che hai solo un anno e mezzo. C’è da capirla, lei vorrebbe sempre il meglio per te. Io non sempre, o almeno non in questo caso.

Magari diverrai  un nuotatore provetto, ché il nuoto fa tanto bene. Magari passerai gli inverni al caldo di una palestra a tirare a canestro. Magari un giorno giocherai a pallavolo, avrai un visino pulito, farai volontariato e andrai in giro a dire che hai molti amici gay. Magari sarai uno di quei ruspanti e robusti giocatori di rugby che a fine partita vanno a bersi le birre cogli avversari altrettanto barbuti e hanno capito il vero spirito dello sport e conoscono il gusto pieno della vita.

Andiamo subito dritti al punto: io, tuo padre, ti imporrò il calcio, anche contro la tua volontà, con tutti i mezzi a mia disposizione, siano essi illegali, impropri, subliminali, coercitivi, ricattatori. Te lo imporrò con maggiore insistenza di quanto farò sicuramente anche con tutte le mie altre discutibili convinzioni. Esattamente come ogni pedagogo rispettabile sconsiglierebbe nel modo più assoluto.

O magari invece la meschina genetica prevarrà, come mi auguro.

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Grandi sorelle

Di Nino G. D’Attis (brano tratto da Grandi Sorelle, romanzo recentemente edito da Lupo Editore)

Preludio

Puoi morire qui e adesso, sai cosa gli frega a questi?

Diranno che ti sta bene.

Diranno che non hai avuto pazienza e che in fondo l’avevano capito da subito che non avresti retto più di tanto.

Perché sei una ragazza testarda ma estremamente fragile.

Perché è così che gira in questo ambiente.

Irina ti ha detto: «Mi sa che hai sbagliato favola, bella».

E sul momento, ovvio, le hai dato della stronza.

Ma non avevi ancora afferrato un sacco di concetti.

Invece quelle come Irina sopravvivono alle catastrofi di tutti i giorni, non ci vuole un genio per comprendere come e quando le tipe della sua razza prendono il sopravvento sul branco.

«Tu sei uno zero» ha detto la prima volta che vi siete incontrate. «È la cruda verità, devi fartene una ragione».

Certe cose si sanno.

Milano non ti ha dato molto. A Berlino gli amici ti hanno voltato le spalle. Roma è anche peggio.

Hai solo ventiquattro anni, cazzo!

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Cliché blues (addio a Roma nord)

di Stefano Sgambati (autore de Gli eroi imperfetti, edito da Minimum fax. Questo racconto è tratto da Cronache Vere, Souvenir d’Italie, antologia edita da Piano B edizioni)

Andarsene da Roma Nord è una benedizione e una catastrofe: che cosa rimarrà di tutto quel traffico che ti sei dovuto sorbire? Capacità di resistenza, ferite di guerra, incubi notturni, come i reduci dal Vietnam che ancora vedono o sentono i fantasmi di Tom, Rob, Mike o del tenente Sullivan implorare aiuto prima di esalare l’ultimo respiro tra le loro braccia, “Di’ a mia moglie che l’amo”, eccetera: una coreografia violenta che si sa tacere per convenzione borghese fino a quando la conversazione stenta una sera e si è fatto ricorso già a tutti i mezzucci per tentare di rinvigorirla: allora qualcuno racconterà di quel giorno, appena prima di Natale, quando da Via Trionfale a Viale di Tor di Quinto ci volle un’ora e cinquantacinque minuti.

D’altra parte tutto va bene quando l’effetto euforizzante della cocaina rende perfino commestibili le tartine del catering offerto dal Maxxi: questo è salmone o formaggio? La gente annuisce e sembra anche convinta – convinta davvero – mentre un giovane architetto spiega i perché e i percome della sua ispirazione. Sembra convinta che quanto sta dicendo sia esaltante e mentalmente prende un minimo sindacale di appunti perché più tardi a cena sappia come riempire le pause pubblicitarie del telegiornale. Non è uno qualunque: ha progettato il grattacielo “Peugeot” a Buenos Aires e anche qualcosa di molto più grande a Osaka, ma non ne sei così sicuro, perché la hostess in rosso ti ha distratto sul più bello con una retorica di Loubotin. Tiri su un paio di volte con le narici, te ne chiudi una alla volta con un gesto distratto della nocca dell’indice destro senza farti notare: “Raffreddore di stagione”, sei abituato a spiegare. Continue reading “Cliché blues (addio a Roma nord)” »

Mi sono sposata solo grazie a Totti

Di Stefania Auci (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Sono una persona romantica. Affermazione ovvia, almeno se si tiene conto che scrivo romanzi d’amore.

Bene. Sono sposata con una delle persone meno romantiche dell’universo. Un uomo che mi rivolge lo stesso sguardo truce – “Stai scherzando, vero?” – ogni qual volta gli suggerisco di fare qualcosa fuori dall’ordinario.

Per fare qualcosa di extra-ordinario mio marito deve essere davvero molto motivato, o deve verificarsi una congiunzione astrale tipo Venere, Marte, Giove, Plutone e la cintura di asteroidi disposti ad albero di Natale.

Bene. Le congiunzioni astrali esistono.

In questo caso si sono tradotte nello scudetto della Roma del 1999.

 

Sì, mio marito è un tifoso, e sì, è romanista. E, ancora sì, ha il poster di Totti nell’armadio, giusto sopra le cravatte. Tenete presente che stiamo parlando di un rigoroso, serio e compito funzionario pubblico.

Stiamo insieme da tanti anni, e, un giorno di x anni fa, gli chiesi se mai mi avrebbe regalato un anello di fidanzamento, vista la sua cronica allergia agli orpelli e a ogni ritualità o simbolo di chiara impronta matrimoniale.

Risposta: – Solo se la Roma vincerà lo scudetto.

Impresa improba, visto che quell’anno la squadra giallorossa si arrabattava in un campionato senza infamia e senza lode.

Campa cavallo.

Ma l’anno successivo, accaddero molte cose.

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Rivelazione (ovvero: vita, morte e tagli)

Il lavoro di editing di un testo consta di diverse fasi e di molte, moltissime discussioni. Quello che vi riportiamo è la ghost-track di Vita, morte e miracoli, romanzo di Roberto Mandracchia recentemente uscito per Baldini&Castoldi. Si tratta di un capitolo finale scritto da Roberto e tagliato in fase di lavorazione.

Brutto il tono dialogico di Amal, troppi personaggi introdotti per chiudere una narrazione fondamentalmente già conclusa, un cambio di ritmo fastidioso e ancora altri problemi, tutti visibilissimi. Più che un extra, insomma, una visita della ‘bottega’ per vedere gli ‘strumenti’ e gli ‘scarti di lavorazione’.

[ATTENZIONE: SPOILER]

 

Di Roberto Mandracchia

Nessuno in questa città grande e lontana sa chi sono, e quindi nessuno si raspa i coglioni, mi sputa contro o mi dice di vergognarmi.
In questa città c’è un palazzo. Sei piani, trenta uffici, due ascensori e ventiquattro rampe di scale per un’azienda che produce e vende tabacco. E io faccio il portiere. Lei fuma, mi avevano chiesto al colloquio.
Ho annuito.
Bene, mi avevano detto, ma quando lavorerà qui lo faccia di nascosto.
Nessun problema, avevo risposto, anche se non capivo.
Ci sono tante cose che non capisco.

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Vicolo Cannery è lieta di presentare…