L’ultima sfida

di Angelo Marenzana

Il ragazzo rimase sospeso a mezz’aria, ginocchia piegate con i piedi sollevati all’altezza delle natiche, la fronte a filo del cerchio di metallo e le labbra serrate nello sforzo di schiacciare a mani unite la palla nel canestro. La maglietta gli svolazzò fin sopra le spalle lasciando scoperta la muscolatura nervosa e acerba che lo sosteneva nella spinta verso l’alto. Era tale la sua concentrazione da non riconoscere il sibilo. E così perse la sua personale sfida con il tempo, con la velocità, con lo spazio. Con le regole elementari della fisica. Lui era un atleta, diceva, e non riusciva a capire, neanche a spiegarglielo mille volte, come potesse un pezzo di piombo viaggiare con una rapidità tale solo premendo un grilletto. Il proiettile lo centrò nella schiena. La testa gli si rivoltò all’indietro e il sorriso si trasformò in una smorfia. Non urlò. E non provò nemmeno dolore. Gli mancò il tempo della coscienza. Il colpo sparato dal cecchino serbo nascosto tra la vegetazione della collina e armato di un Dragunov di produzione sovietica, gli sfondò la schiena e il cuore aprendo come una specie di ombrello rosso fatto di sangue e visceri che schizzavano tutto attorno. Le braccia si spalancarono in modo istintivo, quel che rimaneva del petto si arcuò come proiettato ancor più verso l’alto con un contraccolpo da balletto disordinato. Alla fine il corpo disarticolato del ragazzo stramazzò a terra con un rumore sordo, sollevando polvere densa di sangue nero. Furono un gruppo di vecchi silenziosi, seduti fuori dal bar di Nazim all’ombra di un telo sfrangiato, a capire che qualcosa non quadrava in quell’angolo della piazza. Uno di loro con la faccia rugosa e cotta dal sole si alzò di colpo e incominciò a gridare puntando la mano verso il corpo del ragazzo, tra la piazza e il muro basso della chiesa, là dove lui e i suoi amici avevano piazzato due tabelloni mezzi arrugginiti con un canestro senza rete. Quando arriveranno gli americani a liberarci dai serbi saremo pronti a sfidarli a basket, dicevano i ragazzi in piazza ogni sera, seduti attorno ai tavoli dell’hostaria di Nazim a bere Pepsi Cola e a guardare le ragazze che passavano in strada. Poi anche gli altri si alzarono in piedi. Le voci dure degli uomini si sommavano a quelle acute delle donne, si mescolavano ai suoni della paura, ai gesti nervosi dell’impotenza, mentre c’era chi si stringeva le tempie con la rabbia nei pugni, magari piegandosi sulle ginocchia con la testa china in mezzo alle gambe aperte a fissare in silenzio la terra. Pure Sinisa e Radko erano seduti al loro solito tavolino fuori dal bar di Nazim, concentrati sui pezzi appena sistemati sulla scacchiera. Erano le tre del pomeriggio. E per loro iniziava il rito della sfida pomeridiana. A Sinisa i pezzi bianchi, al suo avversario i neri.
Fra i due solo il vecchio Sinisa cedette alla curiosità, e si girò, senza entusiasmo, quasi con fastidio, giusto il tempo per vedere qualcuno correre verso la piazza sollevando altra polvere da terra e fermandosi al riparo di un vecchio platano. Quel ragazzino steso a terra gli pareva Slatan, il figlio del suo vicino di casa, Malic, il vinaio. Non lo riconobbe ma capì che poteva essere lui perché a quell’ora c’era sempre e solo il giovane Slatan ad allenarsi sotto il tabellone. Sinisa tornò alla scacchiera incurante delle voci. Radko gli chiese se era pronto a incominciare la partita. Nemmeno lui manifestava grande interesse per il caos che cresceva sempre più forte. Guardò con un filo di irritazione uno che nella fretta aveva urtato il loro tavolino facendo traballare i pezzi degli scacchi messi in ordine come due eserciti pronti allo scontro frontale. Sinisa fece segno di sì con la testa. Finì di bere un mezzo bicchiere di the. Prese le foglie di menta sul fondo e le infilò in bocca. Le masticò per qualche secondo poi le sputò a terra e aprì la partita con la prima mossa. Pedone bianco in F4. “Non cambi mai, Sinisa! Sei il solito vecchio prevedibile”. “Fatti gli affari tuoi”. “Permaloso e prevedibile!” gli fece eco l’amico Radko. “Neanche i cecchini cambiano mai, e pure loro sono permalosi e prevedibili”. “Ormai conosciamo bene ogni loro mossa” disse Radko “e l’ora in cui mettono fuori il naso per sparare nel mucchio. E il primo cha capita casca giù. Senza neanche sapere chi è… come cacciatori che sparano a una lepre senza distinguerla daun’altra”. “Si piazzano sempre nello stesso posto in mezzo alle baracche sulla collina e sparano in questo cono di luce che arriva fino in piazza…” E piegarono tutti e due la testa. Era arrivata l’onda di un’esplosione. Schegge di sassi e ferro, mattoni e terra scagliati ovunque. E come l’aria smise di tremare per il botto della granata la gente ricominciò a correre attorno alla piazza e a gridare. E a buttarsi dietro ripari improvvisati tra vecchi cumuli di macerie. Una nube grigia si andava piano piano depositando attorno alla circonferenza della piazza. Radko alzò la testa per primo. Tossì. Poi disse che gli pareva di vedere un altro corpo immobile, steso a terra. “Dopo il primo morto arriva sempre una granata”, replicò Sinisa con l’affanno nella voce “È un rituale preciso”. “Lo fanno apposta i cecchini, aspettano che qualcuno vada a recuperare i corpi rimasti per terra e loro, laggiù in fondo, nascosti dalla sterpaglia come bisce, ti tirano giù come si fa con i piccioni malati”. “A volte fanno anche di peggio, ti feriscono in una gamba, in modo che non puoi più muoverti e ti lasciano a marcire, e se qualcuno fa un passo pietoso per darti una mano…” “… bum sparano addosso pure a lui” concluse Radko. Rimasero in silenzio guardando fissi nel vuoto.
“Noi invece siamo al sicuro”, riprese Sinisa con voce spenta. “Abbiamo il muro della chiesa a proteggerci… a qualche cosa servono anche i santi”. “Non bestemmiare vecchio ateo peccatore”. E quasi Sinisa ritrovò il calore perso. “A volte penso che i serbi si divertono nel volerlo tirare giù a fucilate quel muro. Ci sono dei giorni che gli sparano dentro centinaia di colpi… tantantantan… uno dopo l’altro, con un ritmo che non ce l’ha neanche un tamburino a una festa di matrimonio”. “Ci devono essere dei buchi grandi come cocomeri”. “Prova ad andare a vedere…” “Tu sei matto” disse Sinisa e gli puntò un dito contro. “Basterebbero un paio di granate o tre e quel muro verrebbe giù a briciole”. “Non gli interessa tirarlo giù, gli serve per allenarsi, e pure per farci cagare sotto. Guerra psicologica. C’è qualcosa di più criminale di una guerra di logoramento?” “Siamo assediati, dobbiamo farcene una ragione. Come facevano i guerrieri antichi, e come fanno i bravi giocatori di scacchi… mettono sotto assedio il re e fanno cadere tutti i suoi pezzi uno dopo l’altro, senza pietà”. “Adesso gioca” disse Sinisa “altrimenti oggi non finiamo più”. Radko sospirò e si decise alla sua prima mossa. Spinse un pedone nero in C4. “Tu invece pensi di essere imprevedibile con la tua giocata?” disse Sinisa. L’altro lo guardò e scrollò le spalle. “Giocata classica. Controllo del centro”. “Non dire fesserie. E soprattutto non essere bugiardo con me. Sono anni che giochiamo così. Apriamo sempre allo stesso modo”. “Magari non sappiamo fare nient’altro”, lo interruppe Radko.“Sono anche anni che ci sediamo qui da Nazim tutti i sacrosanti pomeriggi, che beviamo lo stesso the alla menta, che non guardiamo più le donne…” “E che spostiamo la testa da un’altra parte quando pisciamo…” “… che così non ci demoralizziamo…” e Sinisa rise, con una risata di gola che si trasformò in tosse. “Siamo vecchi per le sorprese, ormai anche noi ci siamo affezionati ai nostri riti! Così non corriamo rischi”. “È il mondo che è prevedibile, non noi, caro Radko, la verità è che si muore sempre, senza rispetto per l’età”. “E questo che c’entra. La morte è la morte. Ha delle regole diverse dalla vita: però dobbiamo dire che è l’unica vera giustizia terrena. È lei che ci rende tutti uguali fin dalla nascita.” “Ma almeno il rispetto per l’età ci vuole”. “Che cosa c’entra?” “Lo pretendiamo in famiglia e dai giovani di tutto il paese. E dobbiamo pretenderlo pure dalla morte.” “Allora secondo te in guerra dovrebbero andare solo i vecchi come noi, anziché stare a giocare a scacchi”. “Si” disse Sinisa. “Quindi sarebbe più giusto se morissimo noi due al posto del figlio del vinaio?” L’altro non rispose. Andarono avanti tutti e due con alcune mosse, spostando i pedoni verso il centro e rimanendo concentrati sul gioco. Poi ancora una serie di raffiche che sollevavano polvere e cemento nel mezzo della piazza. Buchi su buchi. Come tantirifugi di talpe. “E pensare che quando non c’era questa stramaledetta guerra in piazza ci facevamo il mercato” disse Radko. “Adesso è diventato un mezzo cimitero”.“Riaprono le danze” replicò Sinisa drizzando la schiena. Poi spostò il suo ultimo pedone. Il centro della scacchiera era completamente occupato dai pedoni bianchi e neri alternati tra loro come una specie di muro di protezione per i due eserciti, e nessuno dei giocatori aveva ancora catturato pezzi all’altro. Nella piazza di Sarajevo invece era tutto il contrario. Il centro era completamente libero e tutto attorno, difesa da quello che rimaneva dei muri delle case sventrate, una piccola folla uscita dagli appartamenti del piano terra se ne stava attorcigliata in una specie di cordone. “Adesso, caro mio, dobbiamo incominciare a farci del male a vicenda. Uno di noi deve fare il primo gesto e aprirsi un varco in mezzo a questo muro di pedoni:  il gioco lo pretende”, disse Radko. “I pedoni sono destinati a cadere per primi, come soldati fedeli”, e con la base del suo pezzo Sinisa ne fece rotolare uno nero dell’avversario fuori dalla scacchiera e occupò il suo posto con un alfiere bianco. L’altro sbaragliò subito l’alfiere con un ghigno, dando il via a un rapido susseguirsi di mosse, come se i due stessero seguendo uno schema preciso, antico. Quasi un copione. Una sinfonia di gesti studiati da tempo, e messi in atto nel silenzio che stava ammorbando l’aria. Un silenzio profondo, ricco di ansia, spezzato a tratti da leggeri lamenti. I caduti sulla scacchiera incominciarono a essere parecchi. Quattro pedoni, un cavallo e una torre per parte, due alfieri sacrificati a difesa delle regine gridavano vendetta come i pensieri dei bosniaci acquattati dietro le case, mentre i cecchini serbi sembravano riposarsi. I Dragunov tacevano da quasi mezz’ora, ma nessuno si azzardava a mettere i piedi in piazza per recuperare i due corpi massacrati. Dopo una breve pausa Radko si decise a muovere il cavallo portandolo in mezzo a due pedoni esausti, stanchi di sopravvivere a difesa di uno schema sempre uguale da mesi. Il vecchio Sinisa fu costretto a togliere di corsa l’ultimo suo alfiere che fino ad un istante prima minacciava la regina avversaria. “Stavo per farmi fregare da un pivello…” “Lo dici tutte le volte”. “Nessuno dei due cambia passo… e anche le parole devono essere le stesse”  replicò Radko. “Come a teatro. E lo sai come va a finire anche questa volta?” lo imbeccò Sinisa. “Anche oggi la partita finisce in pareggio”. “Come sempre. Io con il mio re e tu col tuo…” “Soli in mezzo a questi quadri bianchi e neri, senza più un suddito, senza la soddisfazione di aver vinto una guerra…” “E nemmeno con l’infelicità di averla persa”. “E domani ricominciamo da capo con un’altra partita”. E Radko sputò per terra scuotendo la testa. “Ma nessuno di noi farà mosse diverse da quelle di oggi, di ieri”, lo interruppe Sinisa. “E finiremo di nuovo pari”. “Da quanto tempo dura questa storia tra te e me?” “Da quando è incominciata la guerra”. “Forse per la paura”. “Ma noi eravamo coraggiosi una volta,  Sinisa”. “Sai che coraggio: tu spedivi telegrammi e io facevo il maestro…” “Forse è la paura di morire?” “Non lo so, magari di soffrire”. “Quello che conta non è quando si muore, ma quanto si soffre prima di morire… lo dicono in Africa. Non ricordo dove.” “Forse è meglio se muoiono i vecchi per lasciar vivere i giovani”. “Però senza soffrire. Almeno questo è giusto pretenderlo”. “Un colpo preciso: spacca il cuore e niente dolore”. “Ci vuole un cecchino con un po’ di umanità”. Poi l’aria sembrò fermarsi e una specie di onda imprigionò le orecchie con un sibilo leggero, lungo, estenuante. Come il suono di una lamina d’acciaio capace di penetrare i timpani. Infine l’esplosione. Un fungo di polveri e calcinacci sommerse la piazza sparando sassi, calcinacci e assi di legno con la violenza di un colpo di mortaio. Sinisa e Radkosi buttarono giù dalla seggiola e si piegarono sulle ginocchia. Quando si sollevarono avevano capelli e vestiti coperti da un velo di polvere bianca. C’erano vetri ai loro piedi, e pezzi di ferro fumanti sparpagliati tutto attorno. E basse nuvole nerastre che rendevano l’aria densa e irrespirabile. La scacchiera invece era al suo posto.Immobile. Uscita indenne, con i singoli pezzi come li avevano lasciati i giocatori prima del boato.“Hai visto”, disse Sinisa fissandola. E l’altro rispose …sì, è lì che ci aspetta, ci chiede di finire la partita, e lo disse pure lui con il respiro pesante e il petto che si muoveva a fatica. Si alzarono e fecero qualche passo verso l’ingresso del bar di Nazim continuando a tossire e cercando un filo d’aria che non facesse bruciare i polmoni. Poi Radko alzò il braccio e indicò con il dito oltre la nube di polvere che ristagnava a mezz’aria.
“Il muro…  Sinisa, il muro della chiesa…” “Non c’è più…”, e si grattò la testa. Rimasero a fissare la ferita nel retro dell’antica chiesa ortodossa. La campana si mise improvvisamente a suonare con un rintocco sordo, angosciante. Il prete si portò fuori dal portale con le braccia allargate, come un cristo in croce, e incominciò a incamminarsi verso le macerie in fiamme. Proprio mentre Nazim usciva dal suo bar. Stringeva un violino sulla spalla e stava pizzicando le corde con la punta delle dita. I suoni erano rauchi, quasi dolorosi. Poi allungò l’archetto e ne tirò fuori un’armonia lenta e malinconia. Ne usciva una specie di nenia che traforava il cervello con un ritmo monotono. Nazim camminava e suonava, e batteva il piede a terra cercando di tenere insieme il ritmo del tempo e del passo. Cresceva però di volta in volta la rabbia nei suoi movimenti, e quello dell’archetto e anche della spalla che teneva stretto il violino alla mascella, e pure l’accento sulle note. Sempre più spigolose e crude. Fin quando quella stessa rabbia non prese il posto dell’armonia, e il ritmo cresceva di intensità, di forza, come stuzzicato da violenti colpi di frusta, e la musica si trasformò in ballo, gioioso, da festa dove si beve fino a tarda notte e l’ubriacatura non passa neanche il giorno dopo. “Ehi!”  disse il turco incrociando Sinisa e Radko “Non finite la vostra partita? Non dobbiamo dargliela vinta… dobbiamo ballare, cantare, e giocare come sempre… alla faccia di quei criminali…” “La partita è già finita” disse Sinisa. “Pari, come al solito?” “No, oggi è diverso: uno ha vinto e l’altro pure. Basta con la parità”, replicò Radko. “E cosa volete fare?” chiese Nazim appoggiandosi il violino al fianco. “Io vado a prendere il figlio del vinaio” disse Sinisa. “E io quell’altro… che non so chi è” aggiunse Radko. “Ce l’avete la forza per caricarveli sulle spalle?” “Li possiamo tirare su tutti e due insieme se vogliamo, perché le nostre braccia sono ancora forti come un tempo, vecchia carogna d’un turco…” disse Sinisa. “Meglio se non andate da soli” replicò Nazim. “È una brutta cosa la solitudine.” “Già… non è bello restare senza amici” disse Radko. Si incamminarono senza dire altro. Tutti e tre in direzione della piazza, Radko e Sinisa, a piccoli passi, dritti davanti a loro, un pedone bianco, coperto di polvere,  e uno nero, per l’oscurità che opprimeva il suo volto. E Nazim, con mosse da cavallo, in una specie di balletto infantile con un passo lungo in avanti e uno breve di lato, una volta a destra e una a sinistra, a guidare, con il suo violino tra la spalla e il cielo,  l’ultima sfida di quel pomeriggio.

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