Kill Truffaut

di Patrizio Trecca

Ci conoscevamo già molti anni fa,
solo che allora il mio vestito non era nero,
era bianco.

Julie – La sposa in nero (1968)

Nel 1968 una donna, Julie Kohler, vede suo marito cadere a terra colpito da un proiettile vagante. L’uomo muore sulla scalinata della chiesa che ha appena ospitato la loro cerimonia. Julie decide di vendicarsi dei responsabili dell’accaduto e gira tutta la Francia per portare a compimento la sua vendetta. Fa fuori tutti e cinque i colpevoli.

Dai tempi di Pulp fiction è consuetudine pronunciare il nome di Tarantino a bassa voce e quando c’è da annotare una piccola critica o una semplice considerazione, come in questo caso, si tende sempre a fare un’eccezione. È sempre difficile fare un’analisi ipodermica di un film quando ci si trova davanti all’opera di un idolo come il regista di Knoxville. Magari risulta anche noioso sentir parlare di un film di cinquant’anni prima che presenta grossomodo la medesima trama. Dicono che il cinema è intrattenimento, non è più un’arte, né tantomeno un esperimento. Dicono.

Julie Kohler è Jeanne Moreau, e interpreta uno dei film di Truffaut meno riusciti, a detta del regista stesso. La sposa in nero è anche uno dei meno conosciuti dal pubblico. Kill Bill, al contrario, è film notissimo e osannato.

Può essere utile analizzare l’ossatura delle due pellicole, fare un’analisi profonda di un soggetto filmico che vede troppi punti in comune, al di là di audaci tecnicismi e spade luccicanti, che a distanza di cinquant’anni non potevano mancare. Sarebbe inutile concentrarsi su Nouvelle Vague e Pulp Movie, perché tanto non è lì che la lingua deve battere questa volta. Ci troviamo di fronte a una facile considerazione sul percorso che va da A fino a B.

 

Una donna si vede privata di quanto ha di più caro e decide di vendicarsi. Porta a termine la sua missione e stop. Poche parole, che dette così sono esattamente lo stesso film. Beatrix Kiddo (Uma Thurman) è mossa dal medesimo bisogno di vendetta che scatena la fatalità di Julie Kohler. Fino a qui non ci sarebbe nulla da obiettare, ma quando arrivare al punto B significa uccidere cinque persone responsabili di aver rovinato la vita a queste donne, qualche domanda viene certamente da farsela. Figuriamoci quando si vedono le due protagoniste depennare dal blocco note i nomi delle vittime. Citazione? È vero, gli artisti non copiano: rubano. Ma rifugiarsi nella citazione (per l’appunto) stravinskijana rischia di essere un gioco che non piace più, soprattutto quando gli omaggi si susseguono uno dietro l’altro, belli, fatti con mani divine, ma pur sempre idee partorite da qualcun altro.

Che Tarantino sia uno dei migliori registi della storia, e ancor più uno dei migliori sceneggiatori, è indubbio e va precisato. Tuttavia si avverte immediatamente l’assonanza troppo spiccata tra i due film (Kill Bill è da considerarsi un tutt’uno). Lasciarsi distrarre da una tutina gialla e da 88 omini mascherati è cosa facile, perché piace e non si considera che in realtà sono cose concepite solo per il piacere degli occhi. È pur vero che ci troviamo di fronte a due maestri che vivono il cinema in modi diametralmente opposti: Truffaut se ne sbatteva di fare un’inquadratura perfetta, Tarantino non se ne sbatte di usare il bip per nascondere il nome della protagonista all’orecchio del pubblico.

Sentir dire che Kill Bill sia ispirato a La sposa in nero mi fa incazzare. Non sono i cinquant’anni che separano i due film a permetterci di dire che Tarantino non abbia sfruttato un plot bello e pronto. Siamo di fronte a due fette di cinema che vedono appagare lo stesso bisogno di vendetta e questa non è ispirazione, è re-make, tutt’al più, perché c’è poco da arrovellarsi se i punti di partenza e d’arrivo di un percorso coincidono.

Julie finirà la sua vita in galera, mentre Beatrix avrà la sua vita con la piccola BB, questo sì. Entrambe le donne hanno molte occasioni per rinunciare a una carneficina, ma non si fermano perché ne hanno bisogno, di tutto quel sangue. Hanno sete di una vendetta che sa di giustizia, alla quale nessun Dio o tribunale avrebbe potuto attribuire pari valore. Parlando di cinema, la scena in cui Julie Kohler va a confessare i suoi delitti al prete è forse il lampo più bello del film.

Si potrebbe obiettare che Beatrix lo faccia per tornare da sua figlia, ma non è così: lo fa per vendetta. La donna infatti saprà dell’esistenza di sua figlia, o meglio della sua sopravvivenza, solamente un attimo prima di far fuori Bill. Ci si potrebbe spingere quasi a dire che la piccola BB è ininfluente ai fini dello svolgimento; in realtà la sua presunta morte lo è, la sua sopravvivenza no. Perché non obiettare che i due eventi scatenanti siano totalmente differenti? L’uno avviene per caso, l’altro è ordinato lucidamente dal vecchio Bill. Sta di fatto che se da una parte abbiamo una Jeanne Moreau in giro per la Francia a seminare morte, dall’altra troviamo una fredda Uma Thurman che svolazza per tutto il pianeta al fine di portare la sua missione a compimento. Gli americani lo fanno meglio, ma non basta; stavolta non basta.

Ad appesantire il carico ci si mette anche la temporalità degli eventi. Infatti anche Julie intraprende il suo cammino di sterminio solamente dopo qualche anno dall’accaduto. Le coincidenze cominciano a essere troppe.

È necessario fare un accenno al realismo in quanto tale. È un concetto che fa capolino. Il corpus tarantiniano è sempre stato inscritto in situazioni più o meno lontane dalla vita reale o comunque dalla quotidianità, e contrapponendo l’opera di Truffaut si rischia di fare un paragone un po’ anacronistico.

Si potrebbe stilare un elenco infinito di interventi che non fanno altro che ipnotizzare lo spettatore, ma non servirebbe a molto. Prendiamo in considerazione soprattutto Kill Bill volume 1. Sin dall’apertura del film Tarantino tende a stupirci con l’esecuzione di Beatrix, poi lo rifarà con la sequenza animata, successivamente con gli “88 folli” e bagno di sangue annesso e ancora con la scena di chiusura. Tutto ciò porta la protagonista a raggiungere il medesimo punto toccato in trenta minuti da Julie Kohler ne La sposa in nero. In poche parole: Beatrix uccide due persone della sua cinquina nera, Jeanne Moreau fa lo stesso, decisamente più concreta rispetto alla sua collega statunitense. La sceneggiatura stessa, benché meravigliosamente scritta, non basta a nascondere Truffaut sotto un omaggio.

I due Kill Bill sono obiettivamente degli ottimi film, soprattutto per merito di costruzioni linguistiche e tecnico-scenografiche memorabili. Eppure con diversa paternità non avrebbero avuto lo stesso successo.

L’originalità è il punto di arrivo di un’evoluzione e non brilla nel buio. La riuscita sta nella commistione tra il vecchio e il nuovo, su questo siamo tutti d’accordo, ma qui di nuovo c’è solo la tecnologia e qualche milione in più nel budget.

 


 

1 comment to Kill Truffaut

  • Pruno

    Ero convinto che Tarantino avesse preso tutto da “Lady Snowblood” (del 1973, dopo “La sposa in nero”). Mi si aprono prospettive prima ignote.

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