Il labirinto di un idiota

di Alessandro Turati (Lecco, 1981. Esordirà il 5 marzo col romanzo Le 13 cose, edito dalla Neo. edizioni)

«Ho forse la faccia di uno che deve fare qualcosa quaggiù?»
– Ecco cosa avrei voglia di rispondere agli indiscreti
che mi interrogano sulle mie attività.
(E.M. Cioran)

La storia che preferisco si intitola L’ombrello che ride e il cinese che fa le domande. È una storia breve che inizia con C’è un ombrello che vive a Milano. Si tratta di una sciocchezza, di una vicenda senza né capo né coda dove l’ombrello parla bene l’italiano e il cinese no. Ciononostante il cinese mangia una crespella e tiene in mano una lettera da inviare in Kentucky, mentre l’ombrello, seduto in un angolo della piazza, chiede l’elemosina ai passanti. Fatto sta che il cinese, impietosito, inizia a tartassare l’ombrello di domande sulla sua vita: vuole capire come ha potuto ridursi in quello stato. Ma l’ombrello non risponde, gli ride in faccia e finisce la storia. O forse no, non me lo ricordo. Probabilmente la lettera da spedire in Kentucky doveva pur avere qualche ruolo nella vicenda.

I primi che me l’hanno raccontata sono morti: i miei genitori. Due persone normalissime che hanno preferito suicidarsi, piuttosto che aspettare la vecchiaia. Io ero al mare, mi ha telefonato mia nonna.
«Tuo padre è morto» mi ha detto.
«Come?»
«Anche tua madre».
«Sicura?»
«Sì, c’è scritto sul giornale!»

Avevo vent’anni. Ora ne ho trenta.
I genitori, in genere, muoiono prima dei figli. La mia famiglia non ha fatto eccezione. Il mio dramma, a quanto pare, è irrilevante come lo stato d’animo di uno sconosciuto. Ma lasciamo perdere.

Eccomi che mangio un gelato. Guardarmi da fuori, sto solo mangiando un gelato seduto su una panchina. Sopra la mia testa, un albero. Non so quale. Tra i rami passano dei raggi di sole.
Quattro mi colpiscono: due la fronte, due le palle. Indosso una canottiera nera e un paio di calzoni lunghi blu scuro che cascano sopra i sandali. Peso poco: sessanta chili d’inverno e cinquantotto d’estate. Si vedono le vene sulle braccia e sulle mani. Mi piace la mia magrezza, tant’è che vorrei morire di fame del mondo, ossia assimilando le mancanze degli altri, dell’Africa e dell’India per esempio.
A me piacciono l’Africa e l’India perché si mangia il riso. Odio la pasta, mi fa schifo. E poi, ripeto, voglio morire di fame del mondo perché non ho nessun altro progetto, non mi interessa niente.

Io sono un idiota, si capisce dal mio lavoro: vendo sassi colorati. Ecco come: innanzitutto raccolgo sassolini grandi come una pallina da ping-pong, quindi li pitturo con le tempere o coi pennarelli, infine li vendo ai ritardati. Ho una lista di cinquanta clienti affezionati che, nell’arco di un anno, mi comprano un pezzo ciascuno a cento euro. Si tratta di gente che sta in piedi a malapena, esseri umani con una visione distorta della vita e con credenze al limite del grottesco, cervelli sparati in aria da droghe o depressioni. Mi considerano un artista. Mi chiamano per cognome.

Con cinquemila euro in un anno vivo bene. Mi spiego meglio: non devo pagare l’affitto perché la casa l’ho ereditata da mia nonna. Inoltre, per risparmiare, non uso né la corrente né il gas: rubo candele e coperte. Le uniche spese: l’acqua e lo spurgo della fogna. Per il resto, mangio frutta fresca e verdura cruda che trovo nei giardini e negli orti del paese.

Il mio paese conta duemila abitanti. È grande come un campeggio, per intenderci. La piazza della chiesa è il punto di ritrovo: la gente si incontra lì e si parla. Parlano di lavoro e di figli. Sempre e solo di lavoro e di figli. Questi due argomenti, ovviamente, non mi sfiorano minimamente. Per questo motivo, io, non ho niente a che fare coi miei concittadini, i quali – un po’ impressionati dai miei atteggiamenti – mi evitano.
Ma non è un problema. Vivere ai margini ha i suoi vantaggi, per esempio la tranquillità.

Tornando alla mia dieta, oggi gira diversamente: mangio il gelato prima di tutti, prima dei bambini golosi e puzzolenti che popolano l’occidente: un cornetto panna e fragola, niente di particolare, roba confezionata. Ho comprato la scatola intera e la tengo sulle gambe.

Ventiquattro gennaio 2012: zero gradi. Fingo che sia estate e quasi ci riesco. Però tremo e ogni tanto sbatto i denti. Ho avuto una cattiva idea?, mi chiedo. Non me ne frega nulla.

Spiego velocemente questa idea: Adele, una ragazza che non conosco – o meglio, che non conoscevo fino a questa mattina –, si è presentata a casa mia con una scala a pioli in legno pitturata di rosa con sei scalini. Oltre alla scala, aveva anche una borsetta.
Si tratta di una bella ragazza di ventitré anni: occhi verdi come il prato in primavera; capelli castano chiaro e lisci; seno gommoso come gelatina sopra il paté di fegato; capezzoli rosa simili ai succhiotti dei biberon; pelle liscia, bianca e morbida; un metro e sessanta di statura; denti bianchi e regolari; labbra candide tagliate verso l’alto sulle guance; braccia sottili, idem le gambe; sedere equilibrato, né all’infuori né piatto, insomma gradevole; piedi ossuti e di misura regolare; un tatuaggio sull’ombelico con la scritta Sei proprio sicuro di voler nascere qua dentro?; viso simpatico come un fumetto, anzi come un pescatore nella letteratura per ragazzi, ossia col nasino all’ingiù che segue la malinconia degli occhi quando le cose non vanno come dovrebbero andare, l’espressione di un pesce fuor d’acqua, per intenderci.
Come faccio a sapere tutte queste cose? Ebbene, si è spogliata quasi subito senza una ragione, senza che io gliel’abbia chiesto.

Prima che potesse sedersi da qualche parte all’interno della casa, le ho guardato i capelli con insistenza. Bei capelli, ho pensato. Bellissimi capelli. Lei però non sembrava d’accordo, infatti li nascondeva neanche fossero di troppo: tendeva a tirarseli indietro col palmo della mano, ripetendo l’azione di tanto in tanto, senza una cadenza regolare ma molto spesso, una sorta di tic. Così facendo, però, mi ha mostrato il volto nella sua pienezza e timidezza. Come a dire: Mi credevi migliore? No, sono così. Ecco le mie carte.

Al di là di tutto, Adele ha le idee chiare, si capisce: nessuno si spoglierebbe prima di conoscerti. Sta di fatto che mi sono trovato un po’ in imbarazzo, insomma non mi era mai capitato nulla di simile. Quindi, quasi nel panico, mi sono fissato a lungo sull’ombelico impegnandomi a non scendere ulteriormente con lo sguardo, non mi andava di guardarle la figa. Intanto, il suo caschetto ricadeva in avanti ogni volta che cercava di incrociare i miei occhi.
«Guardami tutta, non ti preoccupare» ha rotto gli indugi.
«Posso chiederti una cosa?» ho ribattuto fissandole i piedi.
«Sì.»
«A cosa serve quella roba?»
«La scala, intendi?»
«Esatto.»
«Per vedere le persone sopra la testa.»
Ecco, ho pensato, un’altra ritardata.
«Che intenzioni hai?» ho chiesto.
«Niente di particolare, voglio solo un amico.»
«L’hai trovato. Ora però rivestiti.»
«Ti piacciono i miei vestiti?»
«La gonna bianca non è male, così come la maglietta. Il maglione viola però non c’entra nulla.»
«Come no!? Guarda le scarpe, si abbinano!»
«D’accordo, però rivestiti.»
E così ha fatto. Si è rivestita e si è messa a dormire sul divano. Io l’ho guardata a lungo: a volte russava, a volte sbuffava. Oppure si girava sulla schiena stringendo le braccia intorno alle spalle, come ad abbracciare un peluche.

L’ho lasciata dormire e ho fatto la doccia. Poi, dopo essermi asciugato per bene, ho aperto la sua borsetta e all’interno ho trovato due buste. Su ognuna c’era una data. Non c’ho pensato un secondo è ho aperto quella di oggi: Fingi che sia estate, c’era scritto.
Così ho fatto.

Quando sono tornato a casa ho cominciato a starnutire, ho preso il raffreddore. Adele era sveglia e abbiamo parlato del più e del meno. Per esempio le ho chiesto di questa storia delle buste.
Mi ha detto: «Sì, sono per te».
«Di che gioco si tratta?» le ho chiesto.
«È il mio gioco preferito, ma non posso spiegarti nulla prima che tu lo finisca.»
«Parlami di te. Chi sei?»
«Ok, ti spiego» ha detto, è ha iniziato a sproloquiare.

Mi ha parlato soprattutto di un cane e di sua madre. Il cane Crosta e la madre Rita. Il primo non aveva una gamba, la seconda un braccio.
«Quale gamba?» ho domandato.
«La sinistra davanti.»
«Quale braccio?»
«Il destro, ma tanto era mancina.»
Niente di grave, ho pensato.

Fatto sta che lei è cresciuta con questi due esseri, e a quanto pare la cosa l’ha divertita parecchio. Adele è di buon umore, parla del suo passato e ci ride. Grazie alla madre ha imparato tre lingue: italiano, inglese e francese. Grazie al cane ha imparato l’affetto e il piacere del gioco senza sosta, senza limiti, finché c’è energia.

«Perché hai scelto me per il tuo gioco?» ho chiesto.
«Perché sei il più adatto».
«In che senso?»
«Mi sembri buono».
«Buono?»
«Buono e strambo, come me».
Ero d’accordo, e non poteva essere altrimenti.
«Che fine hanno fatto tua madre e il tuo cane?»
«Sono morti» ha detto, e ha iniziato a piangere. Non molto per la verità, pochi secondi, ma mi dispiaceva vederla così. Quindi, per rimediare, le ho sbucciato una mela.

E l’altra busta?
Scrivi un racconto idiota.

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