di Gianfranco Di Fiore
Erano giorni che Adele restava chiusa in camera per via dell’alta marea. Le piogge autunnali erano arrivate in anticipo a Riva Bianca e il canale si era ingrossato fino a coprire del tutto il passaggio di sabbia. Non era possibile utilizzare la barca per via del mare grosso e l’unica via d’accesso alla casa del suo amato restava il canale pieno d’acqua.
Il giorno precedente i due innamorati avevano passato l’intero pomeriggio sui tetti, Guido le aveva mandato dei messaggi di luce con una torcia mentre Adele aveva riempito di lettere alcune bottiglie di vetro, sperando di farle arrivare fino al cancello di Guido per via della corrente. Calò la sera e Adele restò seduta sul tetto, con dei fogli di carta sparsi intorno e una miriade di bottiglie galleggianti che dal canale partivano verso il mare aperto simili a piccole navi. Quando la lampada in camera di Guido si spense solo allora, Adele, trovò la forza per tornare a letto.
La pioggia continuò a cadere per tutto il mese di ottobre. Adele aveva trascorso intere mattine davanti alla TV in attesa delle previsioni del tempo, tanto che spesso aveva persino dimenticato di mangiare. “Se continua così non riuscirò a vedere Guido nemmeno per Natale!” aveva confessato a sua madre Piera. “Vedrai che fra due giorni smetterà di piovere e l’alta marea svanirà. A proposito…ti ho portato delle bottiglie nuove!” disse sua madre, ma gli occhi di Adele non avevano più forza.
Da una settimana la lampada in camera di Guido era spenta. Non arrivavano segnali luminosi dal terrazzo e il piccolo Ben, un labrador di tre mesi, non aveva più abbaiato. Adele non riusciva a immaginarsi una vita senza di lui, e più tempo passava da sola in casa più si convinceva di quell’idea. Avrebbe fatto di tutto per attraversare il canale, ancora pochi giorni di silenzio e si sarebbe tuffata nelle acque gelide, come una sirena dalle squame d’acciaio avrebbe nuotato fin sotto la finestra del suo Tritone. Erano cresciuti insieme, lei e Guido, fin da piccoli si erano ritrovati a passeggiare scalzi in quel canale di sabbia. A quei tempi si divertivano con poco, spesso Guido spingeva Adele su di una tavola di plastica nera, partivano dal loro rifugio segreto per arrivare al mare. Quando c’era la neve si calavano nel canale con delle funi e due bacinelle di plastica per raccogliere il ghiaccio. Fabbricavano enormi palle di neve e pupazzi, nei giorni di festa ne approfittavano per confezionare granite al succo di limone. Ma poi quel canale si era ingrossato nel corso degli anni e con l’aumento delle piogge era finito per diventare un fastidioso ostacolo ai loro giochi d’amore.
Poi arrivò l’inverno.
Adele scrisse centoventisette lettere in meno di un mese. Da quando sua madre era partita per le vacanze non aveva fatto altro. La mattina si alzava presto per sistemare la carta e le penne colorate. E solo dopo aver preparato i nastrini e i tappi di sughero per le bottiglie cominciava a scrivere. Di solito passava così l’intero pomeriggio, a metà fra il tetto e la scrivania di legno. Le sarebbe bastato anche una pietra scagliata dalla finestra, o un cuore disegnato con la torcia; si sarebbe accontentata di vedere la lampada in camera di Guido accendersi anche solo per un secondo. Ma niente successe fino alla mattina di Natale.
Mancava poco al ritorno di sua madre. La pioggia non smetteva di battere sui vetri, come le paure sulle tempie molli di Adele. Piera non le avrebbe permesso di attraversare il canale con il maltempo e l’acqua gelata che spesso uccideva anche i pesci. Ancora di più le raccomandava di non attraversare il canale quando lei non c’era. Forse, per una sorta di devozione nei confronti del suo padre morto, Adele restava rintanata in camera, in attesa dei segnali luminosi di Guido e di un ritrovato buon umore sugli occhi di sua madre. Ad ogni modo, quella mattina di Natale, Adele si tuffò nelle acque gelate del canale, decisa a perdere la vita pur di ritrovare il suo amore luccicante. La pioggia le batteva sulla testa e le offuscava la vista, sentiva i piedi congelarsi e il respiro diventare affannoso.
Nuotò fra le bottiglie e i resti delle lettere che nel grigiore delle onde si sfaldavano in pezzi – simili a briciole di pane diventavano mangime per i pesci. Dopo uno sforzo di undici minuti Adele attraccò con le mani sulla sponda opposta. Era livida in volto e in preda a un’ipotermia che le stava spaccando il cuore. Le luci erano spente all’interno del salone. Raddrizzatasi in piedi raccolse quel che restava delle sue ultime forze e fece il giro del giardino.
In cucina la luce era accesa e la tavola imbandita: c’erano un sacco di piatti e bicchieri sporchi, candele rosse e rami di pungitopo e un paio di bottiglie di spumante vuote.
Nell’angolo della stanza invece, l’ombra scura del tanto amato Guido, stringeva fra le mani i capelli di sua madre Piera e tra le cosce quel che avanzava delle natiche cadenti, simboli superflui di una vita modesta e priva di affetti.

