L’ombra sul muro

di Ezio d’Errico (Agrigento, 1892 – Roma, 1972. Pittore, drammaturgo, narratore, uomo dai mille mestieri e dalle tante vite, è stato uno dei maggiori esponenti del poliziesco italiano degli anni Trenta. Autore delle inchieste del commissario Emilio Richard, tutte ambientate in Francia, ha diretto le riviste «Giallo» e «Crimen». Il racconto L’ombra sul muro è apparso nel 1959 su un settimanale romano e non è mai stato stampato in volume. Vicolo Cannery ringrazia gli eredi di d’Errico per la concessione a pubblicarlo. Dello scrittore torneremo presto a parlare. Nel frattempo segnaliamo l’uscita dei saggi Ezio d’Errico: paura e fascinazione, Pirani Bibliografica Editrice che Loris Rambelli ha dedicato a questo “pedone hors catégorie, non catalogabile sulla scacchiera” delle patrie Lettere).

Il giudice istruttore era di fisico minuto, con spalle strette che la giacca nera rendeva più misere. Aveva i capelli lisci incollati sul piccolo cranio dalla fronte sfuggente e il musetto appuntito, così da suggerire l’idea del topo. Anche le sue mosse, quando si alzava per sgranchirsi le gambe o andava con un lungo ferro a sfrugagghiare sotto la griglia della stufa di ghisa, erano caute e furtive come quelle di un animaletto ammaestrato, e il padrone della locanda, un tipo corpulento dal respiro rauco, lo seguiva in ogni mossa con la blanda curiosità di un grosso bove che osserva l’andirivieni di un minuscolo roditore.

«Voi confermate che nessuna camera dell’albergo porta il numero tredici?»

«Ve l’ho già detto, signor giudice. Quando ero ragazzo, ricordo perfettamente che le ultime due camere del secondo piano, quelle del corridoio, erano la dodici e la tredici. Poi, dopo la faccenda del violinista, mio padre cambiò il tredici in quattordici. Il nostro è un piccolo paese di montagna, i viaggiatori sono rari, bisogna evitare ogni riferimento sgradevole.»

Il giudice restò un momento silenzioso (ma le due zampine rosse che gli uscivano dai polsini inamidati seguitavano a riordinare i lapis, le penne e gli scartafacci allineati sul tavolo, con una insistenza e una meticolosità ossessive), poi buttò là: «State ripetendo un’opinione di vostro padre?».

«Certo, signor giudice, ma anch’io la penso così, benché siano passati trentacinque anni. Viaggiatori superstiziosi se ne trovano anche oggi, anzi sono sempre gli stessi, perché il nostro paese non è cambiato.»

«In che senso?»

«Voglio dire che non abbiamo risorse come sarebbero i campi per sciare o altre attrattive. Da noi vengono soltanto i rappresentatnti di commercio che riforniscono le botteghe e qualche alpinista principiante, perché senza bisogno di chiodi e di corde può offrirsi la passeggiata del Pizzo Argioi e convincersi di aver fatto un’ascensione.»

«E non vi ha meravigliato veder due stranieri, che non erano né rappresentanti di commercio, né scalatori di montagne, giungere nel vostro albergo di questa stagione?»

«Prima di tutto non sono venuti insieme, e poi il signor ingegnere non è uno straniero, è uno svizzero del Canton Ticino. Parla l’italiano come noi, con un certo accento lombardo.»

«E la signora Dobrescaja?»

«Non ho avuto quasi il tempo di vederla. Quando arrivò c’era mia moglie al bureau, e fu lei che prese le generalità dal passaporto. Poi la signora si chiuse in camera con le sue due valigie e non volle scendere in camera da pranzo…»

«E la cameriera Rosaria l’ha sempre vista fumar sigarette e leggere dei libri russi» completò il piccolo giudice con un sospiro. Poi si tolse gli occhiali, li pulì lentamente col fazzoletto, e gli occhi che senza le lenti avevano cambiato espressione, si girarono verso la finestra quadra dai doppi vetri. Qualcuno dal di fuori si era messo a spazzar la neve dal davanzale, probabilmente con una paletta metallica perché giungeva a tratti uno stridìo soffocato che provocava una smorfia di sofferenza nel musetto appuntito del giudice.

Il padrone della locanda manco se ne accorse. Era abituato ai rumori, al freddo, alla solitudine di quell’alberguccio, e non poteva immaginare che il giudice ci si trovasse a disagio. Il giudice non beveva grappa, non fumava la pipa, non apprezzava la cucina a base di lardo e di formaggi piccanti; forse perciò non poteva capire. Oltre tutto, il giorno stesso dell’arrivo, il cancelliere gli si era messo a letto con la bronchite, e il maresciallo dei carabinieri, sceso al capoluogo di provincia per riferire sulla morte della signora russa, era rimasto bloccato dalla neve a metà strada. Ogni tanto la sua voce gorgogliante giungeva attraverso il filo telefonico per dire che lo spazzaneve aveva un guasto, e che si aspettavano certi spalatori da un comune limitrofo.

Erano tre giorni che il piccolo giudice si sentiva prigioniero di un mondo ostile, alle prese con una storia assurda, inverosimile, aggravata da quella specie di inerzia montanara, fatta di ignoranza e di innocenza, che lo esasperava.

Non aveva mai pensato che l’ingegnere svizzero c’entrasse per qualche cosa nella morte della Dobrescaja. D’altro canto questo professionista inviato da una società di costruzioni per studiare la possibilità d’impianto di una teleferica, avrebbe dovuto rientrare in sede proprio il giorno in cui il giudice era arrivato, ma si era affrettato a fare un telegramma, procrastinando la sua partenza finché al giudice fosse piaciuto.

L’appuntato dei carabinieri era fin troppo zelante. Ogni mezz’ora faceva capolino in quella stanzaccia di piano terra dove il magistrato aveva stabilito il suo quartier generale, per chiedere se c’erano ordini. Il parroco, che aveva benedetto la salma (senza preoccuparsi troppo di quale religione fosse stata la defunta) s’informava due volte al giorno sulla salute del cancelliere. Il medico condotto, la guardia comunale, la maestrina del villaggio avevano fatto a gara per rifornire il giudice di carta, penne e lapis… Tutta brava gente dal corpo massiccio, dai gesti lenti, che avevano la stessa cadenza nella parlata grave, la stessa espressione dolce e un po’ sciocca negli occhi bovini.

Tuttavia il piccolo giudice dalla testa di topo si sentiva a disagio. Circondato da attenzioni, certo, ma anche osservato, sorvegliato e forse giudicato da quei montanari, che probabilmente erano senza malizia, ma a lui sembravano chiusi e diffidenti.

 

***

 

Per scrupolo si arrampicò ancora una volta lungo la stretta scala di pietra che portava al secondo piano. Ogni volta infilava il cappotto e si avvolgeva la sciarpa di lana attorno al collo, ma aveva freddo egualmente, e si sentiva ancora più estraneo, così infagottato, mentre gli altri portavano soltanto la giacca di fustagno, e la serva Rosaria addirittura le braccia nude che sembravano due salsicciotti color rosso viola.

Percorse il breve pianerottolo, girò il corridoio e si trovò davanti alle due camere. La dodici era chiusa e la quattordici, che dopo la morte della russa era rimasta aperta, sembrava ancora più squallida, con le due sedie capovolte sul tavolo e il materasso arrotolato sul letto.

Entrò, si chiuse l’uscio alle spalle e accese la luce. Aveva già fatto l’esperimento un mucchio di volte. E anche in quel pomeriggio, avvicinandosi ai vetri dell’unica finestra, per quanto la sera non fosse ancora calata, vide la sua ombra disegnarsi nettamente sul muro di fronte, un muro bianco, liscio, che si ergeva a circa tre metri. Di notte, l’ombra era ancora più visibile, e su questo punto la testimonianza dell’ingegnere concordava. Il disaccordo era di genere talmente assurdo che il piccolo giudice non voleva nemmeno prenderlo in considerazione, ma da quel funzionario preciso e meticoloso che era, non ci sarebbe passato sopra finché il teste non avesse ritrattato quel particolare con una dichiarazione inequivocabile.

Perciò andò a bussare alla camera numero dodici.

L’ingegnere, un uomo di mezza età, nerissimo di capelli e di sopracciglia, col viso simile a una incisione sgorbiata nel legno, gli apparve come sempre in maniche di camicia (e sì che in camera aveva nient’altro che una misera stufetta elettrica) ma vedendo il giudice, subito s’infilò il giaccone di cuoio che gli serviva anche per le escursioni.

«Vogliate scusare il disturbo» borbottò il magistrato con un’occhiata in tralice verso il tavolino dove era aperto un volume di geologia. Intanto si toglieva la sciarpa di lana, tossicchiando per il fumo della pipa che rendeva azzurra l’atmosfera.

«Prego, prego… Forse c’è troppo fumo. Volete che apra la finestra?»

L’ingegnere aveva una voce grave, baritonale, che ben s’accordava col suo viso serio, legnoso, col suo corpo alto e quadrato.

«Non ce n’è bisogno. Fumavo anch’io una volta» millantò il giudice, e intanto s’avvcinava alla finestra per guardare il muro di cinta che era atrettanto liscio e bianco del tratto visibile dalla stanza vicina, e poiché aveva lasciato la luce accesa, potè ancora una volta controllare come fosse visibile il riquadro proiettato dalla finestra della camera quattordici.

«Avete riflettuto?» chiese il giudice ripulendo con una delle sue manine il vetro che si appannava per il fiato.

«Sì, signor giudice, ma ma non ho trovato nessuna spiegazione plausibile.»

«Con questo volete dire che rimanete fermo nella vostra primitiva deposizione? Pur dovendo riconoscere che è assolutamente inaccettabile…»

«Me ne rendo conto, e mi sarebbe facile ammettere che quella sera ero ubriaco o che ho sognato. Disgraziatamente bevo pochissimo e non sogno mai, nemmeno quando dormo.»

«Volete riferirmi ancora una volta le vostre impressioni di quella sera, ripetendo i gesti che avete fatto rientrando in camera?»

«Volentieri… Sono arrivato con la corriera delle quindici e trenta. Dieci minuti dopo entravo in questa camera accompagnato dal padrone della locanda. Ho messo la valigia su quella sedia e sono ridisceso per bere un caffè. In sala da pranzo ho trovato la guardia comunale, che era stata già avvertita del mio arrivo e che mi fornì tutte le informazioni sulla zona nella quale avrei dovuto compiere i rilievi…»

«La signora russa era già arrivata?»

«Certo, con la corriera del mattino, ma io non potevo saperlo. Il padrone dell’albergo mi disse: “Vi darò una delle camere del secondo piano, sono le migliori”. Credetti che fossero più di due…»

«Perché?»

«Perché prima di salire eravamo passati davanti alle camere del primo piano, ed io avevo letto i numeri sei, sette, otto, nove, dieci e undici…»

«Ammettete quindi di essere salito al secondo piano suggestionato da quelle cifre…»

«Suggestionato forse è troppo, ma ammetto che entrando nella prima camera, e notando che aveva il numero dodici, pensai che la successiva fosse la tredicesima.»

«E ne foste contento?»

«No… non sono superstizioso.»

«Dopo aver chiacchierato con la guardia comunale siete risalito.»

«Non subito. Si era fatto tardi e ho preferito restare vicino alla stufa, dove mi è stata servita la cena.»

«A che ora siete risalito?»

«Alle ventidue. Ho acceso la luce (l’ingegnere parlando girò la chiavetta dell’interruttore), ho aperto la valigia. Ho tirato fuori gli oggetti di toilette, i libri (l’ingegnere rifaceva i gesti con la precisione un po’ meccanica di uno scolaro diligente), finalmente mi avviai alla finestra e vidi la mia ombra sul muro. Vidi anche il riquadro luminoso della camera vicina…»

«Senza nessuna ombra?»

«Senza nessuna ombra.»

«Sapevate che si trattava della camera occupata dalla signora Dobrescaja?»

«Non potevo saperlo. Infatti, quando ritornando alla finestra vidi nel riquadro luminoso l’ombra di un uomo che suonava il violino, mi meravigliai soltanto di non sentirne il suono, e rammento che dissi a me stesso: “Le case di montagna hanno sempre mura di pietra molto massicce. Questa riflessione sta a provare che non ero ubriaco e che non sognavo.»

«Andate avanti.»

«Poi vidi illuminarsi l’altra finestra…»

«Alt! Venite qui.»

«Eccomi, signor giudice.»

«Mostratemi il punto, nel muro di fronte, dove avete visto il riflesso della terza finestra.»

«Alla nostra sinistra, signor giudice.»

«Quindi avete avuto l’impressione di essere al centro di due camere illuminate?»

«Esattamente. E siccome sapevo di occupare la dodici, pensai che il violinista occupasse la camera numero tredici, e l’altra fosse la quattordici.»

«In realtà quella di destra era la quattordici, o per lo meno lo è da moltissimi anni, e a sinistra, come voi stesso potete constatare, non ci sono finestre illuminate perché non ci sono camere.»

«Naturalmente, signor giudice. Ma io vi riferisco l’impressione di quella sera, e quella sera vidi sul muro la proiezione di tre finestre illuminate.»

Seguì un altro silenzio. L’ingegnere era visibilmente imbarazzato. Il giudice, quasi per darsi un contegno, si era messo a sfogliare il volume di geologia. Erano due persone serie, due uomini onesti abituati a svolgere funzioni precise sui binari delle leggi (non importa se naturali come quelle che regolano lo slittamento dei ghiacciai o il corso dei fiumi, o scritte dagli uomini come gli articoli del Codice). Forse non erano dotati di molta fantasia. Abituati all’analisi, i loro cervelli si rifiutavano alla sintesi da cui unicamente può scaturire l’intuizione. Perciò si sentivano imbarazzati: quasi vergognoso l’ingegnere per dover difendere una versione assolutamente irrazionale, e altrettanto a disagio il giudice che quella versione non poteva accettare.

Si lasciarono senza dirsi nulla, senza guardarsi, arrossendo un poco, da quelle persone bene educate che erano, per la freddezza di un distacco che tuttavia si accordava col paesaggio squallido, col cielo di piombo, col gelo di quelle camere dal numero sbagliato.

Perché, a pensarci bene, se ci fosse stata una camera numero tredici…

 

***

 

«Se ci fosse stata una camera numero tredici, avrei concluso ugualmente con un non luogo a procedere» affermò seccamente il giudice battendo una matita sul legno della scrivania.

Dalle finestre giungeva il brusio della gran città e il soffio caldo, quasi polveroso, di un tramonto d’estate. Il piccolo giudice era sempre correttamente vestito di scuro, ma una camicia colorata lo ringiovaniva. Inoltre il suo ufficio era molto più confortevole della stanzaccia di piano terreno dell’abergo di montagna dove, per sua confessione, aveva passato la settimana peggiore della sua vita.

Il giornalista dai capelli un po’ brizzolati e dal viso arguto, che fumava una sigaretta dietro l’altra semisdraiato sul sofà, sorrideva divertito. Quasi coetanei e compagni di scuola, erano rimasti amici per quanto non andassero d’accordo quasi mai, ma li legava, oltre che la stima reciproca, anche la strana attrazione quasi magnetica che talvolta si forma tra i poli opposti della natura umana.

«Tuttavia» disse il giornalista in tono volutamente leggero «hai dovuto accettare la tesi del suicidio senza esserne profondamente convinto.»

«Era l’unica ipotesi ammissibile» borbottò il giudice. «E poi non è la prima volta che i suicidi usano mezzi strani per attuare il loro proposito. La casistica giudiziaria ne è piena…»

«Ammettiamo dunque che la sinora Dobrescaja, profuga russa, non soltanto abbia sentito il bisogno di scegliere un ignoto alberguccio di montagna per uccidersi, ma l’abbia fatto con una corda di violino stretta a cappio intorno alla gola.»

«C’è un referto medico agli atti. Nessuna impronta che non fossero quelle della donna…»

«Tu stesso hai potuto accertare che la russa è morta nella stessa camera numero tredici, sia pure truccata in camera numero quattordici, dove molti anni prima suo marito, il violinista russo Barianov, si era ucciso nello stesso modo.»

«Lo avrei accertato se negli archivi giudiziari ci fossero ancora le istruttorie di trentacinque anni fa, ma, come sai, dopo trent’anni gli incarti processuali di tutte le faccende passate in giudicato vanno al macero.»

«Va bene, hai dovuto accontentarti delle notizie raccolte in paese. Ma si tratta di notizie confortate da testimoni di indubbia fede. L’arciprete, il segretario comunale e persino il padrone della locanda, anche se era un ragazzo quando si trovò il violinista impiccato.»

«Anche se ci fosse una correlazione fra il suicidio del violinista e quello della Dobrescaja, non vedo perché…»

«No, no… Lasciami finire. Il violinista si è ucciso perché abbandonato dalla moglie che egli adorava pazzamente. Lo ha lasciato scritto…»

«Dicono i testi. Negli archivi giudiziari…»

«Al diavolo i tuoi archivi!» scattò il giornalista. «Quello che voglio farti rilevare è che non si attendono trentacinque anni per avere dei rimorsi…»

Il piccolo giudice si strinse nelle spalle: «Che ne sappiamo… una donna, e per di più russa… In ogni modo non potevo certo incriminare l’ingegnere svizzero per l’uccisione di una straniera che egli non aveva assolutamente mai visto…»

«Chi ti dice che dovevi incriminarlo.»

Il giornalista si alzò e andò a piantarsi a gambe larghe davanti alla finestra. Non c’era nessun muro, ma soltanto una piazza illuminata dal sole al tramonto, e i tram che scampanellavano, le automobili e la folla.

Impossibile in quel paesaggio brutalmente realistico, ricostruire l’atmosfera di un albergo di montagna sperduto tra le brume. Il giornalista lo sapeva bene e perciò fumava stizzosamente.

Anche il piccolo giudice, pur vittorioso sul terreno della logica alla quale si teneva aggrappato come un naufrago all’unico rottame disponibile, non era per nulla soddisfatto. Proprio per nulla.

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