Intervista a Emanuele Tonon

Emanuele Tonon è nato a Napoli nel 1970. Vive in provincia di Gorizia. Nel 2009 Isbn ha pubblicato Il nemico, suo romanzo d’esordio. Nello stesso anno  ha vinto il premio letterario Esor-dire. Vicolo Cannery lo intervista in occasione dell’uscita de La luce prima.

Quale percorso ha fatto il tuo primo libro per arrivare alla pubblicazione?
Ho semplicemente inviato il file all’indirizzo mail visto sul sito della mia attuale casa editrice, Isbn edizioni. Mi ero innamorato dei libri di Isbn, in libreria (quelle bordature colorate, quel logo apocalittico). Allora mi ero detto: magari questi mi potranno capire. Il file dormiva da cinque anni, fatto, strafatto e finito, in uno dei miei hard disk. Ah, dimenticavo, ho trovato la forza di pigiare il ditino sul mouse (mi pare che compaia, a schermo, prima di pigiare il ditino, una cosa tipo “invio”, ora non ho ben presente, perdonatemi, è passato tanto tempo) appena finita la lettura della seconda versione di Lettere a nessuno di Antonio Moresco. Null’altro.

Che rapporto intrattenete tu e la tua opera con il vostro editor?
Finora un bel rapporto. Il mio romanzo d’esordio è praticamente stato pubblicato come è arrivato sullo schermo del mio editor. Per quanto riguarda La luce prima, invece, abbiamo lavorato un po’ di più. Io avevo già operato una scrematura importante, dimezzando le pagine che avevo scritte (il mio file di word, in dicembre 2010, contava 242 pagine). Mi era presa questa idea di inserire, nella prima stesura, voci esterne alla mia, perché mi sembrava di star caricando il testo in maniera insopportabile. Il mio editor mi ha fatto capire che avrebbero abbassato il tono, quelle altre voci, la tensione del canto che doveva essere solo mia, dovevo accollarmi tutto il peso di questa salmodia che è La luce prima. Aveva perfettamente ragione. Per il resto si è trattato di poca cosa, ma importante, cosa che inizialmente ho faticato ad accettare, come l’epurazione di una terminologia troppo filosofica o teologica. Ma in Isbn, almeno per quanto mi riguarda, ho visto una totale disponibilità alla tensione linguistica dell’autore. Le piccole modifiche sono avvenute quasi serenamente, a parte qualche incazzatura. Mario Bonaldi, il mio editor principale, mi ha sempre lasciato ampio margine decisionale. Magari mi diceva: guarda, ti è rimasto del prezzemolo in mezzo ai denti. Mi guardavo allo specchio e poi dicevo: cazzo, è vero. E stendevo il dentifricio sullo spazzolino. Però, detto in sincerità, a volte mi piacevo con il prezzemolo tra i denti. In questo secondo romanzo, che conclude il mio progetto trinitario, vista la materia trattata, la mia lingua non poteva essere identica a quella de Il nemico. Io non parlavo con mia madre come parlavo, impazzito, sulla tastiera, scrivendo. E in questo libro parlo ininterrottamente con lei, che non è più viva, qui. Ora è la mia mamma vivente. Ma la mia voce non è stata minimamente intaccata, perché sono, oggi, uno scrittore di voce. E fare editing alla “voce” è da coglioni, è risaputo. L’editing è stato fatto sull’eccedente, non sul sostanziale.

Cosa provi nei confronti del tuo libro da quando è stato pubblicato?
È mia/o figlia/o. So che devo lasciarlo andare, ma non ci riuscirò mai completamente, come, appunto, è impossibile per una madre vera lasciar andare la propria creatura. Sono madre dei miei libri, non padre.

Tre libri e tre autori che, da scrittore, consideri fondamentali…
Non posso rispondere a questa domanda. Se mi avessi chiesto sette libri e sette autori, forse sarei riuscito a farlo.

Perché il tuo romanzo Il nemico è stato definito «eretico»?
Perché lo è. Enest Bloch, disse: «Il meglio della religione consiste nella sua capacità di ingenerare eresie». Anche il meglio della letteratura, che è una religione, consiste in questo, mi par di capire.

Presto uscirà La luce prima che sarà, in qualche modo, la chiusura de Il nemico, andando a completare un’ideale trilogia trinitaria. Ti va di parlarcene?
La luce prima è un libro in cui offro il fianco a chiunque. A chi mi voleva intellettuale sopraffino e a chi mi voleva contadino alfabetizzato. Lo dico da un po’ ma ora smetto di dirlo che questo libro è frutto di un’urgenza consegnata alla letteratura. Mi ha portato dove non volevo andare. È un salmo di centoventi pagine. Il salmista attraversa lo sterminio di sé, la notte intollerabile, le ossa che gli si sfarinato e arriva alla lode, al ringraziamento, all’alleluia, al canto che supera la ragione, al canto del bambino. Questo è La luce prima. Io, l’autore, consegno una parte di me alla letteratura, un me che si è trasformato, che è rinato in questa carne. Un me che era necessario fermare sulla pagina. Mi suonavano la cetra e i cembali, mentre scrivevo. Ero un camoscio sulle alte montagne, ero un irace che trovava rifugio tra le rocce, ero un gatto che cercava il buio per morire, una cicogna sui cipressi, e la resa stilistica, la pasta della lingua, la consegna alla pagina, è proprio questo bestiario biblico, è proprio quel cembalo e quella cetra. Cantando per «la mia mamma piccola», cristallizzando i frammenti della sua esistenza terrena, abituandomi al vuoto della sua morte in questa forma, riempito da quello che non sono più l’io che ero fino a quando mi baciava ogni mattina, cantando per lei, cantando di lei mi sono offerto all’inesistenza, come scrive Maurice Blanchot in La scrittura del disastro: «Scrivere la propria autobiografia,sia per confessarsi, sia per analizzarsi, sia per esporsi agli occhi di tutti, è forse cercare di sopravvivere, ma tramite un suicidio perpetuo – morte totale nella frammentazione. Scrivere se stessi, è cessare di essere per affidarsi a un ospite – l’altro, il lettore – che avrà ormai come incarico e come destino la vostra inesistenza». Questa è La luce prima, e vorrei arrivasse a tutti questa sconfitta della morte biologica. Non racconto il macabro, non bestemmio, non prego, semplicemente canto, in questo libro. Canto il superamento della morte, questo libro è un inno alla vita, è l’osanna biblico che dice  «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Mia madre ha sconfitto la morte mettendomi al mondo contro tutto e contro tutti. Mi perdonino i grandi letterati impestati di ideologia, i burocrati delle lettere, se, scrivendo di questo, tanto ho osato.

In che modo la struttura particolarissima della tua lingua letteraria è importante in ciò che scrivi?
Non sono un giornalista, non sono un comunicatore, non devo solo trasmettere informazioni il più possibile vicine alla verità (verità che è sempre impossibile, nella comunicazione umana). Sono uno scrittore. La mia lingua o, meglio, il mio linguaggio, la mia sintassi, anche, deve spalancare universi. Quello che importa è la pagina. Il resto, eh, il resto? Ha importanza il resto, esiste? «Chi non è scrittore non sa che farsene delle teorie sulla scrittura, chi lo è non ne ha bisogno. Uno scrittore vero è allo stesso tempo il teorico più qualificato nel suo campo, non ha bisogno di articolare i problemi inerenti alla propria arte: li individua arandoli, e basta. Scrivere un romanzo è l’unica possibile teoria dello scrivere. Tutto il resto riguarda o il leggere o è gettone di presenza». (Aldo Busi, Sodomie in corpo 11)

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