Sfonda-mento

di Fabrizio Gabrielli (brano tratto da Sforbiciate, edito da Piano B edizioni)

Oh oh oh oh, che centrattacco!
Oh oh oh oh, tu sei un cerbiatto
sei meglio di Levratto
ogni tiro va nel sacco
oh oh oh, che centrattacco!

Quartetto Cetra

 

Il dolore se lo conosci, se t’ha già morso, impari a difendertene, a sentirlo sopraggiungere, il dolore: ne avverti il fetore. Spezza i ramoscelli, col suo incedere di bestia braccata, calpesta le fragole e scheggia la corteccia degl’alberi di limone: e se poi ti scorge, mannaggiallui, con l’occhio iniettato di sangue, ti punta; ti carica; viene per farti male, nuovamente, il dolore.

 

Un batuffolo, un batuffolo di cotone: piglialo e umettati il volto, il volto sanguinante, tampona la ferita. Ti fa male? Certo, che fa male. Impari a conoscerlo così, il dolore: quando ti leccano via il sangue dagli squarci. Poi, di lì in avanti, è tutto decisamente diverso: hai la consapevolezza. Ed è come un’altra tacca sulla pistola, un ulteriore sgarro nell’anima, la consapevolezza.

 

Virgilio è felice, quand’è ragazzino, si sente una gioia dentro se vede il mare, che gli viene da pensare: meglio di me nessuno, altro che Dante. Poi si gira verso Aldo, piglia questa! grida, e lancia un’arancia. Aldo, con uno stop di petto elegante, la blocca, la lascia rimbalzare un po’ sulle ginocchia, le assesta un calcione che la manda in frantumi, ne fa spremuta. Con gli schizzi sulle maglie e schegge di felicità conficcate negl’occhi ridono, Virgilio e Aldo, ridono come non ci fosse un domani, finché la pancia fa male e c’è da slacciarsi le brachette, e farla sul muro, per non bagnarsi nelle mutande.

Anche a Etiénne che gliene frega, a lui, del dolore: c’è il verde delle colline, e le trote da pescare nell’Esche, nel cuore del Lussemburgo. Si lasciano catturare con meno ritrosìa, le trote, quando sei un ragazzino. È come se gli facessi pena.

 

Virgilio Felice, omen nomen, la sera quando torna a casa trova la cinghia che lo aspetta. Antò, suo padre, fa il calzolaio, e nello scaffale in fondo, vicino alle suole, sotto alle stringhe: le cinghie. T’avevamo detto di guardare Pierino. L’hai fatto? Sempre a pensare al pallone: il pallone il pallone il pallone. E le scarpe: guarda come l’hai ridotte, queste scarpe. Ma tanto che te ne frega a te, sì, io aggiusto, io pago, io sopporto. E Maria Beatrice, che s’è sbucciata un ginocchio: tu dov’eri? E giù cinghiate. Dante, guarda Dante, lui sì ch’è un ragazzino perbene, giudizioso. Tu, invece, tu: canaglia! Il dolore, se lo conosci, se la cinghia già t’ha accarezzato la schiena, impari a sentirlo sopraggiungere, ne avverti il fetore. Il dolore, per Virgilio Felice, in quei momenti un po’ più Virgilio e un po’ meno felice, puzza di cuoio stantìo. E dopo le scudisciate, Antò, accende una candela e passa tuttanotte a riparare gli scarpini. Al mattino, Virgilio le ritrova sul davanzale, rattoppate e invitanti, una punizione che si rinnova perennemente. Il cuoio porterà altro cuoio, dai piedi risalirà fino alle natiche, in un valzer di contrappassi ineluttabili.

 

Etiénne fa le corse, e arriva sempre ultimo. Etiénne scrive il tema, ed è sempre il peggiore della classe. Etiénne è cicciottello, morbido come un batuffolo, un batuffolo di carne e cotone, come il cognome che si porta appiccicato tra i capelli, sotto al cappello: Bausch. E allarga le braccia, tuttammé, pensa, poi cammina verso il fiume, si siede con la sua lenza, e attende. Quando giuocano al calcio, nel cortile di scuola, si mette tra i pali. Siede in terra, e attende. Sembra fatto apposta per lui, il ruolo del portiere: una vita ad attendere, e a fare muro alle gioie degl’altri, per essere felice. Come un batuffolo che tampona le ferite, è inutile e indispensabile a un tempo.

 

Vado, dice Virgilio, quattordici anni. Ma dov’è che vai, controbatte Antò.

No, pà, non hai capito: vado al Vado. Per ora. Domani chissà.

Quando l’ha raccontato a Aldo, Virgilio, che il Cavalier Gambetta l’aveva fermato per la strada e gl’aveva detto tu devi venire a giocare per la mia squadra, ragazzino, Aldo con un colpo di pennello s’è disegnato un mezzo sorriso di sghimbescio sulla faccia, sei un grande, gl’ha detto solo, un grande.

Antò non se ne capacita, guadagnare soldi dando calci a una palla, ma pensa alle cose serie, piuttosto, guarda tuo fratello Dante, lui sì. Resta qua, t’insegno il mestiere. Che lo dovresti schifare mica, tu, un mestiere vero.

Il dolore, se lo conosci, se t’ha già morso, impari a difendertene, a sentirlo sopraggiungere, il dolore, ne avverti il fetore. Antò, i figli ce li hai in prestito dal Signore, devi crescerli a pane e cinghiate, ma poi arriva il giorno in cui se ne devono andare, e lasciali andare. Il primo, e poi il secondo, non s’impara mai, a distaccarsi dai figli. Fa male, poi passa, te ne dimentichi, fin quando torna a giricchiare sotto casa tua, quel dolore, che è lieve, sì, ma non per questo piacevole: e se poi ti scorge, mannaggiallui, con l’occhio iniettato di sangue, ti punta; ti carica; viene per farti male, nuovamente, il dolore.

 

Etiénne, quando gli dicono Etiénne devi tornare subito a casa capisce di colpo, anche se ha solo quindici anni. Non ha fretta, Etiénne, non si ha mai fretta quando si tratta di soffrire. Arriva in paese ch’è già troppo tardi, il medico condotto ha lasciato scivolare la mano sugli occhi di sua madre, chiudendoli per sempre. Tuttammé, pensa Etiénne, mentre torna al fiume, con la sua lenza. Si siede. Attende. Le trote, quando abboccano, e riescono a sfuggire all’amo, quando divincolandosi lasciano un brandello di labbra sull’uncino ritorto, imparano a conoscerlo, il dolore. Di lì in avanti, è tutto diverso: hanno la consapevolezza. È come un verme che si agita dondolando tra le melme, la consapevolezza, invitante e ineluttabile a un tempo.

 

Virgilio Felice, se gli chiedono a chi si ispiri, dentro al campo, risponde sempre «ai campioni del Genoa», anche se li ha mica mai visti giocare, i grifoni.

Magari, ora, in questa Coppa che andiamo a giocare, chissà, fantastica.

Nel millenovecentoventidue si disputa la prima edizione della Coppa Italia: si iscrivono trentasette squadre, c’è anche il Vado: il Genoa, invece, no.

C’è la Fiorente, una squadra minore, niente a che vedere col glorioso Cricket Club, e il Vado l’affronta così, nel primo turno, alla scordarella, stai a vedere se passiamo il turno, ora. Sì che lo passano il turno, Virgilio Felice segna due reti, oh come è felice, Virgilio, e di lì in poi è una cavalcata trionfale fino alla finale, ma ci pensi, Aldo, la finale: in casa, contro l’Udinese.

Sedici luglio millenovecentoventidue, dio se fa caldo. La Liguria il mare l’odore dei chinotti e una partita che non si sblocca, novanta minuti e niente, trenta di supplementari e ancora nulla: si gioca a oltranza.

A oltranza è una formula che incute timore, e incertezza: il primo che segna, tutti a casa. Ma che succeda prima del tramonto, ché c’è mica illuminazione. E poi, se cala il buio: com’è che funziona?

 

Coi ragazzotti bianchenneri dell’Udinese è sceso in riva al mare anche Annibale. Annibale ha undici anni e un paio d’occhialoni per vedere meglio. Mentre attraversava le Alpi per scivolare in riviera, Annibale, sorrideva di quella soddisfazione intellettualoide che sollazza chi studia con molto zelo: Annibale, un’altra volta, ad attraversare le Alpi. Annibale giuoca al calcio, è rapido e agile come una gazzella, ma miope com’è, se vuol capirci qualcosa, dell’azione, gli tocca sempre indossare due lenti vistose. Annibale, a Vado, è andato per farci il raccattapalle, dietro la porta dell’Udinese, all’ombra della Torre di Scuolta. Vado a Vado, ha annunciato ai suoi compagni di scuola. E poi ha sorriso, di quelle soddisfazioni intellettualoidi che sollazzano gl’intelligenti, e gl’arguti.

 

La partita non si sblocca finché Virgilio Felice riceve la palla, Virgilio Felice all’ala sinistra, dribbla due difensori, intravede la porta avversaria, ha mica bisogno delle lenti, Virgilio, per subodorare la rete, per scorgere i pali; stima la distanza, il vento. Son venti metri, Felice. Troppi, anche per te. E invece parte una staffilata, una sciabolata, una sciabordata, un missile terra-aria che punta l’incrocio dei pali, il sette sinistro. S’insacca, ma non è il termine giusto, perché il tiro sfonda la porta, traccia uno squarcio tra le maglie della rete, e rimbalza contro la Torre, un toc sonoro, profondo, cupo, di definitività.

Lo portano in trionfo. «Le-vre! Le-vre!», gridano.

Lo Stade Dudelange è la squadra più forte di tutto il Lussemburgo. Lo confessa così, Etiénne, davanti ai giornalisti della parrocchia. Poi si mette a piangere. Durante tutto il campionato, Etiénne ha incassato solo due reti. L’anno precedente, la rete dello Stade s’era gonfiata ventisei volte. C’era un’emorragia in corso, come quella che s’è portata via tutt’e due i genitori di Etiénne, tu sei lì che ti arrabatti per tirare a campare, per girare col mento alto, poi giunge un’emorragia e perdi credibilità, abilità, la vita. Etiénne Bausch, Etiénne il batuffolo di cotone, è una scarica di punti di sutura. Lo Stade Dudelange è campione nazionale. Etiénne, se pensa che non ha nessuno a cui raccontarlo, gli viene un magone che férmati. Rimbalza dallo stomaco alla gola, lo sente risalire lentamente, ha il sapore del ferro arrugginito. Viene per farti nuovamente male, il dolore, ma se lo conosci, se t’ha già morso, sai come ci si difende. Pescando le trote, giù all’Esche.

 

Il ventinove maggio millenovecentoventiquattro, a Parigi, s’affrontano Italia e Lussemburgo, in una partita del torneo calcistico dell’Ottava Olimpiade.

Virgilio Felice Levratto è la vera sorpresa della compagine allenata da Vittorio Pozzo, che l’ha convocato nonostante militi ancora in seconda divisione, sempre col Vado: ogni tanto se lo chiede, Virgilio, ma dov’è che vado, col Vado? In Nazionale, Virgilio.

Etiénne Bausch, invece, il pesca-trote sfortunato, è il portiere della squadra del Granducato.

Secondo tempo di quella partita, gli italici sono già in vantaggio per due reti a zero, la palla arriva a Virgilio Felice, sull’ala sinistra. Dribbla due difensori, s’accentra, intravede la porta; son venti metri, Felice. Troppi, anche per te. E invece parte una staffilata, una sciabolata, una sciabordata, un missile terra-aria che punta dritta verso il portiere avversario. Sbalordimento, straniamento, spavento tra il pubblico quando la conclusione di Levratto, Levratto il centrattacco, cozza violentemente contro il mento del Bausch, facendolo rovinare a terra. Del sangue, diocristo. Del copioso sangue si riversa sulla maglia d’Etiénne. I denti, i denti serrati dallo scontro violento del cuoio contro la mandibola, gl’han tranciato di netto un pezzo di lingua.

 

Il dolore se lo conosci, se t’ha già morso, impari a difendertene, a sentirlo sopraggiungere, il dolore: ne avverti il fetore, come di ferro arruginito. Spezza i ramoscelli e le mandibole, col suo incedere di bestia braccata, il dolore: e se poi ti scorge, mannaggiallui, con l’occhio iniettato di sangue, ti punta; ti carica; viene per farti male, nuovamente, il dolore.

Venti minuti più tardi la palla è ancora a Levratto, sull’ala sinistra. Dribbla uno, due avversari, s’accentra, carica il tiro, quando la coda dell’occhio gli sfugge verso il portiere. S’aspetta di trovarlo in posizione cristica, con le braccia spalancate e il volto sofferente, e invece no: le mani, anziché fremere nel momento prima dell’impatto col cuoio, si raggrumano verso il volto, in una mossa d’istintiva protezione, goffa e pietosa a un tempo.

Per quel motivo Levratto, chapeau, decide di calciarla fuori, quella palla.

 

*

 

Altro che centrattacco di sfondamento: centrattacco sfonda menti! scrive Aldo in una lettera che Virgilio Felice legge con troppo ritardo, per ricambiarla con un abbraccio. Rivede le maglie schizzate d’arancia esplosa, le tracce sul muro della pipì di bambino.

Aldo Fucheris. Te lo ricordi Virgilio? Anche lui giocava al calcio, col Savona.

Poi gliene son successe tante, è stato militare dall’altra parte del mondo, ma mica ha mai smesso di crederci: un giorno, tanto tempo dopo, si sarebbe dovuto trasferire al Palermo, ma poco prima di partire tac, gli son saltati i legamenti del ginocchio. A trenta metri dalla porta voleva emularti, Virgilio, ha caricato quanto più potenza gl’era in corpo sulla gamba sinistra, ma la palla è scivolata via, via d’un soffio, refolo di vento malandrino, e la tensione, la spinta propulsiva: tac, fa il ginocchio quando saltano i legamenti. Poi non vedi più nulla, è tutto nero.

Il dolore, se lo conosci, se t’ha già morso, impari a difendertene: a sentirlo sopraggiungere, il dolore, ne avverti il fetore.

Il buio tutt’attorno, Aldo, se l’era sentito cucire addosso dalla febbre gialla, una decade prima. Puzzava di zuppa stantìa, la febbre gialla. Era di stanza in Cina, nella concessione di Tientsin, col Battaglione San Marco. Erano gli anni delle lingue mozzate di netto dai tiri di Levratto. Nella terra dei mandarini, lui cresciuto a pane e chinotti, giocava da centromediano, maglia azzurra coi bordi bianchi, e sul cuore lo stemma regio, incastonato nel logo della San Marco.

I cinesi, per seguire le azioni di gioco, muovono la testa: il taglio degl’occhi non permette alla pupilla di rincorrere le evoluzioni della palla. Si assiepano a frotte, decine, centinaia lungo le linee del fallo laterale, e vengono a vedere gli stranieri rincorrersi, tirarsi le brache, calciare il cuoio.

 

I cinesi, a rubare con gl’occhi – con quella parte degl’occhi che glielo permette – i segreti del corner kick, del fuorigioco, del tiro da fuori area agli stranieri, poi, crescono. Qualitativamente, s’intende, ché quantitativamente, crescere, i cinesi, di questi problemi non ne hanno mica mai avuti.

E a furia di crescere, riescono a qualificarsi per le Olimpiadi, i giuochi olimpici del 1936, che si disputano in Germania.

Il calcio era stato eliminato dalla competizione decoubertiniana due edizioni prima, al termine dei giochi parigini del ventiquattro, quelli in cui Levratto, con la sua sciabordata, aveva tagliato di netto la lingua al portiere del Lussemburgo, Etiénne Bausch.

Nondimeno, nel 1936, si torna ad affollarsi in ventidue su un rettangolo d’erbetta verde.

E c’è pure la Cina. Anche se viene eliminata già al primo turno.

 

Una delle partite più emozionanti di quei giochi olimpici è Germania-Norvegia, quarti di finale.

Sugli spalti sedevano Goebbels, Hess, Goering. Addirittura Hitler. «Il Fuhrer è molto eccitato, e io riesco a malapena a contenermi; una vera doccia di nervi, siamo», aveva annotato sul suo diario Goebbels. Finisce che la Norvegia vince per due reti a zero, e Hitler abbandona lo stadio prima del termine della partita, visibilmente contrito. Una battuta d’arresto per il Terzo Reich no, non era nei piani.

 

Quando il giorno successivo i peruviani, occhi dal taglio sottile, come quello dei quechua, come quelli dei cinesi, con una rocambolesca rimonta riescono a sconfiggere gli austriaci, ultimo avamposto di tedeschitudine ancora in lizza per il titolo finale, si scatena la bagarre. I sudamericani vengono accusati d’aver maltrattato giocatori avversari e pubblico, d’averli minacciati; uno dei calciatori andini avrebbe addirittura sventolato una revolver dalla linea del fallo laterale. Il Comitato Olimpico Internazionale, chissà sotto la morsa del Partito Nazionalsocialista, accoglie le rimostranze degli austriaci, e opta per una ripetizione del match. I peruviani vengono convocati per un chiarimento, ma non riusciranno mai a raggiungere la sede convenuta, bloccati da una manifestazione pro-Austria organizzata dalla Federcalcio tedesca.

L’undici agosto, data scelta per la ripetizione del match, i peruviani non si presentano in campo. Meglio, annunciano il loro ritiro. In patria monta la delusione, l’ambasciata tedesca viene fatta oggetto di ripetute contestazioni; alle navi mercantili tedesche si vieta l’attracco.

L’Austria vince, a tavolino, e avanza ancora, fino a incontrare, nella finalissima, l’Italia.

 

Iniziano i tempi supplementari: è il giorno della finalissima e Italia e Austria sono bloccate sull’uno a uno.

Sono passati appena due minuti. Marchini passa a Bertoni, che lancia verso l’area dove c’è Gabriotti, tiro e respinta del portiere, con le mani, cerca di ribadire in rete Biagi ma il portiere austriaco s’oppone ancora una volta, col mento, la palla rimbalza verso Frossi: ha la porta spalancata davanti ai suoi occhi, Frossi.

 

Annibale Frossi è rapido e agile come una gazzella, ha anche il senso della posizione; ma miope com’è, se vuol capirci qualcosa, dell’azione, gli tocca sempre indossare due lenti vistose, tenute ben salde da un elastico annodato intorno alla fronte. Annibale, una volta, era andato a Vado per farci il raccattapalle, dietro la porta dell’Udinese, all’ombra della Torre di Scuolta, nella finale della prima Coppa Italia. Vado a Vado, aveva annunciato ai suoi compagni di scuola. E poi aveva sorriso, di quelle soddisfazioni intellettualoidi che sollazzano gl’intelligenti, e gl’arguti.

 

Annibale Frossi ha la porta spalancata davanti ai suoi occhi, davanti alle lenti che schermano il suo sguardo incredulo. Vorrebbe calciare con quanta più potenza ha in corpo, squarciare le maglie della rete, come aveva visto fare a Levratto, ma allora era solo un ragazzino.

Oggi, invece, Annibale Frossi è un ométto responsabile, laureato in legge, ottime letture, sa che basta un tocco leggero, non c’è bisogno di sfondamento, non c’è motivo di spaccare mandibole.

Mentre con un tap-in lascia scivolare il cuoio in fondo al sacco, gli viene da pensare che lo accoglieranno da trionfatore, a Udine; sarà, ancora una volta, la storia a ripetersi, Annibale che attraverserà le Alpi, e le genti lo saluteranno da vincitore. Oh oh oh, che centrattacco! grideranno.

 

E allora sorride, Annibale, di quella soddisfazione intellettualoide che sollazza chi studia con molto zelo. Di chi sente rimbombarsi nelle cervici Campione olimpico, io, l’avresti mai detto?

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