Il migliore

di Roberto Mandracchia (Agrigento, 1986. È redattore della rivista letteraria TerraNullius. Il suo primo romanzo, Guida pratica al sabotaggio dell’esistenza, è stato pubblicato dall’Agenzia X)

Il suo agente non era mai esplicito: Tu sei Taio Ferri, hai vinto a soli diciotto anni il Premio Nazionale del Paroliere, poi hai vinto due edizioni del Festivalbar, sei Telegatti, la Targa Tenco per il tuo secondo album? O era il terzo? Comunque l’hai vinta, undici dischi di platino, due Grammy Awards italiani, hai battuto ogni record mondiale di vendita più rapida col tuo quarto album che ha venduto cinquecentomila copie in soli due giorni, quadruplo sold out allo stadio di San Siro, sei stato insignito di una laurea honoris causa come dottore in scienze della comunicazione.
Taglia corto, lo aveva interrotto lui. La telefonata aveva turbato la bolla conciliante del suo loft. C’erano volute carriole e carriole di euro per ristrutturare quel posto e trasformarlo in una perpetua fellatio con ingoio; e quella telefonata era come degli incisivi ad azzannargli la cappella.
Il suo agente aveva tagliato corto: Rivolgimento di carriera; l’ennesimo, sì.
Col cazzo, aveva gridato lui scagliando la tazza da cui sorseggiava contro una cornice digitale in cui galleggiava la sua gigantografia. La donna delle pulizie – di bassa di statura. Le sceglieva sempre così perché s’era convinto che quelle alte pulissero peggio – aveva lanciato un urlo. 

Ch’è stato? Chi è che urla?
Nie’: una groupie. Le ho fatto vedere il mio uccello.
La tua immagine è di nuovo vecchia, aveva ripreso paziente l’altro.
La mia immagine è cambiata soltanto due anni fa, aveva detto lui. La tazza e la cornice in frantumi e il decotto di menta, intanto, colava lungo i pixel della gigantografia.
Due anni oggi vengono annullati con un clic del mouse e lo sai benissimo e non farmi il dinosauro. Hai solo sessant’anni.
Te li ficchi in culo i dinosauri.
Usi troppe parolacce per essere uno che mangia salutista. Te lo devo proprio dire.
Ehi, non lo sai: mi sparo ancora il whisky. Ci condisco i cavoletti.
Non essere ingiusto. Si è sempre trattato di piccoli accorgimenti collaterali.
Li chiami così il passare dal rock rabbioso adolescenziale al pop d’autore e poi al cantautorato? E quella merda di svolta elettronica? Dal nichilismo allo sposare ogni cristo di causa? Dalla maglietta e jeans al casual per poi finire a giacca e cravatta? Dalla birra e pastasciutta alla cucina vegana? Non fare il paraculo con me, non attacca.
Ti assicuro che a questo giro si tratta di un semplice espediente. Semplicissimo.
E in cosa consisterebbe stavolta? Cosa devo fare? Iniziare a vestirmi da donna e sposare la causa dei transgender? Diventare buddista e farmi fare le foto col Dalai Lama?
No, lo scrittore.
Lo lo faccio già. I testi li ho scritti sempre io.
Sai che non è vero, ma comunque non sto parlando di canzoni. Devi scrivere un libro.
Di ricette?
Non hai senso del’umorismo, e lavoreremo parecchio anche su questo. Un romanzo, devi scrivere un semplice romanzo.
Io più di trenta parole non le so scrivere.
Lo so benissimo. Infatti lo deve scrivere un altro e tu lo firmi soltanto. E tornerai di nuovo sulla cresta.
Io sono piantato sulla cresta.
Sai che anche questo non è vero. Ti difendi, sì, ma ogni anno che viene ci sono dei ragazzotti sfigati pronti a farti le feste. Adesso è il tempo dei ragazzotti sfigati.
È sempre stato il tempo dei ragazzotti sfigati. Io quando mi sono portato a casa il primo Festivalbar quello ero.
Lì serviva il ragazzotto sfigato: uno bastava e avanzava. Adesso la gente ne vuole a palate e questi qui sono un’armata e tutti col sangue alla bocca.

Figli di puttana, aveva sussurrato sovrappensiero lui; e se n’era subito pentito.

Allora che dici, lo aveva incalzato l’agente.
Chi lo deve scrivere questo romanzo? Ci voglio parlare io di persona.
Ecco. Ho fatto le mie solite ricerche ed è uscito un nome.
Fammelo. E dimmi come posso contattarlo.
Ecco, si chiama Ermanno Colato. Il migliore nello scrivere qualcosa che potresti aver scritto tu.
Bravo. Lo sai che voglio sempre la cosa migliore.
Sì: è il migliore e te lo posso garantire. Ma non è così facile.
Facile cosa?
Ermanno Colato sta passando un brutto periodo e adesso, come posso dire, ha perso un po’ se stesso.
Da quanto dura ‘sto brutto periodo?
Diciamo cinque anni. Una questione di droghe pesanti.
Occristo, il migliore per me è un tossico di merda? Mi stai dicendo questo?
Non solo il migliore, ma l’unico. Se vuoi rimanere sulla cresta.
Io sono piantato sulla cresta. Almeno sai dove posso trovare questo Conati?
Colato, si chiama Colato. E sì, se non è morto, so dove puoi trovarlo.
Dammi ‘st’indirizzo, stronzo.

Ricevuta l’informazione, interruppe la telefonata. La donna delle pulizie, con lo straccio, stava cancellando i residui di decotto sul parquet quando lui si accorse che indossava dei tacchi. Non c’erano altre tazze da distruggere a portata di mano.

 

C’era un porto in quella città, e c’erano dei magazzini in quel porto, e dentro uno dei magazzini in disuso viveva il migliore nello scrivere qualcosa che avrebbe potuto scrivere lui. Si chiamava Ermanno Colato, e doveva essere quella forma umana sotto il lenzuolo ingiallito che si distingueva nella penombra. L’aveva scorta appena sospinta la rugginosa porta socchiusa del magazzino. Il letto era un materasso buttato sullo strato di segatura che ricopriva il pavimento. Scatoloni ovunque, e vi guardò dentro: giocattoli di plastica che sembravano dei robot ma potevano benissimo essere qualcos’altro talmente erano di pessima fattura. Tutto puzzava di muffa e sudore e segatura e lui pensò che quel posto era un po’ come prendersela nel culo. Poi si decise a rompere il ghiaccio.

Ehi amico, disse, ti ci vorrebbe una donna delle pulizie qui!
La forma umana si mosse sotto il lenzuolo. Prese a mugolare.
Una donna delle pulizie bassa, continuò lui, quasi nana.

Sbucò dal lenzuolo una faccia giallastra che sembrava un pallone sgonfio con quattro fili unti a mo’ di capelli. Due pozzanghere viola lo fissarono a lungo. Le parole uscirono a fatica dalle labbra scarnificate che mettevano in mostra denti grigi e spezzati.

Sono Ermanno Colato. E tu. Tu sei lo spacciatore più vecchio. Che abbia mai visto.
So chi sei, disse lui. Poi aggiunse: e no, non sei talmente fatto da vedere Taio Ferri.
Taio. Chi.
Cazzo, sei ridotto peggio di quanto temessi. Sei un relitto, amico.

Ermanno si lasciò andare a una risata che sembravano graffi e quei graffi si trasformarono in scatarramenti. A ogni movimento del lenzuolo si sollevavano zaffate di sudore e piscio.

Cristo, amico: questo posto è un cesso!

Ermanno tentò di raddrizzarsi sul materasso ma desistette. Porse all’altro quelle ossa e quelle vene ricoperte da un sottile strato di pelle che un tempo erano state una mano.

C’hai robba.
No, amico. Ho una proposta per te.

Ermanno piombò nel silenzio e lui rimase lì, a pochi passi, sognando un enorme deodorante per ambienti. Poi vide una bottiglia d’acqua, l’afferrò – era viscida come la bava del peggior nemico, recitava il ritornello di una sua hit. Decenni prima – e la porse a Ermanno, ma cadde sul letto e lì rimase.

Sei uno. Sei uno di quelli che chiama amico tutti. Tu.
Ascolta, amico. Non voglio stare qua dentro ancora a lungo e ti spiego la cosa: devi tornare a scrivere e stavolta per me. Tu ci metti la tua bravura e io il nome e facciamo i soldi. Mi hai capito? Riesci a capirmi?
Le pozze violacee continuavano a fissarlo.
Ti faccio disintossicare e torni di nuovo il figlio di puttana che eri prima, eh? Che mi dici?
No.
Lui sbuffò. So come ti senti, disse, ci sono passato anch’io.
Nessuno ci. Passa allo stesso. Modo.
Ascolta, sei il migliore. Il migliore che può scrivere qualcosa che potrei scrivere io. Lo dicono tutti.
Io. A scrivere.

E di nuovo quella risata, quei graffi e quegli scatarramenti. Nella penombra e nel puzzo di muffa e urina, si sentiva, come ad anni luce da lì, la sirena di una nave.

A scrivere. Non sono neppure in grado. Di pisciare da solo.
Coi soldi che faremo potrai pure assumere uno che ti tiene l’uccello.
Quei soldi. Li sputtanerei. Comprarmi la droga e se tu mi fai ripulire non. So come spenderli. No.

Qualcosa dentro la testa di lui tracimò.

Occristo, è un incubo…. un incubo! Io! Io che ho vinto mezzo mondo di premi! Venduto milioni di dischi! Mi hanno dato pure la laurea mi hanno dato! Io! Io che non ho mai studiato un cazzo! E adesso il rivolgimento di carriera! Di nuovo! In mano a questo rottame merdoso! I ragazzoni sfigati…

E mentre si aggirava come una belva per il magazzino, calciando gli scatoloni, rovesciando robot, Ermanno era ritornato sotto il lenzuolo, mugolava.

… io! Io cambiare immagine! Ma ora mi sente quel figlio di puttana… ora mi sente, l’agente dei miei coglioni… staccato! Mi fotte migliaia di euro! E lo tiene staccato! Figlio di cagna! E questo posto è un cesso! E io sono in questo cazzo di cesso orribile!

S’era avvicinato al letto su cui Ermanno tremava e s’era seduto sul bordo di quel letto e aveva scostato il lenzuolo, quasi con delicatezza. La rabbia di prima sfumata. Il pallone che era la testa di Ermanno sembrava essersi sgonfiato ancora di più per la paura. Le labbra spolpate tremavano. Gli aveva preso fra le mani rugose e piene di anelli quel pallone sussultante e lo aveva accostato alla sua testa.

Piccoli accorgimenti, gli sussurrava, piccoli accorgimenti collaterali.

Ermanno. Le pozze viola che lacrimavano.
Non mi. Sparare. Non mi.
Non ho neanche una pistola, amico. Non sono un… un rapper del cazzo!
Lasciami. In. Pace.
D’accordo, amico. Non si fa più niente, d’accordo, ma tu lo sai no? Lo sai che io sono piantato sulla cresta, no?

Ermanno gli diede di stomaco sul vestito.

 

 

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