HK – Graffiti come un koan

di Adam Thirlwell

L’altra settimana ero a Beirut e osservavo dei graffiti. Nessuna delle due cose è usuale per me. Era il tramonto e non avevo idea di dove mi trovassi. Su un muro erano dipinte due lettere: HK. Io le fissavo, perplesso. Di fianco ai bordi consumati delle lettere c’erano due poster spaiati di politici. (Perché le elezioni, dopo tutto, ci sono ovunque).  Ho osservato i due poster, per un momento. Poi sono tornato ai graffiti.

Questo è un breve saggio sui graffiti: o, più precisamente, su due graffiti come indizi per una teoria del caos.

Tempo fa mi sono imbattuto in un libro di fotografie – foto di automobili incollate su carta logora, con didascalie in arabo che specificavano il modello, l’anno e il colore, ma anche dettagli più sinistri come il numero di persone uccise dall’auto quando venne  trasformata in auto bomba. E’ stata la mia prima scoperta del lavoro dell’Atlas Group – un progetto ingegnoso e malinconico diretto da Walid Raad, con la collaborazione di un gruppo di artisti di Beirut.
E poi, l’altra settimana, ero seduto nel quartiere Hamra di Beirut e dalla finestra di un ristorante osservavo come il muro di fronte fosse decorato di poster bianchi e verdi – e siccome questa è l’era di internet abbiamo fatto una ricerca in Google e abbiamo scoperto che, oltre ad altre iniziative, quel pomeriggio ci sarebbe stata una camminata guidata fra gli edifici di Beirut. Ci siamo infilati nel gruppo, per quella passeggiata che era anche uno spettacolo di un altro membro dell’Atlas Group: Tony Chakar.
È per questo motivo che, un tardo pomeriggio, gironzolavo nel quartiere Achrafiyeh: un quartiere tranquillo su una collina. Avevamo appena oltrepassato un asilo (il Marmoset’s Garden): la cui facciata di cemento era punteggiata di fori di proiettili, poco profondi,  come cicatrici da acne. Subito dopo eravamo passati davanti alle St George Towers – un nuovo complesso di tre torri, il cui sito internet vanta la presenza di appartamenti arredati, una palestra in ogni edificio e parcheggio privato.
Le finestre erano minuscole e protette da inferriate. E poi dietro a un angolo c’era un muro e sul muro era stato scritto HK. E Chakar disse – ma io non riuscivo a sentire molto perché ero nelle retrovie, stavo facendo foto e prendevo appunti – che se vedevi quelle iniziali durante la guerra civile allora sapevi, disse lui, che la mattina seguente avresti trovato corpi nella spazzatura.
Ma io non sapevo ancora perché. Non sapevo cosa significasse HK. Ho chiesto a qualcuno di fianco a me. Nessuno lo sapeva.
Fossi stato solo avrei ignorato quelle iniziali. Non significavano niente per me. Così più tardi, perché questa è l’era di internet, ho scoperto che erano il simbolo di Elie Hobeika: il leader della milizia falangista libanese durante la guerra civile in Libano. Quelle iniziali erano quindi un’ostentazione delle uccisioni. Erano il segnale che le sue forze armate avevano il controllo su quell’area.
Non si può sapere tutto, chiaramente.  E la cosa non è poi così incresciosa. Non tutto, in fondo, è relazionato a tutto. Ci sono sempre piacevoli lacune e interruzioni. Ma a Beirut ho iniziato a pensare che questa ignoranza possa essere fatale. E se il caos che ci circonda fosse veramente un network di collegamenti infiniti? Così ho iniziato a inventare una ‘Cronologia della mia vita in base a cose delle quali non sapevo niente’. Il 21 Agosto 1982, per esempio, l’OLP ha lasciato Beirut. Il giorno dopo ho festeggiato il mio quarto compleanno. Il giorno successivo, il 23 di Agosto, l’OLP ha completato la sua ritirata.
Mi sono meravigliato di questo bizzarro confronto.  Ho camminato per i quartieri residenziali di Beirut osservando le scalinate che congiungono i diversi quartieri; i torrioni verticali fra i quali il mare orizzontale è incorniciato verticalmente; le scale costruite all’esterno degli edifici, così che le donne possano stare sedute fuori ma sempre rimanendo dentro. Era una città di minuscoli idilli: due ragazzine in strada che colpiscono una palla da tennis, avanti e indietro, con racchette da ping pong; il sandwich-shop Lala su Sassine Square dove si trovano i migliori panini col pollo alla griglia. E ancora Beirut come una storia di auto che si ripetono: la Citroën DS Pallas parcheggiata grandiosamente in strada; una Ford Taurus color blu cielo, i bassi pompati dello stereo di una morente Honda Accord.
Da una parte Beirut è una città ricca di glamour: il rosé di Ksara Sunset e i club sulla spiaggia. Dall’altra, Beirut è la città della tristezza. La sera prima, in un edificio conosciuto come ‘the Egg’ – una specie di dirigibile di cemento adiacente alla piazza principale di Beirut, un uovo di cemento su trampoli che era stato un cinema – ci siamo andati per vedere una mostra organizzata da Umam D&R. L’organizzazione è dedita all’idea di memoria collettiva. La mostra si chiamava Missing & In A Sea of Oblivion. In mezzo ai trampoli dell’uovo c’erano fotografie montate dai parenti di persone che erano scomparse durante la guerra civile. Di sopra, fra le rovine del cinema, girava un film del mare di Beirut.
Fra i trampoli, fra le macerie del cinema, questo sforzo di un opprimente memoriale era ossessionante. Ma mentre girovagavo al tramonto, il giorno dopo, ripensavo a cosa potesse voler dire avere una una memoria collettiva. Chakar diceva: “Non esiste una memoria collettiva”: esistono solo memorie personali, evanescenti e minuscole. E mi sono ricordato di ciò che mi aveva detto una donna che avevamo incontrato quel giorno – il problema della guerra civile è come ti complica la vita privata. Eri costretto a passare le estati un in bunker con i vicini che hai sempre odiato. All’improvviso non potevi più vedere il ragazzo del quale eri innamorata, e quindi immaginavi che quella fosse la più grande storia d’amore della storia. Il problema della guerra civile è che nessuno vince. E’ una sconfitta per tutti. E quindi la questione della memoria collettiva può essere soltanto individuale. Qualsiasi altra cosa sarebbe troppo carica di falsità. Perché la verità, alla fine, è caos.
Prendi un altro graffito. Era sul retro di un caseggiato, in una strada secondaria. Dietro di me c’era un parrucchiere tutto carino e un negozio luminoso che vendeva chincaglierie elettriche. Il (o la) writer si era firmato con Ph@. E il graffito diceva cosi: “ Dietro a questo muro nel 1988… non è successo niente!!”
Graffiti come un koan!
Perché il tuo primo istinto in questa città era di pensare che quindi, chiaramente, qualcosa di terribile era in realtà accaduto in quel preciso posto. Poi ti sei auto corretto e ti sei detto che quella era sicuramente una battuta ironica alla faccia di quelli che hanno cercato di trasformare questa città nel posto della tragedia totale: uno scherzo ai drogati di dolore. D’altra parte, però…

trad. Marco Piazza

 

articolo pubblicato sul Guardian il 22 Maggio 2010

 

http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut

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