Intervista ad Angelo Biasella

Angelo Biasella (1973), dopo studi improbabili e trascorsi in giornalismo ed editoria, nel 2008 – insieme a Francesco Coscioni – fonda la Neo. edizioni. Oggi, come allora, è il suo direttore editoriale.

Come racconteresti il tuo lavoro in casa editrice?
Lavoro dalle nove di mattina alle otto di sera, pausa pranzo dalle 13 alle 15: come in fabbrica – straordinario compreso – ma più interessante e molto più divertente. La mia giornata tipo si articola pressappoco così: arrivo in sede, accendo il pc e controllo le mail. Rispondo velocemente alle richieste possibili (ordini librerie, urgenze degli autori di scuderia, proposte di collaboratori ipotetici, amici lontani per rimpatriate infattibili). Le richieste impossibili, invece (esordienti onniscienti, luminari presunti, romanzieri depressi, eterni incompresi, cloni indefessi e fiancheggiatori del pessimismo universale), li tengo per la sera… mi rincuorano e aiutano a mantenere salda, in me, la convinzione che non bisogna essere del tutto normali per fare questo lavoro.
Oscurato il computer, mi guardo intorno con fare circospetto, metto una matita rossa tra i denti e poi, all’urlo di “Per Mompracem!” mi tuffo nella catasta di manoscritti che ho alle spalle. Riemergo, dopo un paio di minuti, esausto e sudato con 3/4 prede in pugno. Indi, le leggo. La faccenda, in genere, si trascina fino all’ora del desco. Nel pomeriggio (a panza piena) lavoro di editing sui titoli che abbiamo già risolto di pubblicare. In mezzo a questo, ci sono trasferte per fiere e presentazioni, escursioni – simpaticissime – in banca, alle poste e dal commercialista, diatribe estenuanti sulla scelta delle cover, delle bandelle e delle quarte di copertina col mio socio/cugino Francesco Coscioni (ha sempre ragione lui!) e poi bisogna mantenere rapporti con colleghi, giornalisti, autori pubblicati e autori promettenti, leggere qualche rivista di settore, recensioni, blog letterari, ingiuriare i vicini di casa e, nonostante tutto, rimanere nel (e del) mondo. 

Quanti manoscritti vi arrivano ogni settimana e quanti effettivamente riuscite a leggerne?
In media, ne arriva uno al giorno. Asserire di leggerli tutti interamente sarebbe disonesto. Diciamo che li valutiamo tutti ma arriviamo in fondo solo a quelli allettanti (la salivazione aumenta quando ci incappo). Pubblichiamo unicamente le opere che carezzano l’eccellenza; quelle che ci sembrano interessanti le conserviamo in vista di progetti futuri; quelle che non passano nemmeno la prima selezione alimentano il golem che va sagomandosi nel bidone della differenziata poco distante dalla casa editrice. Siamo tipi ecologici, noi…
Chiaro che il concetto di “eccellenza” è relativo. Non abbiamo certezze assolute e di Dogma seguiamo solo il 95, anche se ultimamente Lars Von Trier sta assurgendo a pretese messianiche che sfiorano lo squilibrio mentale.

Come decidi qual è il prossimo manoscritto che leggerai?
Come dicevo, il primo che mi capita a tiro… scherzi a parte, in genere li leggo in ordine di arrivo. Non nascondo, però, che do precedenza alle segnalazioni che mi arrivano dai colleghi o dalle agenzie letterarie che, in un modo o nell’altro, si sono già fatte un’idea di come ci muoviamo. Oltre a questo, metto in pole anche le nuove opere degli autori che abbiamo già pubblicato. Non è una regola, ma la conferma è più facile là dove, evidentemente, c’è già stata una scoperta.

In che modo fronteggi le pressioni del mercato per preservare l’autonomia culturale della casa editrice?
La risposta figa sarebbe: “Fregandomene!”
Ahimè, non è così che vanno le cose. La Neo. edizioni è frutto di scelte precise. Andando al succo, le linee guida che ci siamo dati – e che ancora seguiamo – sono: cinismo, ironia, dissacrazione e causticità. Ma con l’esperienza e gli acciacchi dell’età, abbiamo imparato a mediare, a smussare gli angoli e a non smadonnare troppo se i confini del nostro universo tendono ad amalgamarsi con il vuoto siderale. Alterare le terminazioni è lecito; corrompere la struttura portante, per una piccola realtà come la nostra, sarebbe un suicidio. Cerchiamo, quindi, di non essere eccessivamente inossidabili pur mantenendo un’identità piuttosto riconoscibile (a livello grafico e di contenuto). In pratica, stiamo acquisendo un certo grado di permeabilità che ci consente alcune licenze senza rischiare di snaturarci. Il limite è sottile ma, giorno dopo giorno, impariamo a conoscerlo e padroneggiarlo.

Quali sono le principali difficoltà che deve affrontare una casa editrice alla sua nascita?
Stabiliti i ruoli interni alla casa editrice, redatta una linea editoriale condivisa e accantonata la vita sociale precedente, direi che il solo problema rilevante resta il comparto promozione/distribuzione. Le grandi testate giornalistiche e le riviste di settore più importanti sono, ormai, feudi delle major. Conquistare anche solo un cantuccio, per noi, è, ogni volta, un’impresa titanica. Ci siamo riusciti e ci riusciamo ma solo dopo pressing ai limiti della decenza o minacce fisiche ai critici letterari in questione. A volte, duole ammetterlo, anche stimolare il senso di carità cristiana aiuta a perseguire il risultato auspicato.
Il vero tasto dolente, però, resta la distribuzione. Per entrare nelle grazie di un buon distributore, devi scendere a compromessi e modificare radicalmente i ritmi lavorativi. Devi avere scadenze serrate e pensare al libro come a un prodotto qualsiasi (loro fanno l’esempio del prosciutto nel banco degli affettati). Alcuni distributori pretendono addirittura di pilotare le tue scelte editoriali, sentenziando che il libro che gli proponi non si venderà… senza neanche averlo letto… e giudicando il suo valore solo dal titolo e dalla copertina.
In aggiunta, chiaramente, c’è il problema di trovare titoli validi da pubblicare. Noi, siccome non facciamo i salumieri, oltre al titolo e alla copertina di grande impatto, tendiamo a praticare un minimo di selezione alla base e a fare in modo che – so che è allucinante – i nostri libri siano anche buoni libri da leggere.

Con Gobbi come i Pirenei avete inaugurato una nuova collana: potresti descriverci il vostro catalogo?
La nuova collana si chiama DRY e va inquadrata in un’ottica di ampliamento dei nostri orizzonti percettivi. È rivolta alla letteratura italiana intesa come narrativa pura: romanzi freschi e ariosi, spesso muniti di happy end (cosa assolutamente stravagante per noi). In POTLACH, invece, inseriamo le opere di autori stranieri – ignorati dal mercato italiano – che secondo noi meritano attenzione. Abbiamo, poi, inaugurato la collana INTIMATE con cui tentiamo di ridare dignità alla poesia del bel paese. Una poesia lontana dagli accademismi e dalle contrizioni italiche che ci sfibrano enormemente. Cerchiamo, come dire, una poesia “pop”, in grado di far riflettere e divertire evitando al lettore il pericolo di una crisi esistenziale. Infine, c’è la collana IENA: la nostra vera natura. Ciò da cui tutto nasce e in cui tutto ritorna. Raccoglie la parte più sarcastica e caustica della linea editoriale. Per lo più, sguardi inediti sia sulla scrittura che sulla contemporaneità. In questo contenitore, non avversiamo l’evenienza di pubblicare anche antologie e raccolte di racconti.
Ultimamente stiamo valutando l’ipotesi di aprirci alla saggistica. Abbiamo già in cantiere il primo titolo, perfettamente in linea con le nostre scelte passate e con l’imprudenza che, da sempre, ci connota.

Ti va di parlarci delle vostre prossime uscite?
Il prossimo figlio nascerà dal grembo di Alessandra Racca, poetessa torinese. Una poesia frizzante, ironica, divertente ed estremamente femminile.
Oltre a questo, abbiamo acquisito i diritti di due romanzi francesi che, al momento, sono in corso di traduzione: L’homme qui voyageait avec la peste di  Vincent Devannes e Le sel di Jean-Baptiste del Amo, pubblicato in Francia da Gallimard.
Pubblicheremo anche un esordiente della provincia di Como (un trentenne di cui ammiriamo lo sguardo sbieco e le potenzialità future) e il saggio di cui alla risposta precedente. Quanto a quest’ultima pubblicazione, preferiamo non sbilanciarci troppo perché gli estremi del contratto sono ancora in fase di trattativa e perché temiamo ritorsioni da parte di gruppi organizzati di benpensanti facilmente irritabili.

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