Anche le tartarughe d’acqua sono carnivore

di Tommaso Giagni

Non è ancora così caldo da dover stare con le finestre aperte. Penso che il settecentodieci abbia proprio saltato una corsa, perché è davvero tardi, ora, rispetto al solito. Sto in mezzo alla camera da qualche minuto, a guardare le tartarughe, e ancora non ho neanche tolto le scarpe. La nuova collega, quella ragazza magrolina, è attraente, e sembra una persona gentile. Tre tartarughe dormono, o riposano; l’altra è quella dell’acquario Ovest, e la vedo infilare la testa tra i sassi e le conchiglie, andare a caccia dei filamenti dei gamberi, delle foglie grigie d’insalata, e vedo l’acqua incresparsi sopra di lei. Per Sclavini dovrei parlarle, e offrirle un caffè, cogliere l’attimo in cui inizia la pausa e lei passa davanti alla mia stanza; ed effettivamente Sclavini ha ragione: davanti alla nostra stanza deve passare per forza, per scendere (“..sia che prenda l’ascensore, sia che vada a piedi; e comunque l’hanno sempre vista scendere a piedi..”), quindi potrei aspettarla appena fuori la stanza, o magari già sulle scale del piano, e parlarle. Metto a scaldare lo spezzatino. Per andare a lavoro, devo prendere soltanto il settecentodieci, però è un autobus un po’ pazzarello con gli orari. Di là in camera, le tartarughe si sono svegliate, e le sento agitarsi per la fame –questo sbattere quasi cieco del piastrone contro il vetro, è fame-, perché mangiamo tutti parecchio prima, di solito. La mattina esco di casa così in anticipo, anche perché non voglio rischiare ritardi con il cartellino, a lavoro, per colpa del settecentodieci. Le tartarughe fanno due pasti al giorno: uno più sostanzioso, la mattina prima che esco, l’altro quando rientro, più leggero; e il loro pasto deve venire dopo il mio –ho deciso dal primo giorno che fosse così-, quindi finché non ho mangiato io devono saper aspettare. Sono quasi sempre il primo ad arrivare, di tutto il nostro piano. Lo spezzatino è un po’ secco. Ho tutta questa stanchezza soprattutto perché è lunedì, oggi, che è sempre il giorno più faticoso, perché molti colleghi rinviano le pratiche per tutta la settimana, arrivano al venerdì con la scrivania piena, e rinviano per l’ultima volta, al lunedì; e visto che il martedì tutte le nuove pratiche devono essere sistemate –il martedì è “il giorno ultimo e primo”, come dice Sclavini, il giorno del riordino, dei contatti con le amministrazioni, e con le banche-, visto che non si può rinviare al martedì, ogni lunedì tutto l’ufficio deve risolvere le mancanze dei colleghi, compresi noi pochi che lavoriamo senza rinvii. Questa casa racchiude il dono del silenzio. Mi dà fastidio onestamente, questo atteggiamento che hanno, questo poco rispetto, ma posso mettermi a farne un caso?; poi c’è Sclavini, no: sarebbe solo antipatico, e non porterebbe a niente, se non a problemi. Sparecchio la tavola, sollevo appena i pantaloni dai fianchi e mi piego per vedere in controluce che non siano rimaste briciole; poi spengo la luce della cucina. Non vorrei mai avere una discussione con Sclavini, assolutamente: è un collega e un amico, e mi ha indicato una strada interiore di grande importanza per me. In camera, mi affaccio sui quattro acquari –Nord, Est, Sud e Ovest-, e ogni tartaruga prova a sollevarsi pesantemente sulla parete di vetro, ognuna con il suo modo, più o meno goffo. Quando mi ha spiegato della sua fede buddista, Sclavini, ero rimasto sorpreso, sul momento, magari con quel pizzico di scetticismo che si prova davanti a queste situazioni particolari, per ignoranza poi. Quando rientro dal lavoro, spesso ho i polpastrelli indolenziti, per i battiti sulla calcolatrice, sulla tastiera, per i timbri; ma ogni sera, quando tengo fermo il cespo di lattuga e lo tagliuzzo, o quando faccio le albicocche a pezzetti, alle dita non sento più niente, e credo sia qui il punto: mi fa stare bene, prendermi cura di queste tartarughe. Anche lui lavora nel mio ufficio con degli incarichi più che altro di contabilità, e vive da solo; ma per tutte le altre cose siamo molto diversi, penso, e mi viene anche da sorridere per il tipo di persona che è. Distribuisco per gli acquari piccole foglie d’insalata, trifogli, sottili fettine di pera, a manciate. Il mio collega Sclavini è un ometto rotondo, con pochi capelli come me, sicuro di sé e delle cose della vita. Un certo ordine quasi sacro, si va a costituire nell’habitat: pezzi di cibo galleggianti o sospesi in acqua, hanno l’attenzione totale del loro predatore, che li scruta, li annusa, e li attacca con una violenza calma, controllata. Questa sua storia del pentito della malavita, questa ultima, per esempio, sta diventando una fissazione; tra me e me non penso che possa essere come dice, su (“..è un pentito noto, F.C., non l’hai mai sentito, possibile?; è sicuramente lui, l’ho visto bene: è il mio dirimpettaio, sì; riceve una continua sorveglianza da forze speciali armate..”). Osservo la tartaruga dell’acquario Nord, la sua testa che si spinge in fuori, attenta a infilarsi tra le conchiglie, e mi concentro su quella striscia di pelle grigia che corrisponde alla nuca negli uomini, e che normalmente resta molle e contratta sotto il carapace, ora slanciata in fuori con coraggio. Immagino si riferisse a queste sue idee bizzarre, quasi ossessive, Sclavini, quando mi faceva quel discorso sugli equilibri, sul buddismo e tutto il resto. Le tartarughe che ho qui da me, si aspettano che io le nutra, si fidano di me, e questo mi rende migliore, allontana da me le cose brutte che ci sono fuori. Però non mi sento di dirglielo, che sta diventando un’ossessione, e che non mi sembra possibile che quel pentito della malavita lo abbiano portato a vivere nel palazzo dirimpetto al suo: è una zona lontana dal centro, quella dove abita, e spesso gli ho sentito dire che è anche un po’ delinquenziale, con dei campi nomadi vicino: non penso che il Consiglio che decide di queste cose, porti un pentito importante lì; poi, io quasi non la conosco quella zona, non so; Sclavini sa così tante cose: magari è davvero come dice. Passo un panno bagnato sui vetri di ogni acquario, delicatamente, prima in verticale poi in orizzontale: non sopporto le gocce in generale, ma soprattutto queste che non lasciano vedere le tartarughe, che filtrano ingannevolmente e deformano il mondo ai loro occhi. Soltanto a lui ne ho parlato davvero, di quello che sono le tartarughe per me –è stato l’anno scorso, era maggio; in ufficio eravamo rimasti io e lui da soli, tanto che a un certo punto lui si è tolto le scarpe, e abbiamo riso così tanto-: la vita lunga e lenta, la solidità, l’intelligenza del silenzio; e all’inizio non mi sembrava, ma aveva capito. Qualche settimana fa, di sabato pomeriggio, è venuto un prete a benedire casa; in camera, si è fermato a guardare la verdura e i pesci di scoglio accanto agli acquari, e gli ho spiegato che erano per le tartarughe: a quel punto lui mi ha guardato con durezza, e mi ha rimproverato alzando la voce (“..non è affatto bene che si tolga il cibo di bocca, cosa crede?, e in più per creare un qualcosa che non esiste in natura, per quelle tartarughe da stagno: si rende conto dell’incongruenza?, si rende conto che così sono esseri modificati?..”); l’ho mandato via da casa, allora, e tanto ero dispiaciuto e insieme furioso che tremavo. Ho deciso gradualmente di parlargli con quella profondità delle tartarughe: volevo prima riconoscerne la sensibilità. Quel prete mi ha ferito –esattamente come se fosse stato ancora un mio intermediario, come se non avessi ancora abbracciato questa fede potente, mia-: un uomo che dovrebbe essere vicino alle creature tutte, un uomo tanto sensibile da offrirsi al Dio in cui crede, non può non rendersi conto che in natura le tartarughe mangiano proprio quello che gli do io –carne di pesce, verdure, molluschi, insetti, frutta; e non quei gamberini liofilizzati di negozio, quei mangimi artificiali che rappresentano l’animale violato, la cattività-, che le allevo con una cura delle loro attitudini che solo in natura potrebbero trovare pari. A lavoro non ho rapporti stretti con nessun altro. Cerco di non pensarci mai, a quel pomeriggio con il prete, per il male che ancora mi dà. Il nostro rapporto è un’amicizia, per me, con Sclavini. L’acqua si muove adagio. Quando a settembre mi ha parlato per la prima volta di Tara bianca, quell’amicizia l’ho vista rivelarsi, dischiudersi. Il modo di mangiare delle tartarughe riesce sempre ad affascinarmi: così deciso ma paziente, ripetitivo come se durasse in eterno. L’aveva incontrata nei suoi studi del buddismo, e aveva pensato a quel mio discorso (“..in una delle forme che assume, Tara bianca è persistenza e purezza che si congiungono, oltre a custodire un valore di serenità, di cura: è una divinità cui devi avvicinarti: in sé racchiude esattamente quegli elementi assoluti di cui mi dicevi..”), a me. Chiudo gli occhi, ascolto suoni veri della natura. In quel momento non gli ho dato molto peso, non ho capito –non potevo ancora, capire-; ma poi, dopo, me la sono trovata tra le mani, l’importanza di quel mattino tiepido di settembre. Vado in sala, a passi fiacchi –non è solo il fatto che oggi è lunedì: è una stanchezza continua, in questo periodo, perché dormo male, per questi miei tormenti, ma non penso di poterci fare nulla-, mi siedo sul divano, e decido che stasera accendo la televisione. Poi alle volte con me è brusco, Sclavini, e onestamente fatico a riconoscerlo, perché è veramente incattivito, diverso; ma non si deve dar peso alla nuvola scura, se il cielo e l’aria son sereni. La televisione è difficile che la guardi, e comunque tolgo subito il volume: almeno non sento le cose schifose che si fanno, né le sciocchezze delle persone insensibili, sporche, che sommergono il mondo. La sera del sabato, subito dopo cena, certe volte io e Sclavini ci diamo appuntamento al gelataio vicino al nostro ufficio, per mangiare il cono gelato e fare due chiacchiere -un pettegolezzo sui colleghi, qualche aneddoto spiritoso-; però non riusciamo a farlo sempre, perché lui spesso esce con dei suoi amici, o ha dell’altro da fare. Sul primo canale c’è una partita di calcio; dovrebbe essere una partita importante, perché sono già alcuni giorni che sento i colleghi parlarne. Non voglio pensare al solito caos che sarà domani il nostro ufficio, quel caos del martedì con i telefoni che squillano in continuazione (alla banca X non è ancora arrivato il fax con i dati bisettimanali, un vicedirettore vuole il responsabile capo per un problema con dei documenti in uscita, i nostri dati sulle uscite dello scorso mese non coincidono con quelli dell’istituto Y, etc.), io che rispondo perché qualcuno dovrà pur rispondere, alcune telefonate da smistare a Sclavini, altre al direttore, e tutte quelle situazioni contingenti che fanno esplodere gli schemi della giornata. Da qui, sento le tartarughe in camera che rovistano il fondo del proprio acquario. Comunque, il lavoro che faccio mi piace, e non esiste che me ne lamenti; mi succede quando sono molto stanco, che esagero così, che lo delineo come un posto di frenesie. Non gliel’ho fatto di ghiaia, il fondo, perché le tartarughe possono avere una costipazione intestinale, se mandano giù la ghiaia -magari cercando pezzi di mangiare: è una cosa molto frequente-: l’ho fatto di sassi e conchiglie per questo; i sassi li prendo al parco, quasi ogni sabato mattina –prima, era soprattutto di domenica-, e li scambio con quelli che hanno negli acquari, così alle tartarughe sembra di non conoscere completamente il proprio habitat, e che ci sia ancora tanto da esplorare: le faccio incuriosire, in questo modo. Sento tanti colleghi che si lamentano per il lavoro che hanno; io mi sono sempre sentito fortunato, e non mi è sembrato giusto avere da ridire su niente, mai, neanche quando ci sono state quelle due promozioni, mesi fa, a quei colleghi che erano arrivati dopo di me: pazienza, ho pensato, le cose importanti non sono mica queste. Mi accarezzo il mento: prima di andare a letto devo farmi la barba, perché oggi è il giorno e va fatta. Io faccio il mio lavoro con serietà, e non mi turba il fatto di guadagnare di meno nella busta paga, anche rispetto a chi è arrivato dopo di me; per me il denaro non può avere quel valore che la gente gli dà, su: è vergognoso come la gente per il denaro si sporchi, si bruci. Sul sei, c’è un uomo senza capelli che gesticola molto; penso sia un attore comico, perché fanno vedere continuamente delle persone nello studio televisivo che ridono. Oh, quanta ce n’è di sporcizia lì fuori, appiccicata sull’animo della gente! Spengo la televisione; mi apro in uno sbadiglio, trascinando le gambe sul marmo liscio e grigio.

 

 

Sofia è bella, Sofia non mi fa dormire. In bagno, appoggio le mani sul lavandino. Io non credo che abbia sedici anni, tantomeno diciotto. Sento una tartaruga impattare contro la superficie del vetro, forte, e controllo che sia tutto a posto –era la tartaruga dell’acquario Ovest; riesco a vedere tutte le tartarughe da qui, attraverso lo specchio: ho dovuto fare vari spostamenti, prove sulle direzioni, ma alla fine mi è riuscito per bene. Io non ho mai voluto spaventarla. Domani devo lavare gli acquari; li lavo a giorni alterni, e meno male che oggi non devo, perché mi sento stremato, con tutti gli orari che si sono spostati in avanti. Sofia è bella, ha i capelli che sembrano colorati da un pastello. Sul bordo del lavandino metto in fila la schiuma da barba, il rasoio e il balsamo dopobarba. La prima volta che l’ho vista, era una mattina di novembre piena di vento, e il cielo da coperto si è fatto di un blu acceso, davvero all’improvviso. Lavare frequentemente gli acquari –far defluire l’acqua torbida da ognuno più volte, strigliare le superfici con lo spazzolino, smuovere i sassi e le conchiglie, pulire carapace e piastrone a ogni tartaruga, sciacquarle, riempire gli acquari di acqua tiepida per evitare shock termici- è importante: altrimenti è facile che le tartarughe si prendano squamosi, micosi, congiuntiviti. Quella prima volta che l’ho vista, è scesa tre fermate prima di quella solita: magari aveva lì un appuntamento, quel giorno –non posso ricominciare così, però. Quei congegni che vendono nei negozi non li accetterò mai, quegli affari che puliscono l’acquario da soli, con quei filtri: è un momento di contatto con le tartarughe, con l’organicità, che vale tutta la fatica e il tempo che impiego. Di Sofia, neanche a Sclavini mi sono mai sentito di dire niente. Attraverso il solco tra le lame del rasoio, con delle forbicine. Avrei dovuto parlargliene, forse, principalmente per riconoscenza: grazie a lui ho trovato Tara bianca, la precisa espressione di quello che è per me il sacro, e ho saputo riconoscere anche nel mondo fuori quell’elemento che considero religioso; ma comunque non me la sono mai sentita. Mi rado lentamente, con attenzione. Sofia è purezza. Il filo d’acqua calda con cui sciacquo il rasoio, rompe il silenzio di tutta la casa. Erano i primi di dicembre, quando ancora non si era accorta di me, che le ho fatto il primo ritratto, e dovevo tracciare piano i segni di penna, perché l’autobus correva e ci scuoteva come uova tra le onde. Passo l’asciugamano lungo tutto il lavandino, sullo specchio, e sulle maioliche più vicine; poi spengo la luce, e il bagno diventa una caverna scura e profumata. In quel momento di fretta, di bisogno, ho trovato quella posizione per ritrarla –la schiena verso la fiancata dell’autobus, il braccio sinistro a coprire la visuale a chi mi è a sinistra, il destro che disegna con disinvoltura-, quella che poi ho mantenuto sempre. Appena dentro la camera, do uno sguardo alla parete dei suoi ritratti, meccanicamente: penso sempre che ne possano scivolare sul pavimento. Anche quando ancora non si era accorta di me, non l’ho mai seguita fuori dal settecentodieci, anche se mi incuriosiva tanto vederla camminare, sentirla parlare con i compagni di classe. Ogni giorno, da quel primo giorno, io l’ho ritratta, e quei metri di parete sono fatti dei suoi occhi assonnati, dei suoi sorrisi a metà, del suo ricordo in me –e sono quelli che preferisco, i ritratti che ho fatto di domenica o quando non andava a scuola-, così sorprendentemente limpido. La nostra dimensione era quella -quel tempo breve, e rallentato dal sonno della mattina, quello spazio esposto a tutti-, e per lei me ne accontentavo. Le tartarughe ora hanno gli occhi chiusi, sereni, mentre dormono. Poi un giorno, a metà dicembre, le riga il viso un’espressione impaurita e un po’ rabbiosa –ma forse questo lo dico con il senno di poi: forse aveva paura e basta-, e lei scende –ogni volta, questa immagine è come se l’avessi di nuovo davanti-, subito dopo avermi visto: da quel giorno fino all’inizio delle ferie di Natale, quando entravo in ufficio avevo le mani che tremavano, e le nascondevo. Apro l’armadio, e tiro fuori i pantaloni per domani, piegati per bene. Soprattutto in quel periodo in cui in cui la sentii allontanarsi, in cui capii che aveva paura di me, sono stato molto geloso di Sofia, molto, per tanti pensieri, e soffrivo: è tutto così sporco fuori, le cose e le persone, e lei no. Prendo un paio nuovo di calzini, le mutande e una canottiera leggera –perché oggi ho sudato tanto a lavoro, con quella che portavo-, per domani, e li appoggio sulla poltrona. Fuori, senza Cintachakra a darmi la sua forza compassionevole, mi sentirei come mi sentivo fin quando non l’ho incontrata, mi sentirei come in quel sogno terribile: in mezzo a una strada grigia di macchine impazzite, in pericolo, con un fiore a forma di stella stretto tra le mani –mentre glielo raccontavo, la mattina dopo, Sclavini aveva un sorriso rigoglioso (“..Tara è Stella, forma calda e pura..”). I vestiti su quella poltrona hanno un loro ordine stabilito, perché non sopporto assolutamente quando si ammucchiano e si spiegazzano. Sclavini mi ha aperto a Tara bianca, alla Bodhisattva buddista, ma è stato capace anche di capire che non era il buddismo in assoluto come per lui, la mia fede (“..è una giungla fitta, laboriosa, e capisco sia eccessiva per te: certo che non me la prendo, e perché?..”). Mi levo i vestiti di oggi, e li piego; poi metto il pigiama. Ho gratitudine, e stima, per Sclavini, ma non riesco comunque a sbloccarmi, da questo tacere di Sofia. A passi discreti cammino sul pavimento, per controllare che la porta, le finestre e il gas, siano ben chiusi. Dicendo di Sofia, la condividerei con un’altra persona, e condividendola sentirei di perderne una parte, ecco: sarebbe come perdere un tratto di disegno, come se evaporasse dalla carta, sparisse, unico e fondamentale nel ritratto completo, e non voglio provare una cosa simile. Lo devo fare ogni sera, prima di andare a letto, questo controllo che le quattro manopole dei fornelli del gas, le tre finestre e la porta di casa, siano chiuse; la cosa più importante sono le manopole: le giro una per una in senso orario, come se fossero rimaste aperte, per sentire quella resistenza che mi funziona un po’ come un sonnifero. Tara bianca mi riempie di tutta la luce, e sarei perso senza; ma dentro di me, oltre a un amore assoluto, genera un dolore difficile da sopportare, un dolore che nasce da un mio bisogno deluso di averla più vicina. Siedo sul letto. E non è lei a dover sciogliere questo mio dolore, sarebbe ingiusto chiederglielo: sono io, a non riunire nella mia vita quei due grandi torrenti –la persistenza e la purezza- che la formano, ad allontanarmi dalla sua grandezza. Spero di poter dormire stanotte, di non venire tormentato dai pensieri. Tanti ipocriti, fuori, addossano continuamente le proprie colpe a chi non lo merita. Mi fisso con lo sguardo sulla tartaruga dell’acquario Est, sul suo guscio irrobustito dal calcio e dai raggi di sole, più regolare nel colore e nella materia rispetto a quello delle altre, perché è quella con il carattere più mite di tutte e non dà colpi alle pareti di vetro. Quel marcio che sento e temo, è in grado di contaminare, di avvelenare, se non ci si aggrappa forte alla lucentezza, a quello che è in Bodhisattva: come quando sul carapace di una tartaruga compaiono delle piccole prime macchie, e le si deve curare subito, così bisogna difendersi subito dalle infezioni del fuori. La schiera dei ritratti, perfettamente ordinata sulla parete, mi rasserena. Tara bianca è uno scudo che mi difende da quelle infezioni, certo, ma la mia fede non è un basso antidoto alla paura: agli elementi che confluiscono in lei, avevo dato un peso centrale già da prima di trovarla. Non posso fare a meno di mettermi a guardare il ritratto del giorno di pioggia, è più forte di me: è lì a lato, nel punto della parete più nascosto che ho trovato, e lo vedo comunque come illuminato, mi sembra di sentirlo gridare il suo stato e la mia colpa: farei ogni cosa per tornare indietro, per proteggerlo meglio da quella pioggia pesante, grigia, e non avere ora lì quel viso di Sofia così deforme. Sclavini mi ha mostrato una via straordinaria, davvero; ma non sono sicuro che io meriti di percorrerla. Ogni giorno devo ritrarla, avendola davanti fisicamente o solo nel mio ricordo, perché io ho bisogno di questa parete con lei. Il mio passo sulla strada liscia e lucente di Bodhisattva, fa un rumore colpevole di presunzione.

 

Mi alzo, torno in cucina: metto sul tavolo il pacco dei biscotti e la tazza per la colazione di domattina: con gli stravolgimenti di oggi stavo quasi dimenticandomene. Di nuovo, mi ritrovo al venti gennaio, alla mattina freddissima che era: me la trovo davanti, Sofia, e in quel momento mi sembra che le mie gambe stiano affondando nell’asfalto. Guardo le tartarughe dormire, dall’alto, e guardo i loro artigli, le zampe possenti, e l’acquario immobile mi rassicura. Il venti gennaio, davanti a casa mia, Sofia mi ha chiamato per nome e cognome, e aveva il lato della bocca tirato su, cattivo. Così paralizzate sul fondo, non lo direi mai che sono carnivore anche loro. Il mio nome e il mio cognome, ha pronunciato, e io sul corpo ho sentito un freddo terribile, e ho pensato che mi fosse uscita una parte di camicia fuori dai pantaloni. Sul contenitore della verdura, degli insetti piccoli e della frutta per le tartarughe, c’è un adesivo sbiadito su cui mi piace passare il dito, lungo tutto il bordo, prima di andare a letto. Ha aspettato qualche secondo, dopo, per farmi assorbire l’emozione, e poi ha detto il nome ed il cognome di suo padre, lentamente –una lentezza esasperante, strana, penso anche premeditata-, calcando con la voce; gli occhi, subito dopo, non so per quanto tempo li ho tenuti chiusi, ma poi li ho riaperti, e lei stava tirando fuori la carta d’identità –la sua prima carta d’identità, mi è venuto da pensare immediatamente, tutta plastificata e liscia-, e mi faceva vedere che il cognome coincideva (“..ci leggi?..”), potente e raro. Vedo che la manica del pigiama trema, perché mi trema la mano. Mentre tossivo per l’attacco che mi era preso, mi si rivelava tutta una rete perfetta di collegamenti, e capivo che quello che diceva era sicuramente vero -lo sapevo che aveva una figlia più o meno di quell’età, si sapeva, e fisicamente si somigliavano anche-, che non mi serviva quella carta d’identità, e che da solo mi ero come circondato di sbarre, di pali di ferro. Siedo sul letto; voglio stare ancora un po’ con la luce accesa. Dopo è stato come se intorno tutto fosse rallentato, come quando sei in un incubo; avevo paura di quella purezza velata di uno strato di grigio scuro, e del fatto che mi costringesse a darle dei soldi –e solo per cattiveria, poi, perché tutti quei soldi a lei neanche servono. Mi passo una mano sulla fronte un po’ appiccicata, e risalgo la riga calda che mi separa i capelli. Duecento euro al mese, esatti, da consegnarle di persona, ha deciso, in un bar al centro –un posto stracolmo di gente: per umiliarmi, per farmi fare una cosa umiliante in mezzo al caos-; altrimenti dice al padre che l’ho molestata sull’autobus, e succede quel che succede. Sento di dovermi stendere sul letto, ma sempre con la luce accesa. Sono rimasto su quel marciapiede per un altro po’ di tempo, dopo che Sofia se n’è andata, perché non riuscivo a fare niente, e ho avuto un altro breve attacco di tosse. Ascolto una tartaruga che si è svegliata e tiene gli artigli piantati sul vetro, convinta che sia già arrivata l’ora del mangiare del mattino, perché mi vede qui a letto, con tutta questa luce intorno. Molestata, ha detto. La mattina sono loro a levarmi dal sonno, ad avvertirmi che è un nuovo giorno, chiamandomi così per la fame. Soltanto ore e ore dopo –ero in camera, ricordo: a lavoro non sono andato quella mattina, né quella seguente-, mi sono reso conto dell’altra condizione che Sofia aveva posto: che non ci saremmo dovuti mai più incontrare, a parte quei pochi minuti al bar per i soldi, neanche per caso –in quel momento in cui me ne sono reso conto, ho deciso di sostituire la domenica al parco con il sabato mattina, perché lei ha la scuola e non può esserci, e di prendere cinquanta minuti prima del solito il settecentodieci-, e che se ci fossimo incontrati avrebbe parlato comunque a suo padre (“..capito?: comunque, soldi o non soldi..”). Le tartarughe, ma immagino anche tante altre specie, hanno un istinto di sopravvivenza per cui ricercano il cibo di continuo, con veemenza; e la ricerca si esprime con le unghie che graffiano in quel modo il vetro, in questa forma di cattività che hanno qui da me. Non posso che darglieli, quei soldi, certo, ma non è quello, il punto viscoso intorno a cui sento di girare a vuoto, l’elemento che mi mette in confusione, no: è che sento di non meritare di camminare sulla via di Tara bianca, sento che di quei due torrenti che intrecciandosi la generano, io ho saputo aderire solo alla persistenza –le tartarughe, di cui ho cura, e che senza il mio amore non avrebbero esaltato quel valore che hanno in sé-, non alla purezza -Sofia; o forse neanche più, Sofia, perché ho fatto tardi, perché non ho saputo salvarla da quelle acque sporche che scorrono di fuori, e neanche so capire, ora, se ancora è purezza; quando la incontro al bar, Sofìa mi appare più grande dell’età che ha: è forte, è cattiva; ma non mi sento di dirla “non pura”. Mi giro completamente sul fianco: queste sere riesco a prendere un po’ di sonno solo così, perché guardo verso gli acquari, e li avverto –fisicamente, quasi che un ramo trasparente ci unisca-, e sto più tranquillo; Sofia non mi fa dormire: per colpa sua, sono settimane che dormo in questo modo malato. I ritratti in fila, che questa luce illumina appena, sono una rappresentazione della purezza –ancora, sì, ci credo-; e una difesa, anche se debole, la possono formare solo in quanto hanno davanti le tartarughe che respirano la mia aria: non posso dire che ci sia Bodhisattva, lì, ma solo la sua icona, vuota e irrispettosa: Sofia e le tartarughe, insieme –la purezza e la persistenza, mischiate in un tutt’uno-, la farebbero davvero essere, qui, prendersi cura di me. Anche quest’ultima volta al bar, in lei ho avvertito ancora un qualcosa che riesce a dibattersi, in fondo in fondo, un punto di luce calda che riesce a resistere al grigio che è dovunque; per me lei è ancora salva, e certo non ne ho io i meriti. Anche se era tutto più lineare, e facile, prima -con le tartarughe, Sclavini, il lavoro e il parco di domenica-, sento che non posso fare come se non fosse cambiato niente, in me, ora che ho trovato questo -questa via di luce, e Sofia, con tutti gli stati d’animo che mi stanno attraversando, e le onde colorate come i suoi capelli. Mi sono immobilizzato il venti gennaio, e non riesco a fare un passo: neanche per salvarla, per salvare quel qualcosa che le brilla ancora dentro, ne sono capace. Ho bisogno di averle insieme davvero, la persistenza e la purezza, le tartarughe cresciute con l’amore e Sofia, perché senza la vera luce di Tara bianca figlia del pianto di Avalokitesvara, non penso di potermi più scuotere da questa immobilità. Steso sul letto, con la testa sul cuscino duro, non sento più il velo di sudore sulla fronte. La disposizione degli acquari ricorda il fiore di loto bianco –così legato a Cintachakra-: nell’insieme compatto, ma che ai suoi petali lascia autonomia; quattro tartarughe acquatiche, simbolo riconosciuto di longevità, di persistenza, respirano con me, e con me si sviluppano naturalmente; quei cento e più ritratti, in fila, devono pur avere un grammo della sua purezza, deve pur esserci un po’ di Sofia: Tara bianca deve essere, intorno a quello che faccio: devo stare calmo, lasciarmi studiare dai suoi sette occhi, ed affidarmi a lei: è ripartendo da questa casa –da questa parete e questi acquari riempiti di Bene-, che posso riuscire ad abbandonare questo spianata nebbiosa su cui cammino. Io l’ho sempre guardata e basta; crudele, ma nello stesso tempo fonte di una luce tanto lontana dalla crudeltà, Sofia. Spengo la luce, e spero che il sonno mi prenda.


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