I gialli delle donnine

di Loris Rambelli (ha pubblicato Storia del “giallo” italiano (Garzanti, 1979), e curato con Renzo Cremante La trama del delitto. Teoria e analisi del racconto poliziesco (Pratiche, I. ed. 1980, II. ed. 1990) e con Elisabetta Camerlo l’antologia scolastica Delitto per iscritto. Il racconto giallo italiano (Palumbo, 1997). Ha collaborato alla rivista «Delitti di Carta», e attualmente a «La Piê» e «Charta». In corso di stampa una raccolta di saggi, Ezio D’Errico: “paura e fascinazione”, nella collana «Archivio del Giallo» della Pirani Bibliografica Editrice.)

Beh, dov’è il settore dei gialli? Quando entro in una grande libreria, mi accorgo che, in maniera preconscia, mi faccio ancora guidare dal vecchio criterio visivo: cerco con lo sguardo quel colore che fu scelto da editori accorti per attirare l’attenzione del potenziale cliente, il colore giallo, cioè, che in Italia ha prestato il suo nome al genere poliziesco. Invece oggi questo criterio non è più valido. Sugli scaffali dedicati ai romanzi gialli, si trovano i colori più disparati, esattamente come in qualsiasi altro reparto della libreria. E questo rappresenta un notevole progresso, perché significa che il giallo è finalmente uscito dal ghetto in cui il gusto dei lettori abituali e il giudizio dei critici lo tenevano rinchiuso.
Allo stesso modo in un volumetto snello, ma sostanzioso, dedicato alla narrativa italiana dal 1940 al 1990, Walter Pedullà passa velocemente in rassegna i nostri scrittori così, come visti in prospettiva aerea: «Ci sono i memorialisti… e i meridionalisti… i satirici… ci sonoi barocchi… e ci sono gli sperimentalisti… ci sono i romantici… e gli autori di romanzistorici… ci sono i metafisici… i realisti… i fantastici… e i “giallisti”… ci sono gli umoristi… e ci sono gli “autobiografi”…». E la carrellata continua. I “giallisti”, con accanto un campione rappresentativo formato da Fruttero & Lucentini, Augias, Grimaldi, Olivieri, Macchiavelli, sono messi accanto a tutti gli altri narratori, senza alcun contrassegno se non quelle virgolette che peraltro non implicano giudizi di valore. Senza più i distinguo tra letteratura di evasione e letteratura seria, tra la forma apparente (la struttura del giallo, per esempio) e gli intenti più alti e nascosti dell’autore impegnato. Ah finalmente! Che sollievo! Anche questo, un bel traguardo.
Sì però, ripensandoci, io provo un po’ di nostalgia delle vecchie copertine dei gialli, magari di quelli più commerciali, una nostalgia che nasce da motivazioni puramente sentimentali, perché legata alle letture dell’adolescenza. Ricordo che un giorno di parecchi anni fa, in un mercatino di libri usati, mentre stavo sfrugando nel mucchio dei gialli anni Cinquanta e Sessanta (per motivi di studio, beninteso), alla ricerca di qualche autore italiano più o meno abilmente camuffato sotto improbabili pseudonimi stranieri, in quelle collane effimere che erano «I Gialli della Violenza», «I Gialli Segreti», «I Narratori Americani del Brivido», «I Gialli Polizia S.O.S.», «I Gialli dello Schedario», «I Gialli Vietati», «I Gialli del Gatto che sa», «I Gialli dell’Ossessione», eccetera eccetera, mi senttii dire alle spalle dal rivenditore: «Ah! Lei cerca i gialli delle donnine!?». Con intonazione beffarda, come dire: «Ma bene, ma bene!…». Avrei dovuto spiegargli che volevo scrivere una storia del giallo italiano e che cercavo, appunto, autori italiani lì dove era più facile smascherarli, ma sarebbe stato troppo lungo e inutile dilungarmi in giustificazioni non richieste che avrebbero solo peggiorato la mia posizione, diminuito la scarsa opinione che ormai si era fatto di me.
Nel 1962 ci fu chi tentò di mettere un po’ d’ordine nel coacervo delle collane gialle presenti allora sul mercato librario italiano. Ettore Capriolo nell’Almanacco Letterario Bompiani, dedicato alla civiltà dell’immagine, prese in esame la tipologia delle copertine dei gialli e fissò tre categorie fondamentali: i gialli da libreria, i gialli da edicola e i gialli Mondadori. La prima categoria era quella dei libri «relativamente costosi, editorialmente impegnativi, diffusi anche nelle librerie», destinati a un pubblico «sofisticato» e «ristretto». Nella fattispecie: le due prestigiose collane di Garzanti e Longanesi, la «Serie Gialla» (350 lire) e «I Libri che scottano» (500 lire), nate rispettivamente nel 1953 e nel 1956. La seconda categoria era quella dei fascicoli, a prezzi più bassi, 150 lire, «diffusi esclusivamente attraverso le edicole da editori minori o minimi», indirizzati a un pubblico «più elementare». Queste due categorie sono accomunate «dall’avere assai spesso rinunciato alla tradizione del poliziesco classico, di tipo inglese, approdando volentieri all’hard boiled novel dove il sesso e la violenza hanno importanza uguale se non maggiore dell’indagine criminale vera e propria». La terza categoria, più specifica, comprendeva i gialli Mondadori (150 lire) fatti su misura per «un pubblico “familiare”, e come tale prude, che respingerebbe qualsiasi audacia (nelle immagini o nel testo) atta a produrre “scandalo”». (A conferma di quest’ultima considerazione si potrebbero citare le parole dello stesso direttore del Giallo Mondadori, Alberto Tedeschi, che ancora nel 1979 dichiarava: «Se pubblichiamo un romanzo che si attarda nella descrizione di un fatto di sangue o di una scena erotica, i nostri lettori strappano la pagina di frontespizio del fascicolo, ci scrivono sopra “sporcaccioni” in pennarello rosso e ce la spediscono».)
I “gialli delle donnine” rientravano naturalmente nell’insieme dei fascicoli da edicola, nelle cui copertine, precisava ancora Capriolo, «il richiamo sessuale è immediato, primitivo: il senso del mistero o del peccato totalmente assente».  Resta da far notare, in proposito, un aspetto curioso: i disegni di copertina erano spesso copiati dalle foto di dive o “stelle” del cinema, di cui a volte riproducevano non solo le pose caratteristiche, ma (a seconda dell’abilità dell’illustratore) persino le fisionomie. Qualcosa di simile trovava riscontro nei calendarietti profumati che i barbieri regalavano ai clienti per Capodanno: quante Brigitte Bardot erano riconoscibili, con i lunghi capelli inanellati, il dito in bocca, babydoll e calze nere, quante Abbe Lane in bikini, quante prorompenti Jayne Mansfield (non per niente era la “bionda atomica”, come si diceva allora, per eccellenza)…
Oggi è giusto che, di pari passo con la riabilitazione del genere poliziesco, questo universo iconografico sia scomparso, eppure accade come per le vecchie cose che suscitano un sorriso di tenerezza quando ormai si mostrano in tutta la loro disarmata ingenuità; per le foto ingiallite (guarda il nonno com’era buffo!) o per le drammatiche incisioni in bianco e nero dei romanzi popolari ottocenteschi su cui si esercitava la fantasia di un artista come Max Ernst nei famosi collage di Une semaine de bonté.

4 comments to I gialli delle donnine

  • bellissima la cosa dei lettori che strappano la pagina e ci scrivono sporcaccioni…bell’articolo!

    • Loris Rambelli

      Il lettore di cui parlava Tedeschi poteva ben scrivere “sporcaccioni”, ma nella pagina di frontespizio, si badi bene! Prude sì, ma non fino al punto di strappare anche la copertina! Che probabilmente avrà conservato, in virtù delle illustrazioni allusive di Carlo Jacono, autore di una galleria di figure femminili, non proprio “donnine”, ma potenziali evocatrici di qualche (segreto e velato) turbamento.

  • Mauro Chiabrando

    Deliziosamente cazzabubbolesco

  • serchio

    Ho fatto volutamente un po’ di confusione – se no che suspense sarebbe? – con l’incursione compiuta nottetempo nel vicolo degli “sporcaccioni in tinta gialla” e – a dire la verità – sono rimasto talmente trasecolato da aver scambiato la ’45 con la misura del reggiseno della procacissima in copertina… Ohibò!

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