Le dieci stelline

di Tommaso Giagni (Il suo romanzo d’esordio, L’estraneo, edito da Einaudi Stile Libero, è uscito l’8 maggio. Questo racconto è apparso su Il primo amore)

Nella fila di bambine, Giada non riesce a stare ferma, più alta delle compagne e più grossa ché il tutù le sta troppo aderente. Oltre la porta, suo padre i nonni le altre famiglie scricchiolii di seggiole mescolati al vocio che rimbomba nella grande sala. L’insegnante cammina per il corridoio avanti e indietro tra le bambine, sfiora i loro capelli, sussurra i passi da tenere a mente; soprattutto ce l’ha con Giada. La palestra non è quella che conoscono, il quartiere è lontano come andare fuori città, e tocca a loro – fra tutte le scuole danza di Roma che partecipano – esibirsi per prime. Giada però si ripete a mezza voce «Io ce la faccio» come ha imparato in questi mesi avventurosi.

Quando a settembre si è presentata per iscriversi, teneva la manina raggomitolata in quella forte di suo padre Franco. La responsabile della scuola l’ha fatta restare fuori («Aspetta qua, papà, che Papi parla ’n momento co’ la signora»), allora con gli occhi chiusi Giada s’è messa a volteggiare dietro una musica che veniva dal piano inferiore.
Intanto la donna si lisciava la tuta, senza guardare Franco:
– In questi casi, si sconsigli-
– Quali casi?
– La bambina è sovrappeso
– La bambina vuole fa’ danza
Poi i soldi dell’iscrizione sono passati di mano, Franco è uscito dalla stanza e incerta Giada gli è andata incontro, finché lui «Vediamola, ’sta sala da ballo, no?» ha trionfato e la bambina urlando gli s’è arrampicata al collo.
Il giorno dopo Giada ha fatto la prima lezione, ha conosciuto le undici compagne di corso, e talmente era concentrata sugli esercizi che non badava all’agilità di tutte, alla fatica in più che doveva fare lei. La chiamavano “Giadona” e “la Gigantona”, ma lei ascoltava i quattro quarti per non perderli.
Un giorno è caduta sul sedere, senza accorgersi di essere stata spinta – le bambine volevano sentire il botto sul linoleum, e tutte hanno riso invece di aiutarla. Giada ha detto «Io ce la faccio» e si è imposta una dieta, per diventare leggera e girare più svelta. Su una rivista nella sala d’aspetto del pediatra, alla visita per il certificato medico, ha letto che per dimagrire bisogna eliminare dolci e fritti. Ha preso a rifiutare pane e nutella, quand’era l’ora della merenda; le gambe sono rimaste cicciottelle, ma comunque si sente «più ballerina». È una tosta, lei: il padre Franco lo dice sempre, e mette in mezzo la storia che appena nata ha perso la madre.
Le lezioni si sono fermate per Natale; Giada ha trascorso le vacanze provando i passi in camera sua e lasciando il piatto vuoto dei carciofi in pastella che adorava. I mesi hanno poi ripreso a filar via, e l’annuncio del “saggio di mezza stagione” è arrivato come una sorpresa. Sul suo diario, Giada ha disegnato tanti cuori per tutta la pagina del 14 maggio: le “dieci stelline della primavera” avrebbero portato Il lago dei cigni nella grande palestra di un’altra periferia, in una serata di festa che avrebbe riunito tantissime scuole danza. All’uscita della lezione, si è fatta accompagnare dal padre a comprare un cd di Tchaikovsky.
A Franco non è piaciuto che sul manifesto fosse scritto “dieci stelline”: sua figlia e le altre bimbe erano dodici. Non ha detto niente, soltanto ci pensava ogni volta che Giada prima di dormire chiedeva di sentire Il lago dei cigni nello stereo. Un pomeriggio che c’era un altro turno – le ragazzine più grandi – Franco s’è presentato alla scuola danza, e ha preso l’insegnante da parte:
– Perché so’ dieci?
– È un limite che ha messo l’organizzazione, vale per tutte le scuo-
– E loro so’ dodici, come se fa?
– Dobbiamo scartarne due, per regolamento. Anzi: una, ché Marzia ha la varicella e non potrà recuperare.
L’insegnante guardava di continuo la sala, oltre la porta, dove le allieve in attesa facevano la ruota.
– E chi sarebbe, questa una?
– Quella che sta più indietro è Giad-
– Provace: – ha ringhiato l’uomo – se ce provi, te sparo –.
A lezione, il giorno dopo, Giada e le altre bambine hanno ricevuto un biglietto colorato, con le indicazioni per raggiungere la palestra del saggio; «Datelo ai vostri genitori, eh» si è premurata l’insegnante. Oltre a Marzia, quel giorno era assente solo Regina, e la bambina scartata è stata lei.

Franco ha guidato quasi dieci chilometri, con le scarpe eleganti e la giacca che faceva caldo. Da Roma sud-est la macchina s’arrampicava verso ovest; via via il sole tramontava pure, ma sempre alle spalle. Giada era persa nell’incanto: non levava gli occhi dalle palazzine dodici piani e gli sfasciacarrozze, intanto che da fuori lo zaino tastava i contorni delle scarpette. Il quartiere è grossomodo identico a quello loro, ma la bambina – quando hanno parcheggiato – carezzava i muretti scorticati come fossero pietre preziose.

«Io ce la faccio» sorride Giada, così grossa nella fila di bambine, e quella è la bellezza.
La porta si apre, l’insegnante dà il via per entrare, il rumore della palestra arriva fortissimo nelle orecchie, Il lago dei cigni attacca a suonare, Giada fa un sospiro più profondo e le gira un po’ la testa, e quando mette piede nella sala i flash accecanti fotografano anche lei.

 

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