Svaniloqui

di Franz Krauspenhaar (Brani tratti da Tornogiovedì)

La morte dello chef

Mia madre mi disse che il famoso chef della televisione era morto. È morto, disse, è del 1967, disse, così, come sempre, quando apprendo della morte di qualcuno più giovane di me, rabbrividisco leggermente. Come lo sai? le chiedo. La direttrice dei programmi, risponde mia madre dal plaid, ha detto proprio rivolta a lui che dovunque lui sia lo salutiamo con tanta gratitudine. Ho subito controllato su Google perché della televisione non mi fido, inventano morti continuamente, sono convinto che Steve Jobs, dato per morto dalla televisione di recente, in realtà sia vivo e si goda i suoi cinquantasei anni in Paraguay come un gerarca nazista. Infatti su Google non risulta nessuna morte del famoso chef della televisione, anzi pare più vivo che mai, c’è una ricetta della granseola al vapore con mousse di granchi e a corredo la foto di lui sorridente, giovane e sornione che mi guarda dritto negli occhi con una vitalità difficilmente riscontrabile in un altro essere umano.

 

Tumulato qui

Una volta terminato il libro faccio un sospiro di sollievo. Mi sento anche un uomo migliore, perché ho resistito a una nuova tortura. Passo a compilare il censimento, mi chiedono se abitavo qui anche nel 2009 e nel 2006, dal 2 all’8 ottobre. Avrei voglia di scrivere: abito qui dal 10 dicembre 1966. Ma all’Istat si metterebbero a ridere, ci scommetto. Penserebbero che sono pazzo, ad aver sprecato la mia vita qui, quasi tutta, sempre girando come un animale tra questi muri. Questi muri trasudano così tanto di lei che dovrebbero tumularla qua, mi direbbero. Sarebbe sublime, risponderei senza esitare.

 

La manifestazione culturale

La manifestazione culturale di quest’anno è stata splendida. C’erano tutti. Hanno letto le loro cose, sono intervenuti, hanno parlato della città come mai era successo. Le loro parole valevano qualcosa. È stata una grande esperienza aderire a tutta questa unanimità. Alla fine sei tornato a casa e – non ti succedeva da un paio d’anni – ti sei fatto una canna.

 

La famosa scrittrice

La famosa scrittrice si è girata e mi ha sussurrato: “Sono stata benissimo.” Non ho capito perché parlava al passato. Io sentivo ancora birra in corpo, eravamo nudi, ancora eccitati. Eppure la famosa scrittrice già era avanti a tutto, già registrava il fatto come un’occorrenza avvenuta. Ero entrato nel suo libro immenso fatto d’esperienze le più varie, e forse avrei guadagnato, col tempo, un capoverso nel canyon dei suoi capitoli.

 

Davanti

Davanti a una Mondadori oggi ho visto uno che sembrava Saviano, ovviamente non era Saviano, era un altro, però poteva starci Saviano davanti alla Mondadori dietro casa mia, solo che non lo vedrò mai, Saviano non sta davanti alle Mondadori parlando a voce alta, mai.

 

Il preside

È uscito il nuovo romanzo di Fabio Volo e la gente fa delle code lunghissime per farsi firmare le copie, oggi ero alla Feltrinelli e c’era un tipo che firmava copie a una coda non lunghissima ma certo nemmeno corta, non riuscivo a capire chi fosse, che fosse Fabio Volo non era possibile perché la coda non era lunga almeno un chilometro in linea d’aria, poi ho visto una specie di striscione al collo di una signora di mezza età con su scritto Carofiglio, qualcuno lo chiamava per nome di battesimo, erano emozionati come davanti al preside, una volta da bambini.

 

La compagnia

Sono andato al cimitero ma le tombe dei miei morti non c’erano più. Ho chiesto a un impiegato. “Sono stati trasferiti”, mi ha risposto. Ma non sapeva dirmi di preciso dove. “Aspetti, forse hanno superato il Purgatorio”. Gli ho chiesto se non fosse impazzito. Uno è morto vent’anni fa e l’altro quindici, uno aveva una certa età e l’altro era giovane, come possono essere andati via dal Purgatorio insieme? “Per farsi compagnia anche dopo”, ha risposto l’impiegato.

 

Saviano e il fantasma

Saviano oggi mi ha riconosciuto, ha fatto il gesto dell’incularella ma era un altro, non era lui, ecco perché mi ha riconosciuto. Sono stato riconosciuto dal sosia di Saviano, questo è il fatto sublime. Certo, per me che l’ho conosciuto davvero in un’altra era geologica è triste, mi piacerebbe fare due chiacchiere con lui, ma non lo sento da parecchi anni. Ho capito che io sono uno scrittore per semisconosciuti, che pratica e frequenta solo colleghi semisconosciuti. L’altra sera in Galleria mi è parso di vedere Tommaso Landolfi, ovviamente era un altro. Forse, ho pensato, potrei essere un fantasma, ma me ne mancano i titoli. Ho pubblicato dieci libri e un fantasma, come quello di Varese degli inizi degli anni Settanta, non aveva pubblicato nulla prima di sparire. Una volta un mio amico medico mi disse che se non mi davo da fare potevo fare la stessa fine di quel lontano fantasma. Invece sono vivo, l’anno prossimo uscirà il mio undicesimo, un romanzo, sono quasi le sei di sera e nell’appartamento vicino al mio stanno staccando i pavimenti vecchi per mettere quelli nuovi.

 

Nuda sotto

Ha sempre avuto il desiderio di andare a letto con una morta. Certo non una morta decomposta, bensì una morta ancora decentemente tiepida. In modo da sentire la carne ancora dolce sotto le sue carezze. “Sei nuda, sotto?” le avrebbe chiesto accarezzandola, dopo averla poggiata per terra accanto alla bara aperta. Non si aspettava una risposta, certo, ma nella sua testa immaginò che lei gli sorridesse con aria complice.

 

Steve Reeves, Low-Carb a basso costo Workout Drink

Ormai – come si suol dire – alla canna del gas, non avevo neanche i soldi per comprarmi il Gatorade prima dell’allenamento. Così, appassionato dei peplum e del grande Steve Reeves, trovai su internet la ricetta del suo beverone da allenamento a basso costo:

1/2 gallon of water. 1 / 2 litro di acqua.

1/2 cup of lemon juice. 1 / 2 tazza di succo di limone.

3 tablespoons of honey. 3 cucchiai di miele.

Era fantastico. Risparmiavo 1 euro e 50 a seduta e non avevo bisogno nemmeno degli snack energizzanti ogni tanto (costo 2 euro). Ero felice. Mi sembrava di avere molte più energie, più birra in corpo, e ci davo dentro come non mai. Ora prego perché la mia anima sia salvata. Posso bere raramente, e solo acqua semplice. L’ospedale mi fa male, un male di ferro a tutto il corpo.

 

Porto Cervo

Il fruttivendolo dei vip della mia zona somiglia un po’ a Chaplin e un po’ a Hitler. Ha uno sguardo perso, trotta in bicicletta trasportando sul portapacchi cassette di frutta vuote. La moglie ha una cesta di capelli ricci e la pelle della faccia crepata da pluridecennali abbronzature. Non ho mai comprato nemmeno un’arancia, da lui. Una volta passando ho orecchiato un suo discorso a una cliente,  diceva che Porto Cervo era diventata volgare, che non era più il paradiso esclusivo di una volta.

 

Un aperitivo

Se sgrana gli occhi quando ti porge la mano è una troia, disse Ambrogio strizzando l’occhio. Gli aperitivi furono serviti, Enzone sapeva fare bene il suo mestiere, con quella sua abbronzatura color mattone che faceva un bell’effetto sorgendo dalla giacca bianca immacolata da cameriere. Due stuzzichini, mister? Che bello era essere lì, ancora una volta. Ma che Zucca e Zucca, ma che Cipriani, dall’Enzone in Porta Volta si usciva senza tradimenti, il dopolavoro era tutt’altro che ferroviario. Ma non dirne più, va là, dice Nunzio ad Ambrogio. Ma che stai a dire, pirlone, quelle fighe sgranano tutte gli occhi. Appunto, dice Ambrogio guardando l’Enzone in piedi dietro al banco, le braccia conserte, il pensiero altrove.

 

La figlia del fruttivendolo

Il fruttivendolo dei vip della mia zona ha una figlia sui venticinque che si presenta ogni tanto vestita da Cavalli o roba simile, insomma acchittata da paura, le unghie laccate e le labbra a canotto e i capelli un po’ giungla addomesticata, e guardando i genitori in grembiule e tutti due con la matita sopra l’orecchio destro come ai vecchi tempi, forma sulla bocca botulinica una smorfia di disgusto quasi animalesca. Quando viene è per battere cassa, così la madre – di solito lei, perché a lui sborsare piace poco – apre il cassetto mezzo sfondato e tira fuori due o tre banconote da cento, la figlia ringrazia con la sua voce nasale da presidentessa milanese, raggiunge il suo spiderino e sparisce, mentre i due continuano a muovere cassette della frutta con una patina di disperazione che li avvolge come un domopack invisibile.

 

Le giornate

La mattina è sempre il momento peggiore della giornata. I lamenti della moglie, costretta a letto da una malattia senza speranza. Il figlio che si prepara per andare a scuola, e lui vagheggia che in un raptus simile a quello di Novi Ligure faccia a pezzi la povera moglie e lo liberi di quella vita grama. Il lavoro, stantio, sempre simile a quello del giorno prima. Il ritorno a casa nel traffico, gli strombazzamenti. La cena, che prepara lui mettendo insieme una minestra con due carabattole fritte comprate dal rosticciere di fronte. E una volta la settimana la visita alla puttana: una volta la Gianangela, esperta, dell’estremo nord, con una storia familiare alle spalle di delitti e castighi relativi. La Jackie, cinese senza permesso di soggiorno, simpatica da penetrare perché ancora una strettoia. Nunzia, la meridionale dal sorriso strano, perché alla guancia sinistra tiene il “ricordino” di una coltellata.

 

Il sogno vecchio

Guarda la Champion’s League, poi il telegiornale, poi un film su Sky. Si addormenta con il pensiero in un sogno che non c’è più, perché anche i sogni invecchiano e muoiono, anzi sono i primi a sparire dalla nostra vita.


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