Invece nulla

di Roberto Mandracchia (racconto apparso nell’antologia La letteratura non conta niente edita da Citofonare interno 7)

-  Te ne stai lì sdraiato con i tuoi occhiali prismatici a inventare favole sulla scuola di medicina e a sognare di avere un ambulatorio (…) e quando uno sviene sull’aereo e la hostess chiede se c’è un medico a bordo, ti puoi alzare in piedi e dire: Eccomi.
-  Accidenti, perché no? Non si voltano mai, quando uno sviene, per chiedere se a bordo c’è uno scrittore.
(P.Roth, La lezione di anatomia)

Arrivo alla periferia di Roma, in questo capannone industriale in cemento armato precompresso e dall’eternit più o meno rimosso, mentre fuori piove acqua mescolata a nanoparticelle. Riqualificare è la parola d’ordine della serata. E sono stato chiamato anch’io a riqualificare, col mio romanzo, gli scarti architettonici del neocapitalismo. Non appena entro mi accoglie l’organizzatrice dell’evento che sorride stringendo la mia mano impregnata di nanoparticelle. Ad una prima occhiata tutt’intorno è gente e stand; ad una seconda è palloncini dai colori psichedelici, ragazzini che smanettano con delle consolle, carretti dove vengono serviti panini con la porchetta, graffitari che sfogano le loro bombolette su pannelli immensi, videoproiezioni assordanti. L’organizzatrice mi conduce, scansando prima un rasta su dei trampoli altissimi e poi una ragazza che agita bolas infocate, fin allo stand delle presentazioni letterarie dove un uomo in giacca e cravatta – sulla cravatta tanti piccoli Snoopy che battono su altrettanto piccole macchine da scrivere – ha appena finito di leggere ad un pubblico nutrito un brano del suo saggio per poi dichiarare, orgoglioso, di aver pubblicato a pagamento. La gente applaude e i piccoli Snoopy si agitano quando l’uomo, commosso, esegue un secco inchino. Adesso tocca a te, mi dice l’organizzatrice mentre evito lo scontro con una ragazza in top e minigonna su di un monopattino. La ragazza grida che è un nuovo geniale monopattino elettrico. L’uomo dalla cravatta estrosa mi cede il posto sul palchetto e, mentre aspetto che il pubblico davanti a me si scomponga per riorganizzarsi seguendo logiche altre, attacco a rosicchiarmi le unghie che poi so rimarranno spezzettate quindi laceranti.
Sei pronto, non è una domanda ma quasi un’affermazione dell’organizzatrice che, mentre mi si incastra un pezzetto di unghia fra gli incisivi come un minuscolo stecchino di cheratina, mi presenta allo sparuto pubblico come un giovane scrittore siciliano. E io penso ai giovani scrittori sparsi per la gerontocratica penisola italiana; i giovani scrittori da minimo vent’anni per gamba. Io, di anni ne ho ventiquattro, e ogni volta che sto per iniziare una presentazione mi capita di avere come una visione del pubblico col volto celato da maschere antigas verde oliva. A quel punto, di solito, termino di triturare anche l’ultimo margine distale. L’organizzatrice dopo avermi presentato – nel bel mezzo della visione ad occhi aperti colgo le parole: “romanzo”; “di pancia” e “promessa” – scompare e rimango io, davanti al microfono, col pubblico che non indossa alcuna maschera, ma risulta composto nelle prime file da anziani e nelle seconde file dai tipici ragazzini romani con cappellino, pantaloni larghi, giacca a vento north face e un moschettone agganciato alla cintura a sostenere mazzoni di chiavi stile custode. E fra qualche anno questi ragazzini finiranno a lavorare in banca, dietro una scrivania; una villetta a Casal Palocco o all’Eur e dei figli con cappellino, pantaloni larghi, giacca a vento north face e un moschettone agganciato alla cintura a sostenere mazzoni di chiavi stile custode. Eterno ritorno dell’uguale all’amatriciana. Mi schiarisco la voce e poi leggo una pagina del mio romanzo – con la coda dell’occhio m’accorgo che qualcuno va via e qualcun altro arriva, come una sorta di equilibrio osmotico – e quando finisco nessuno applaude. Si sente soltanto della techno, in lontananza, e la ragazza gridare che è un nuovo geniale monopattino elettrico. Ci sono domande, chiedo. I ragazzini parlano fra loro o ridacchiano, o tutt’e due le cose assieme. Io sto per congedarmi dalla strafottente platea quando, dal gruppetto delle prime file, quello degli anziani, si alza uno di loro con un cuscino a ferro di cavallo avvinghiato alla nuca. Si sbraccia mentre dice qualcosa, ma è come se fosse sott’acqua: non mi arriva alcun suono. Allora mi alzo dalla sedia e mi avvicino al vecchio che quasi mi strappa il microfono dalla mano. Tu sei giovane e ti dicono che sei scrittore ma anche io sono scrittore ma non mi hanno dato l’opportunità di farmelo dire perché io quando tu eri manco nato io avevo scritto un volume e delle persone che ne capiscono a Milano mi avevano detto che era degno di nota avevano detto proprio così e mi hanno detto che lo pubblicavano e io l’ho detto a tutti, grida al microfono rivolgendosi all’inizio a me poi a tutti gli altri che ci stanno intorno e alla fine a nessuno in particolare. E mentre parla di telefonate senza risposta, viaggi in treno, i voti a Padre Pio, la moglie che lo tradiva, i figli che se ne fottevano di lui e contratti mai visti io mi distacco da questa scena e scopro così che lo stand letterario si trova incuneato fra uno in cui due omoni albini in occhiali da sole vergano la pelle dei clienti con dei tatuaggi – un cartellone dichiara essere fosforescenti – e un altro in cui viene annunciata una performance di body art. Ed è quest’ultima ad attirare tutta la mia attenzione. Una ragazza in biancheria intima di latex rompe delle bottiglie di vetro e poi si mette a rotolare sui cocci. Il sangue comincia ad uscire dal suo corpo. Accanto a lei fanno capolino due uomini, anche loro in intimo di latex, e la ragazza arpiona uno dei due e tra l’arpione conficcato nella carne di quello e lo spesso anello al capezzolo dell’altro c’è una catena che li unisce. Esce altro sangue. Ogni movimento dei due provoca nuovi squarci e nuovo sangue. A mo’ di conclusione, la ragazza conficca l’ago di una siringa in una vena del suo braccio, tira del sangue, stappa l’ago dalla vena e, spingendo lo stantuffo della siringa, fa schizzare il sangue sul suo volto. Poi la performance si esaurisce e ritorno con tutti i miei sensi al vecchio che sta dicendo che gli avevano promesso cene, collaborazioni con quotidiani prestigiosi, premi letterari, pompini e interviste. Invece nulla, grida. Invece questa artrosi cervicale laterale acquisita, aggiunge indicando il suo cuscino a ferro di cavallo.

Quel che rimane sul fondo della mente quando, uscendo fuori dal capannone, le nanoparticelle ritornano ad investirmi è che io e il mio romanzo riqualifichiamo come i monopattini elettrici, le bolas infocate, le cravatte di Snoopy, i palloncini psichedelici, i tatuaggi fosforescenti, le piattaforme da gioco, i trampoli altissimi, gli arpioni, i cocci insanguinati. Come i panini con la porchetta.

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