Nemico pubblico

di Antonio Sansonetti (Lecce, 1978. Giornalista professionista, lavora a «Blitz quotidiano», collabora con  «XL» e più saltuariamente con «il Venerdì di Repubblica». E’ membro del collettivo satirico Frankezze).

Il patto Molotov-Ribbentrov fra stampa di sinistra e stampa di destra ha bisogno di rispolverare ciclicamente il folk devil, il nemico pubblico da indicare al lettore ipnotizzato e terrorizzato dalla cronaca fatta con gli aggettivi, da un giornalismo sempre più deskizzato che informa (nel senso che dà una forma) superficialmente su accadimenti che “in pochissimi osservano, in pochi verificano, in molti raccontano e in moltissimi conoscono”.
E gli ultras, più dei rumeni, dei terroristi islamici, dei rom, degli immigrati, dei black bloc, dei no-Tav, mettono d’accordo proprio tutti: da una parte gli ex Pci, orfani del conformismo stalinista (contrabbandato per anni come “centralismo democratico”), affiancati dagli “illuministi voltairiani”, che – non paghi di aver “deodorato” la sinistra – ormai teorizzano una “società deodorata” dalla puzza del popolo. Dall’altra i soliti chiassosi interpreti della maggioranza silenziosa: giornalisti sportivi da sempre mogi con i Moggi, agnelli con gli Agnelli e forti con i deboli; gli aspiranti uffici stampa del prossimo golpe; i “destri” garantisti con i criminali in doppiopetto e forcaioli coi ragazzi in felpa.

Genoa-Siena è stata interrotta da una protesta degli ultras della gradinata Nord per 40 minuti. In duecento sono entrati nel settore dei distinti, a ridosso del campo, dove hanno buttato due bengala e un petardo. Nessuno si è fatto male, ma i giocatori del Genoa sono stati invitati con forza a togliersi le maglie. Un evento insolito, ma non clamoroso, nel campionato di calcio italiano. Un cacciavite nell’ingranaggio del palinsesto domenicale. Il reato più grave? Quello di “leso abbonato Sky”, che peraltro si è ritrovato a guardare una diretta sulla protesta in corso ben più emozionante della partita interrotta.

Poi, certo, ci sono i “reati da stadio”: cambio di settore, lancio di bengala, minacce verbali ai giocatori. Per questi “capi di imputazione”, la dozzina di pacchetti legislativi speciali che si sono stratificati dal 1979 ad oggi prevede meccanismi sanzionatori sempre più pesanti. Una rissa per strada  (o in Parlamento) senza feriti gravi si conclude al massimo con qualche denuncia per lesioni. Una rissa allo stadio si traduce in arresti, processi e il Daspo, la “diffida”. Che non significa solo non poter andare allo stadio, ma significa andare per un tempo fino a 7 anni a firmare nella questura della tua città ogni volta che la tua squadra gioca. Un bengala acceso in strada non porta a niente. Un bengala acceso allo stadio può farti finire in carcere. Quindi, è giusto parlare di stadio come “zona franca”: certo, zona franca per esperimenti di repressione.

Questi sono i fatti successi a Genova, i “reati” commessi e le pene che comportano. Ma il giorno dopo in edicola si urla: vergogna, follia, calcio umiliato, Stato umiliato. Fra i titoli sparati e la muta dei commentatori un tanto al chilo sguinzagliata a caccia di sangue, è difficile trovare sui giornali una semplice cronologia, una ricostruzione accurata di quello che è successo. Basti pensare che l’agenzia di Stampa Ansa, la più autorevole e più utilizzata dai quotidiani italiani (e per troppi di loro l’unica fonte di notizie), usa per i suoi lanci sui fatti di Genoa-Siena la “chiave” (l’etichetta) Follia ultrà. Provate a “Googlare” queste due parole, vi ci troverete allineate quasi tutte le testate italiane.

Si invoca da più parti giustizia sommaria, anche se (e proprio perché) nulla di penalmente rilevante è stato commesso dagli ultras. Invocazioni iniziate già durante la diretta tv, di cronisti dimentichi delle tonnare già viste e riviste a Genova col G8 del 2001: “Perché la polizia non li carica?”. Forse perché ci sono altre migliaia di persone e si rischia di fare feriti e – perché no – morti? Seduto comodo in un luminoso salotto televisivo, il Cazzaniga di turno spera di assistere a una nuova Bloody Sunday.

Nei giorni successivi arriva una pioggia di diffide sugli ultras genoani, ma questo non accontenta i nuovi Hammurabi che imperversano su giornali e tv. “I Daspo sono poca cosa, ci vorrebbe la galera per quelle bestie”. Il “tana libera tutti” lo dà proprio la degradazione a bestie: una volta che hai ridotto l’uomo a bestia nella percezione collettiva, il Terzo Reich insegna che hai la legittimazione a fargli di tutto. È razzismo, razzismo per bene, che si porta in società, meglio di un cardigan. Razzismo che va a braccetto con l’ennesima “linea della fermezza”, quella tracciata da Michele Serra:

“spalti deserti, evitati come la peste dalla gente perbene che non ama sentirsi ostaggio di bande armate. Non è un paese civile quello che rinuncia a tutelare gli onesti e i mansueti e li lascia in balia di chi vive di illegalità, ricatto, violenza. Gli ultras non sono più un problema di ordine pubblico, sono un problema di democrazia”.

Non basta la tessera del tifoso, combinato anticostituzionale di controllo poliziesco e marketing bancario, che ha interdetto agli ultras l’accesso al settore ospiti e presto impedirà loro completamente di entrare allo stadio. Qui li si vuole espellere dallo “Stato democratico”.

Missione difficile, vasto programma. Perché gli ultras non sono un gruppo etnico che si può rispedire a casa coi “respingimenti” o da internare in quei lager all’amatriciana chiamati Cie. Non sono una classe sociale che si può ridurre in schiavitù. Né una fazione politica che si può mettere fuorilegge. Missione difficile, vasto programma: per realizzarlo ci sono volute tante leggi speciali. Ora manca solo qualcuno che le applichi. E chi applica le leggi speciali? Le squadre speciali.

 

Appendice. Dal progetto “Minorities stereotypes on media” http://www.mistermedia.org/progetto :

Siamo in presenza di dinamiche che, nella letteratura scientifica, sono associate alla costruzione, simbolica e mediata, del nemico e del deviante. Nel 1972, Stanley Cohen pubblica Folk devils and moral panic , una ricerca sulla rappresentazione mediale di due subculture giovanili, etichettate come devianti, i Mod e i Rockers. Talvolta, specifici eventi o gruppi di individui vengono definiti come una reale minaccia ai valori e all’identità collettiva: si crea una situazione di panico morale, aumenta il senso di ostilità nei confronti del gruppo “ostile” che viene spesso etichettato (labelling) come nemico interno o esterno (folk devil), moralmente identificato come “cattivo”.

I media spesso costituiscono un potente volano del panico morale: il ricorso a rappresentazioni stereotipate ed enfatiche delle reali minacce crea un clima di forte mobilitazione emotiva nell’opinione pubblica, fornendo la scena entro la quale esperti, politici, e altre autorità definiscono la condotta dei “folk devils” come antisociale, proponendo analisi e soluzioni possibili.

Appare evidente come, di volta in volta, l’Altro di turno – il “musulmano terrorista”, il “clandestino”, il “rumeno criminale”, il “rom” – incarni nella rappresentazione quotidiana questa figura del deviante e del “folk devil”, giustificando (a partire da questa “alterità” mediaticamente costruita) stigmatizzazione del diverso, provvedimenti politici straordinari, forme di esclusione sociale, fino a prese di posizione e atti apertamente xenofobi.

 

LINK

Per Folk devil

ULTRAS FOLK DEVIL

Devianza

Folk devil:

VALERIO MARCHI

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Tessera-del-tifoso/8257

 

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