Sherlock Holmes, Guy Ritchie e il continuum

di Tommaso De Lorenzis

Corre a perdifiato nella notte londinese Robert Downey Jr., all’inizio dello Sherlock Holmes targato Warner Bros. Scatti, balzi, capriole… e il sovvertimento del canone è cosa fatta. Il regista Guy Ritchie non perde tempo. Ci mette sessanta secondi per saldare il conto agli incipit con cui sir Arthur Conan Doyle era solito imbastire le inchieste del suo detective. No deduction without action recita il comandamento dello Sherlock che sbarca nel XXI Secolo. Niente schermaglie logiche col dottor Watson. Nessun cliente che irrompe al 221B di Baker Street per raccontare una storia enigmatica. Poche parole, tanti fatti e un attacco condito da furibonde colluttazioni e colpi proibiti. Si tratta di sgominare la gang di quel matto di lord Blackwood e salvare la ragazza rapita, chiarendo da subito che la coppia investigativa si presenta ai giorni nostri in un’inedita versione muscolare. Molto meglio una movenza da karateca del posato ragionar sottile, al punto che perfino il claudicante John H. Watson, reduce della campagna afgana, trasmuta – grazie alla robusta performance di Jude Law – in un’efficiente macchina da guerra. Alle virtù deduttive, che avevano acceso la stella di Holmes nel firmamento letterario d’Inghilterra, tocca piegarsi alle esigenze del confronto fisico. Basta un’occhiata per arguire i punti deboli del cattivissimo energumeno e atterrarlo nella compiuta sequenza di cinque mosse, mandando in frantumi la rappresentazione dell’investigatore contegnoso, agghindato con un soprabito di tweed, un buffo cappello e una pipa dalla curvatura pronunciata.
I custodi dell’ortodossia avranno avuto da ridire. Il problema è che l’ortodossia non esiste.

Le icone della letteratura popolare viaggiano leggere attraverso il tempo, violando frontiere e sbattendosene dei documenti d’identità. Trasposizioni e rimaneggiamenti confondono la memoria. Nel caso di Sherlock Holmes l’aderenza filologica alle fonti implica il rifiuto dell’ovvio, a cominciare dal celeberrimo deerstalker, il copricapo da cacciatore che Doyle non menzionò mai nell’arco di quattro romanzi e cinque antologie di short stories. Lo stesso vale per il mitico «Elementare, Watson», artificio posteriore, consacrato dal cinematografo per accentuare il ruolo comico della “spalla”. E quando non si tratta di interpolazioni, il “peccato” è d’omissione. La tendenza maniaco-depressiva del detective e il consumo di cocaina per via endovenosa sono stati sovente occultati – o depotenziati – dalle riscritture, con la conseguente perdita di quella congenita debolezza che introduceva una sbavatura saturnina nel superomismo del personaggio.
La versione di Ritchie, insieme alla prova attoriale d’un ritrovato Robert Downey, risponde a un doppio movimento che – da un lato – elide i clichés dell’iconografia apocrifa spacciata per classica, e dall’altro recupera quei tratti del canone appena abbozzati da Doyle. In tal senso è corretto parlare di spin-off più che di adulterazione narrativa. L’abilità di Holmes nelle arti marziali, spettacolarmente resa dall’odierno cinema hollywoodiano in nome dell’intrattenimento da action movie, è un attributo che aderisce alla lettera del testo. Tra le numerose qualità che, in A Study in Scarlet, Watson conferisce all’amico, c’è la conoscenza del pugilato a cui si aggiungerà la pratica del baritsu, una tecnica di combattimento simile al jujitsu. E affinché non manchino le suggestioni del passato, è comprovata la competenza del Nostro nel tirar di scherma.
In origine, il detective assomma una serie di attributi che ne fanno un personaggio sospeso tra antico e moderno, educazione aristocratica e nuovi saperi. In altre parole, un stupenda alchimia di fioretto e reagenti da laboratorio, violino e tassonomia dei tabacchi, arguzia e inclinazione al mimetismo dei travestimenti, made in England ed esotico orientale in stile The Sign of Four, compenetrata lettura della borghese carta stampata e remote leggende come quella di The Hound of the Baskervilles.
Musicista, scienziato, boxeur, schermidore, trasformista, eco del passato e uomo del suo tempo, Sherlock Holmes è uno dei personaggi posti sul vago crinale della transizione in cui il feuilleton si dissolve nel “genere” letterario, per fissare gli statuti autonomi del giallo e del romanzo giudiziario.

Di questa plastica caratterizzazione Guy Ritchie ha valorizzato i tratti marziali e le doti mimetiche, caricando il tutto d’una comicità stralunata e cazzona. Viene preservata – al contempo – la nota misoginia del personaggio, piatto forte della tormentata liaison con l’astuta ladra Irene Adler e del conflittuale rapporto con miss Morstan, la promessa sposa di Watson. E al posto della polvere bianca diluita in soluzione al sette per cento, l’investigatore sfattone sorbisce formaldeide.
Se si voleva una miscela adeguata alle aspettative del grande pubblico, il cocktail di suspense, risate e mazzate è pienamente riuscito. Tanto più che la regia si avvale di un uso disinvolto di flashback e flashforward, spezzando la progressività della narrazione con brusche fughe in avanti e repentini riavvolgimenti. La grammatica filmica è incardinata sulla raffigurazione prolettica del combattimento e sulla resa analettica del travestimento. Più semplicemente: Ritchie anticipa col flashforward l’esito della zuffa, o dello showdown, e ricostruisce mediante il flashback i momenti in cui l’investigatore camuffato sfugge allo sguardo dello spettatore, mentre la macchina da presa è impegnata a seguire un altro personaggio. In un caso, l’intento è di certificare in termini visivi lo spirito d’osservazione, la prontezza deduttiva e la fulminea articolazione di un ragionamento ipotetico. Nell’altro, il riavvolgimento dell’intreccio e il disvelamento dei passaggi pregressi amplificano i colpi di scena, rimettendo la narrazione in una prospettiva nuova o finanche opposta.

La tecnica estende l’uso straniante del flashback come leva che ribalta i significati del racconto. Si tratta della medesima attitudine consacrata, a metà dei Nineties, nei minuti conclusivi di The Usual Suspects e ripresa in pellicole leggendarie dell’ultimo quindicennio: da Fight Club di David Fincher a The Prestige di Chris Nolan. Anche questa scelta stilistica può apparire un ammiccamento commerciale, se pensiamo che le sceneggiature televisive d’oltreoceano hanno compiutamente sdoganato la rottura temporale del plot. È sufficiente menzionare i lavori del “metafisico” J.J. Abrams, autore di Lost, Fringe e del recente Alcatraz. Oppure FlashForward, la serie tratta dal romanzo di Robert J. Sawyer che elegge una figura retorica a oggetto stesso della finzione. La frattura della consequenzialità narrativa e il rimbalzo tra passato e futuro si associano frequentemente ai motivi fantascientifici della multidimensionalità, costituendo una compatta mozione di sfiducia nei riguardi di un certo realismo come rappresentazione – più o meno critica – d’una realtà già data. La scrittura per la tv, forma contemporanea del romanzo d’appendice, rigetta la fissità del cronotopo, l’ordito spaziotemporale, e si concentra sull’esplorazione del possibile.

Il cortocircuito della temporalità figura anche tra le caratteristiche dello Sherlock del Terzo Millennio. Così l’Inghilterra vittoriana diventa una discrasia nella consecutio temporum, un altrove del continuum, epoca eventuale che esula dal corso della Storia, in cui tecnologia e politica sono declinate in anticipo. Il telecomando a impulsi elettrici, usato da Blackwood per attivare la bomba a gas posta sotto il parlamento, in una riproposta della Congiura delle polveri, è un’evidente alterazione futuristica del presente narrativo. E un analogo sfasamento cronologico caratterizza, nel sequel Sherlock Holmes: A Game of Shadows, il progetto del diabolico professor Moriarty intenzionato a speculare su una guerra tra le potenze europee. Siamo nel 1891, ma già si odono i fuochi d’artiglieria del primo conflitto mondiale. La stessa “strategia della tensione” orchestrata dal nemico di Holmes, a botte di attentati eccellenti, sembra ricalcare – con trent’anni d’anticipo – l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per mano dell’irredentista serbo Gavrilo Princip. E c’è poco da dire sugli avveniristici armamenti prodotti dal professore, che precorrono le conquiste dell’industria bellica. L’Europa di Ritchie è già Novecento, dislocazione anticipata della furia omicida che – dalle trincee della Somme ai forni di Auschwitz trasformerà il “secolo breve” nel più grande mattatoio della Storia. Il sabotaggio della time line, l’incursione del “dopo” nel “prima”, l’emergere d’un temibile, perturbante avvenire hanno spinto alcuni a parlare di un Holmes in salsa steampunk, il «cyberpunk a vapore» che dispiega le alternative del che-cosa-sarebbe-successo-se.

Vista all’ombra del Big Ben e del Tower Bridge, la fine del XIX secolo è uno di quei crocevia  in cui passato e avvenire, reminiscenza e presagio, arcaismo e modernità, magia e scienza, eventuale e definitivo, finzione e realtà si mischiano fino a confondersi. Le equivoche promesse dell’industria contengono i semi dell’ecatombe imperialista e guerrafondaia. La fiducia nel progresso nasconde tetre inquietudini. La tumultuosa prosperità dello sviluppo occulta la miseria degli slums, mentre oltremanica le risate della belle époque vengono tacitate dalle detonazioni delle bombe anarchiche. Il domani è oggi.
La raffigurazione dell’età di Vittoria come concentrato di premonizioni e futuri alternativi, rovente falò che consuma le possibilità e prepara la mattanza, eccita l’immaginazione. Dietro il logoro tessuto della realtà cresce l’ucronia, si profilano altre dimensioni, si delinea il percorso irregolare della fantastoria, mentre perfino la cronaca può trasformarsi in premonizione.

Nel fumetto From Hell, lo scrittore Alan Moore dipinge come un luciferino vate del Novecento il macellaio di Whitechapel, l’anima nera dell’Inghilterra vittoriana che terrorizzò Londra tra l’estate e l’autunno del 1888. La profezia, che Moore attribuisce a Jack The Ripper, svela enigmatiche corrispondenze tra segmenti del continuum: «Sotto l’epidermide della Storia, pulsano le vene di Londra. Questi simboli, la squadra, il pentacolo… anche un individuo profondamente ignorante e depravato come voi avverte che essi sono pregni di energia e di significato. Quel significato sono io. Sono io quell’energia. Un giorno gli uomini diranno, guardandosi indietro, che sono stato il precursore del XX secolo».
La violenza dello Squartatore eccedeva la casistica della proto-criminologia e scuoteva la ragione. Neppure il metodo scientifico e deduttivo di Joseph Bell, medico-consulente di Scotland Yard, fornirà qualche indizio utile a identificare il serial killer di Whitechapel. Logica e attitudine sperimentale si arrendevano innanzi a una brutalità sproporzionata, crisma dell’irrazionale caduta del saggio del movente. Il confronto tra Bell e Jack assume un significato particolare se consideriamo che Doyle s’ispirò proprio al luminare dell’università di Edimburgo per delineare il personaggio di Holmes. Se è vero che i nemici che ci scegliamo dicono molto di quello che siamo, vale la pena considerare come l’antagonista del detective non assomigli per niente al coevo Squartatore. Tutto si può dire del professor Moriarty, ma non è lecito mettere in dubbio la bontà delle sue maniere e l’acume del suo ingegno. È un intellettuale del crimine, lui. Simile a Holmes, eppure diverso. Riflesso speculare dell’identico.
E non a caso, nell’adattamento cinematografico di From Hell, l’ispettore Frederick G. Abberline, mirabilmente interpretato da un Johnny Depp fatto e strafatto, unirà approccio razionale e  chiaroveggenza, adeguatamente stimolata da copiose libagioni di assenzio e robuste pipate di oppio. Non servivano gli avi della crime scene investigation per incastrare Jack. Serviva un indovino simbolista e maudit. Era Rimbaud che bisognava arruolare in polizia, praticando un «lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi», perché la misteriosa «energia» di quegli omicidi rappresentava un flashforward, una sottile correspondence con i massacri incipienti della nuova era.

La mass culture contemporanea, dal graphic novel alle fiction televisive, al cosiddetto cinema di cassetta, ha dichiarato guerra all’ordine del reale, rifiutando con consapevolezza la linearità dell’intreccio e contestando l’assertivo periodizzare della storiografia. E del resto, ogni racconto dovrebbe coltivare un’allusione – più o meno esplicita – a ciò che saremmo potuti essere o a quello che potremmo ancora diventare. Le narrazioni virtuose forzano la piega degli eventi, sperimentano la costruzione ottativa, inquadrano i punti di fuga del what if, evocano lo spettro di possibilità escluse dal tempo umano. All’alba del XXI secolo, i migliori esempi del pop attingono alla lezione della fantascienza, liberano la visionarietà d’un simbolismo “per tutti”, declinano il surrealismo di massa, praticano le associazioni della metafora, ispezionano i mille piani del multiverso, sperimentano improbabili accostamenti tra epoche lontane, definiscono un altro continuum. Ci ricordano che la realtà è solo il miglior prestigio di un illusionista e che “niente è per sempre”, che ogni fine è il rovescio di un inizio e il tempo lo spazio della trasformazione.

Giunto dalle profondità del secolo Decimonono ai giorni nostri, Sherlock Holmes non poteva esimersi dal giocare la partita. In bilico sul filo che collega passato e futuro, in un punto imprecisato di qualche universo, ha inteso al volo che c’è da menare le mani, che la spocchia del deduttivismo da sola non basta e che è bene non prendersi troppo sul serio. Malgrado la mise stazzonata e il volto sbattuto di Robert Downey, lo ritroviamo in gran forma, con addosso i panni di un’icona che ha scelto di schierarsi dalla parte giusta e combattere gli interessi omicidi del comparto militare-industriale. Di stringente attualità, verrebbe da dire.
Soprattutto: apprezziamo che abbia capito come oggi nulla sia più «elementare».

3 comments to Sherlock Holmes, Guy Ritchie e il continuum

  • Caro Tommaso, questo pezzo è scritto talmente bene da portarmi a condividere certi passaggi. Ma continuo a pensare – da malato di Sherlock Holmes – che la serie tv “Sherlock” sia una ficata.

  • TDL

    Sì, Roberto, la questione è proprio quella: cioè il rapporto tra il dittico di Ritchie e la serie tv della BBC. In privato, un caro amico, confutando parzialmente la tesi del pezzo, sosteneva che il problema dello Sherlock filmico è di concedere troppo “alla hongkonghizzazione e alla flash-back/flash-forwardizzazione delle narrazioni presenti”. Dunque, si tratterebbe d’una trovata nel complesso tecnica e di maniera, per certi versi speculare a quella in salsa rigorosamente “filologica”. Ritchie si concentrerebbe TROPPO sul *modus narrandi* seguendo la linea di Snyder, J.J. Abrams, Nolan e via dicendo. E circa la serie televisiva il mio interlocutore aggiungeva: “Si basa su un’idea molto semplice: trasporre Holmes nella Londra di oggi. Watson è comunque un reduce dell’Afghanistan, ma di questa guerra, non l’altra (che differenza c’è?, sembrano suggerire gli sceneggiatori, gli stessi di “Doctor Who”) ed è affetto da disturbi postraumatici. Perfino il suo claudicare è dovuto a un blocco psicologico, che Holmes gli farà passare. E alla fine della prima avventura, quando il dottor Watson dice che non ha mai fatto niente di più assurdo in vita sua, Holmes replica: – Hai invaso l’Afghanistan.
    Ancora: Holmes non ha né cappellino da cacciatore né pipa. Porta i cerotti alla nicotina sul braccio, perché – dice lui – dove diavolo potresti più fumare a Londra oggi come oggi?!
    Oppure: la signora Hudson crede inizialmente che Holmes e Watson siano una coppia gay e non ne è affatto scandalizzata, e si premura di specificare che è la loro padrona di casa “non” la loro domestica. Perfino Watson a un certo punto chiede a Holmes se sia gay e quello risponde che no, è sposato al suo lavoro”

    Come vedi, fornisco solidissimi argomenti alla tua tesi.
    Da parte mia mi limito solo ad aggiungere che, per quanto barocca e di maniera, la versione di Ritchie “mischia” le epoche in modo più impattante – e, perché no?, spettacolare – di quanto non faccia la serie tv, maggiormente inchiodata alla brillante trasposizione temporale. E che le istanze del *what if* sono più esplicite – almeno in questo caso – sul grande schermo che sul piccolo. Giudico il fatto di aver applicato la modalità narrativa flashback/flashforwardizzante a un’icona della letteratura popolare in termini progressivi. E quindi, non mi puzza ancora di già visto.
    Detto ciò, faccio tesoro del rilievo televisivo… e continuo a ragionarci su.

    Una segnalazione, per finire:

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/12/anthony-horowitz.html

    Dici che ci tocca leggerlo?

    T

  • Cito dall’articolo de “la Repubblica”: “Misurarsi con il mostro sacro, dice, non è stato affatto arduo. «Onestamente, l’ ho trovato piuttosto facile (…)”.
    Ci tocca leggerlo? Assolutamente no, risponderei.

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