Slegai il cane (delitti esemplari sui banchi di scuola)

di Loris Rambelli

Vi parlo di un laboratorio scolastico: di un’esperienza effettivamente realizzata nella scuola. È un laboratorio “povero”, nel senso che non richiede preconoscenze, né strumentazione particolare. Non ci vuole proprio niente per allestirlo. Bastano un libro, Delitti esemplari di Max Aub, e la voce dell’insegnante.

Il quale, una bella mattina,  in un momento in cui percepisca che l’atmosfera è propizia (da  imponderabili indizi lo si può captare), tirerà fuori con aria indifferente il prezioso librino di cui sopra, lo aprirà a caso, come si fa con i testi sacri, e ne leggerà un segmento. Per esempio, questo:

 

Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente niente: perché non voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva effetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo picchiai: non ci fu verso. Gli altri bambini cominciarono a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l’appetito, finché un giorno non ne potei più, e, perché servisse d’esempio, lo impiccai all’albero del cortile.

 

Pausa di silenzio. I ragazzi potranno rimanere, a tutta prima, un po’ disorientati. Qualcuno ha lanciato un’occhiata fuori? Attraverso i vetri della finestra, ai rami degli ippocastani? Può darsi. L’insegnante, imperterrito, sfoglia le pagine, cerca un altro delitto, lo legge. Un altro, un altro ancora. A mano a mano che la lettura procede, i ragazzi cominciano a sorridere nelle pause fra un brano e l’altro. Sono attratti dal gioco invitante. Cominciano a condividere il punto di vista del narratore, che è poi l’assassino. Può capitare (anzi deve capitare) che comincino a scribacchiare su un foglio volante, su una pagina del diario, sul margine bianco di un libro di testo. È probabile che lo facciano direttamente sui banchi di formica, pazienza!. Finché qualcuno non avrà il coraggio di dire: «Ne ho fatto uno anch’io!». È il segnale. Nel gergo della programmazione didattica, l’obiettivo a breve termine è stato raggiunto. Da quel momento sarà difficile arginare una valanga di delitti, anche più cattivi, se possibile, degli originali di Max Aub.

Le prime vittime a cadere saranno gli insegnanti, naturalmente. Più che naturale, legittima difesa.

 

Aveva voluto ritirarmi la verifica, prima che io avessi finito, la Sclerotica! Questa non doveva farmela. La rabbia mi ribollì nel sangue, nelle mani, nel petto, nel cervello. Sapevo dove teneva l’accendino (era una fumatrice incallita). Indossava uno di quei vestitini di fibra sintetica che ci vuole un niente… le diedi fuoco.

Al trofeo di atletica la mia specialità era il lancio del peso. Avevo già la pesante palla in mano, la prof si trovava in una delle possibili traiettorie… La palla ha fatto tutto da sola, lo giuro.

 

Un solo assillante pensiero nel pomeriggio mi logorava la mente: quella maledetta verifica di storia. La notte mi diressi in via Castelletto numero tre. Il mattino dopo, supplenza! La verifica non si fece.

 

C’è proprio bisogno di dire che l’indirizzo (via Castelletto, 3) coincide esattamente con quello dell’insegnante di storia? Quello che non saprei dire, invece, è se lo studente avesse mai sentito la canzone di Sergio Endrigo, Via Broletto numero 34. Chissà.

 

Poi sarà la volta dei compagni di classe, dei coetanei, poi degli adulti in genere.

 

Mi prendeva in giro. Aveva solo tredici anni.

 

A rigore la sua testa, fra le sbarre della spalliera, in palestra, non avrebbe dovuto passarci, ma spingendo, spingendo…

 

Naturalmente fu la prima, nella gara di orienteering, ad arrivare alla casa pericolante. E naturalmente la casa le crollò addosso. La tappa nella casa pericolante nonc’era: l’avevo aggiunta io nella cartina.

Lo legai ad un albero e lo lasciai lì. Non era detto che funzionasse, ma c’erano buone probabilità. Il cielo era pieno di fulmini.

 

Non era cattiva. La sua faccia mi serviva per il teatrino delle marionette.

Diceva di avere la testa dura. Ma non a prova di martello.

Una volta presa confidenza con i ferri del mestiere, ci potrà essere la gara finale a chi riesce a usare  un minimo di parole, e allora i delitti diventeranno fulminei.

 

Slegai il cane.

 

Cadde…

Va precisato che quest’ultimo “testo” è inscindibile da uno schizzo a biro che raffigura una finestra spalancata con le tende svolazzanti all’esterno, gonfie di vento.

 

Io ho sempre visto i ragazzi divertirsi un mondo, soprattutto nella fase immediata dell’ideazione, quando prende forma la fantasia distruttiva. Come si vede, i moventi che scatenano la furia omicida, quando vengono dichiarati, assumono grande rilevanza soggettiva in contrasto con la loro esiguità oggettiva. In tribunale sarebbe un’aggravante, quella che va sotto il nome di “futili motivi”. Eppure la vita quotidiana mette ogni giorno (i ragazzi e noi tutti) alle prese con questi futili motivi, e ogni giorno ci arrabbiamo. Di solito, per fortuna, senza ammazzare nessuno. Tanto più che a farci arrabbiare sono spesso proprio le persone a noi più vicine. I delitti esemplari sembrano allora rappresentare un esercizio innocuo della collera. La violenza potenziale si trasferisce in un gioco  che ne disinnesca la pericolosità, perché interviene la magia a far sì che le conseguenze della violenza siano annullate. È una dinamica simile a quella dei cartoni animati,  in cui due rivali continuamente si fronteggiano e si combattono: alternativamente l’uno e l’altro subiscono danni fisici tremendi, devastanti, rimangono schiacciati sotto un rullo compressore e, ridotti a flessibili sagome di se stessi, scivolano lungo i muri o i tronchi degli alberi, ma subito dopo sono di nuovo vivi e vegeti, determinati ad attaccare l’avversario o a cercare di sfuggirgli, con alta probabilità di finire incapsulati, questa volta, nel classico barattolo vuoto che li trasforma in un cilindro e via di questo passo. Ma sempre recuperano l’aspetto normale. Il danno non è mai avvenuto. L’avversario (l’insegante, il genitore, il compagno di classe) nella realtà è di nuovo lì, a tollerare l’aggressività nei suoi confronti, senza morirne.

P.S. Per saperne di più su Max Aub vi consiglio il volume di Vittoria Biagini e Valentina Scaramozzino, Il delitto di scrivere. Due studi su Max Aub, a cura di Silvia Monti, Verona, Edizioni Fiorini, 2006.


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