Bologna capace di morte: intervista a Marilù Oliva

di Tommaso De Lorenzis

Da più di trent’anni il poliziesco italiano è affare di Bologna, senza esserlo dei bolognesi che, la storia della città misteriosa e segreta, perfino losca, immorale, omicida, non l’hanno mai digerita. Eppure era da un palazzo nei pressi di piazza Maggiore che Roberto Savi si muoveva per affinare la mira a bordo di utilitarie candide come latte. All’ingresso dell’edificio campeggia ancora la parola «Questura». Sulle auto abbandonate dopo la bagarre spiccava l’immancabile marchio Fiat. I corpi crivellati giacevano sull’asfalto. Erano sbirri… quelli della Uno bianca.

Se avessero vita, i muri di Bononia arrossirebbero di vergogna. Forse per questo la dominante cromatica dell’architettura locale vira verso certe tonalità scarlatte: per mascherare l’eventuale vampa del turbamento. O magari per ricordare il colore del sangue.

Funziona così dalla metà dei Settanta, da quando Loriano Macchiavelli svelò, nelle inchieste del sergente Sarti Antonio, le sordide speculazioni, il rovescio criminale, l’ottusità burocratica, l’arbitrio poliziesco, celati dalla retorica d’un progressismo operoso, inclusivo, incorruttibile. Il partito di governo non gradì. Il partito di governo era il Partito comunista italiano.

Lo scrittore e il questurino furono profeti in patria. Veggenti della razza peggiore, alla maniera di Cassandra. Inascoltati indovini capaci di presagire le esplosioni: dall’insurrezione del marzo ’77 al boato del 2 agosto 1980.

Da lì in avanti, la galleria del poliziesco felsineo è diventata un luogo emblematico della letteratura popolare italiana, dove si sono incrociati il commissario De Luca e il private eye Giorgia Cantini, Grazia Negro, Andrea Vannini e Gino Mastruzzi, detective uguale sputato a un assistente sociale, le cui generalità letterarie richiamano – in una vaga assonanza – quelle anagrafiche del suo creatore Pino Cacucci. Libro dopo libro, emerse un particolare tipo di realismo: sporco, a tratti gonzo, irrisolto, mai pacificato, sbilenco, con un piede in equilibrio sul futuro e l’altro piantato nel presente.

Da qualche tempo, nelle strade della Bologna di carta e inchiostro, si aggira Elisa Guerra, detta La Guerrera, il personaggio che la scrittrice Marilù Oliva ha lanciato lo scorso anno nelle pagine di ¡Tú la pagarás! e che ha riproposto di recente in Fuego. Titoli spagnoleggianti per una coppia di romanzi dedicati a un’indagatrice persa dietro fantasie latino-americane: a cominciare dalla passione per la danza. Tormentata e disillusa, Elisa incarna lo spirito dei tempi. Spirito ombroso che aleggia – denso – sulle torri, e si rapprende sotto i portici. Anche se poi, nella città della Guerrera, c’è un riflesso soprannaturale: immissione di remote credenze, soffio d’incanto caraibico, deviazione onirica. Pastiche postmoderno, dite? Oppure storia antica: riletta e aggiornata. Perché Bologna è il borgo del chèrt lónghi, il Tarocco, che va bene per un gioco di prese, ma pure per provare a fendere le tenebre dell’avvenire. I vecchi bolognesi lo sanno –  al pari dei giallisti emiliani che di fascinose chiaroveggenti hanno cosparso i loro romanzi. E almeno in questo, Bulaggna – «capace di morte» – somiglia alla zigana Marseille, la ville des grands tarots, «dove anche per perdere bisogna battersi». Sarà che il delitto ha sempre a che fare con quello che gli uomini chiamano fato. Sarà che ogni enigma rimanda a un arcano maggiore. Chissà.

Di questo e di altro abbiamo discusso con Marilù Oliva. 

Quando si legge d’una donna che indaga all’ombra delle Torri, è impossibile non pensare a Grazia Negro, l’ispettrice di Carlo Lucarelli, e a Giorgia Cantini, la detective di Grazia Verasani. Com’è cambiata la detection al femminile?

Proprio perché personaggi riuscitissimi come la Negro o la Cantini sono imprescindibili del noir felsineo, chi ambienta i romanzi nella città dotta deve comunque tentare di distaccarvisi. La Guerrera non è ispettore né detective, è un’antieroina irrisolta perfino sul piano professionale: tesserata pubblicista, vorrebbe lavorare come giornalista, ma non trova una redazione seria. Appassionata di criminologia, sta completando gli studi e, nel frattempo, si accontenta di qualche lavoro in nero. Il precariato e la prospettiva della disoccupazione la mettono in ginocchio, deve fare costantemente i conti con la scarsità di soldi e viaggia mano nella mano col suo senso di inadeguatezza. Di notte cerca grandi riscatti che trova in postriboli, imbrogliando l’accidia con momenti effimeri di euforia che le lasciano sempre l’amaro in bocca.

Alcol, sigarette e amori difficili: anche Elisa paga il giusto tributo ai cliché del poliziesco sporco. Poi ci sono almeno due caratteristiche che la rendono speciale: la perfetta conoscenza della Commedia dantesca e la passione per la cultura latino-americana. Come nasce questo connubio di classicità ed esotismo?

Non solo paga il tributo ai cliché del poliziesco ma anche al contesto sociale e letterario, contesto che non lascia spazio alle moralità compiute nelle proprie certezze. Le cicatrici sulla pelle della Guerrera e i suoi vizi notturni sono spia dei demoni interiori. Oggi una Lucia Mondella risulterebbe stucchevole e perfino un eroe disposto al sacrificio, come Ettore di Troia, verrebbe tacciato di buonismo. Oggi i protagonisti risolti annoiano sia gli scrittori sia i lettori.

Elisa si muove in una Bologna parallela, “meticcia”, poco turrita, scarsamente “centraiola”, per nulla studentesca, forse postmoderna. In che misura questa città ricalca il reale e quanto è frutto della finzione letteraria?

Dal punto di vista planimetrico, la Bologna della Guerrera si contrae e si dilata a seconda delle scene. Di notte è preferibilmente la periferia buia, con i suoi colli, le sue campagne e i locali isolati. Di sera è il centro della città, che del medioevo non conserva impalcature ma solo labirinti e strette vie: ho tentato di calare la vetrina urbana in una dimensione al di fuori dei topoi, alternativa. Non quella grassa e dotta, non quella studentesca, ma la cittadina un po’ diffidente, variegata, non sempre accogliente. L’unico vero posto in cui Elisa – e il lettore – si sente al sicuro, è l’interno della sua casa.

Hai descritto il fenomeno migrante a partire da una comunità mista, regolata da precisi costumi, governata dall’interazione tra latini immigrati e autoctoni latinizzati. Non temi di avere tracciato una rappresentazione edulcorata e poco metropolitana delle relazioni tra identità diverse?

Edulcorata no, certo non esaustiva. Volevo comunque evitare lo stereotipo dello straniero buono/italiano cattivo o – peggio – viceversa, quindi sia bolognesi che immigrati sono connotati da vizi e virtù reciproci, le relazioni tra loro sono spesso tese, gli autoctoni tendenzialmente sono i più avidi (mi riferisco, ad esempio a Paolone, ad Adolfo, al Divino, il maestro di ballo), perché di fatto, nella realtà, sono gli immigrati a trovarsi in una situazione di svantaggio sociale. Poi non mancano gli anelli di congiunzione tra le diverse identità (ciascuna, però, mantiene la sua alterità), di cui la salsa rappresenta a mio avviso la più incredibile metafora: multietnica, multiritmica, libera, estesa al mondo intero.

Sei solita imbastire trame in cui figura l’elemento soprannaturale ed esoterico: dai remoti culti caraibici alle dottrine sciamaniche. Si tratta di un ammiccamento alle dinamiche del thriller o c’è dell’altro?

L’elemento esoterico si è incarnato in Catalina, apprendista alchimista ma anche cartomante, astrologa e molto altro. Mi riallaccio al discorso di cui sopra per aggiungere che il dualismo tra la magia e la concretezza, speculare nella coppia Catalina-La Guerrera, è un altro esempio di integrazione positiva. Catalina poggia i piedi su credenze cosmiche, perfino un po’ caotiche, La Guerrera è atea e materialista, ma entrambe convivono pacificamente, stimandosi, e nessuna delle due pretende di far cambiare idea all’altra. Credo che la colpa della mia propensione ad aggiungere l’elemento esoterico sia da addebitare al mio maestro nonché scrittore preferito Gabriel García Márquez e al suo realismo magico.

A proposito… cosa dicono le carte di Catalina del futuro di Bologna?

Catalina si rifiuta di fare giri di tarocchi su Bologna da quando la città è stata commissariata.

Alterni i capitoli in terza persona a quelli in prima, non scegliendo di fatto tra punto di vista del narratore e io narrante. Quali sono le ragioni di questa compresenza?

Il narratore onnisciente mi serve per esprimere la pluralità dei punti di vista e ribadire che nessun personaggio detiene la ragione assoluta, respingendo quindi le verità rivelate. L’alternanza con la prima persona ha un duplice scopo: dare ritmo e avvicinare al lettore La Guerrera, che altrimenti, per via del suo carattere ombroso e disilluso, potrebbe risultare lontana.

Nei tuoi intrecci mancano i grandi colpi a effetto e i meccanismi dell’indagine sono relativamente ordinari, a volte addirittura governati dall’imprevisto. Oggi non è rischioso puntare tanto sul fascino del personaggio e delle atmosfere a scapito del congegno narrativo?

Non avevo in mente di scrivere un giallo classico. Non perché abbia dei pregiudizi – ci tengo a chiarirlo perché purtroppo esiste ancora qualche buontempone che divide la letteratura in generi di prima e seconda classe – ma semplicemente perché trovo più divertente concentrarmi sui personaggi e sulle loro ombre più che sulle indagini (indagini che comunque porto avanti, in concomitanza con analisi autoptiche e scientifiche). Non me la sento di etichettare con puntiglio questo romanzo, però, se qualcuno me lo chiedesse, risponderei che le premesse strutturali e l’attenzione verso il marcio dell’anima lo rendono meno confortante di un giallo classico. Aggiungerei che sono ravvisabili tinte noir e rimanderei alle parole, per me inoppugnabili, di uno dei più grandi conoscitori del genere in Italia, Carlo Oliva il quale – preciso per onestà – non mi è imparentato: lui ha definito il primo episodio della Guerrera un «noir metropolitano» e io accolgo le sue parole.

Quando si scrive un libro, si corrono comunque dei rischi. Se avessi puntato sui colpi a effetto, avrebbero potuto rimproverarmi di aver copiato da Dan Brown o di aver trascurato le atmosfere, il rischio è sempre in agguato quando ci si espone pubblicando! Io di solito mi regolo così: cerco di scrivere un libro onesto. Onesto significa che non mi baso su trucchetti o furbate, imposto l’ossatura lavorandoci sopra con costanza, cercando di renderla il meno prevedibile ma anche il più verosimile possibile, pur con qualche licenza narrativa, e mi documento. Nemmeno così ho le spalle completamente coperte, però almeno ho la coscienza pulita.

Invece io oppugno, con tutto il rispetto per Carlo Oliva. Non pensi che la categoria di noir sia inflazionata? Alla fine, nella letteratura nera non esiste indagatore, non ci sono misteri, l’inappellabile senso del tragico la fa da padrone e il punto di vista è quello della vittima/carnefice, perché nessuno può chiamarsi fuori e dirsi innocente.

Forse bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato di noir, il che desta ancora oggi polemiche. In un’intervista, Loriano Macchiavelli, alla mia domanda sulle differenze tra giallo e noir, rispose: «Riporto la frase di uno scrittore di gialli: sono la stessa cosa “solo che nel noir sono tutti più tristi”. Più o meno». Letta velocemente, forse questa citazione è troppo condensata, eppure Macchiavelli ha puntato l’attenzione su un caposaldo del noir: l’atmosfera, il tono, o – per dirla alla Sorlin – il dato cromatico. Un nero, dunque, che si impone sui personaggi, sulla tecnica, sui messaggi che bandiscono la consolazione. Non è un mero discorso di investigazioni: quelle ci possono essere, e possono anche concludersi, ma non risolvono il grande mistero del marcio umano. Io sostengo Carlo Oliva proprio per un discorso di colori e non tanto perché il buio, qui, è l’atmosfera indiscussa delle notti in cui si consumano delitti e vicende. In ¡Tú la pagarás! era stato individuato l’assassino, ma mancavano le prove. In Fuego rischia addirittura di tornare in libertà, il processo è un’incognita,  e chissà se il nuovo omicida verrà incastrato da prove certe. Insomma, i bolognesi non si devono sentire molto al sicuro. La mia protagonista soccombe al “male di vivere”, ogni personaggio, salve pochissime eccezioni, è schiacciato dalla sua dannazione: ecco cosa, a mio avviso, tinge di noir le (dis)avventure della Guerrera. Riguardo poi al genere inflazionato: hai ragione, c’è un abuso del termine “noir” e imperversano le adesioni ingenue. E, d’altro canto, alcuni scrittori se ne credono i detentori assoluti e anche queste pretese di esclusività sono dannose per la cultura.

Un adagio della critica letteraria e del circuito editoriale sostiene che il neo-poliziesco italiano sia una forma di realismo critico, capace di esprimere gli indicibili rovesci dell’esistente. Credi che questa interpretazione sia ancora valida oppure noti controtendenze e spinte normalizzatrici?

Se non fosse sottoposta non tanto a spinte normalizzatrici, quanto a tendenze all’appiattimento, questa convergenza verso il realismo critico dovrebbe essere ancora valida (e di argomenti da trattare ne affiorano ogni giorno, purtroppo). Sono sorte comunque diverse collane editoriali molto interessanti in tal senso, quali i tascabili di Inchiostro rosso di Agenzia X o la collana Sabot/age di e/o.

Tempi di crossover e d’incontri ravvicinati del terzo tipo. Lo scorso anno Grazia Negro e Salvo Montalbano si sono incrociati nelle pagine di Acqua in bocca (minimum fax). Sinceramente: che giudizio dai di quell’operazione e, se dovessi scegliere il detective di un collega da “presentare” a Elisa, chi sceglieresti?

A mio avviso l’operazione è riuscita. Accanto alla Guerrera vedrei bene l’Alligatore di Massimo Carlotto. Lei ama salsa e rum, lui blues e calvados. Se invece dovessi pescare un collega oltreoceano, senza dubbio lei si divertirebbe un mondo con Dexter Morgan, di Jeff Lindsay. Credo che si capirebbero al volo.

Anne Holt e Fred Vargas: una valutazione su due gialliste di successo…

Hai aperto una porta che tenevo spalancata: sono due scrittrici tra le mie preferite.

Come valuti il processo di convergenza tra “genere” letterario e scrittura televisiva? Qual è il tuo giudizio sulla fiction contemporanea d’argomento criminale?

All’estero è leggermente diverso – penso ad esempio al sopracitato Dexter – ma in Italia sono pochissime le fiction riuscite e si tratta spesso di storie consolatorie, formato famiglia Mulino bianco. I libri veramente disturbanti qui non vengono trasposti in fiction. Sia mai che si scuotano le coscienze e che ci si ponga nuove domande.

Con Fuego sono ormai evidenti le potenzialità seriali della Guerrera. Stai già ragionando in questi termini?

La Guerrera nasce con ¡Tú la pagarás! ma fin da subito mi era chiaro che un romanzo non sarebbe bastato per chiudere i diversi cerchi che avevo aperto e volutamente lasciato in sospeso, quali il trascorso familiare della protagonista, la questione lavorativa, la laurea tardiva. Ora sto scrivendo il terzo volume e mi sto concentrando su un tema che in qualche modo ha attinenza coi primi due (la vendetta in ¡Tú la pagarás!; il Fuoco come metafora dell’ineffabile, in Fuego) e li risolve: la Sorte, la sua affermazione e la sua negazione.

Ogni libro è leggibile singolarmente ma anticipa tematiche che verranno riprese. Ad esempio, nel primo romanzo ho accennato alla situazione familiare della Guerrera. Lei è orfana ed è stata allevata da una prozia. In Fuego presento questa donna con più nitidezza: quanto la sua educazione gelida abbia influito nella formazione della ragazza, quali rapporti siano intercorsi tra loro. E nel terzo ci sarà una svolta.

 

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