Settantasette

di Angelo Marenzana

La prima volta che il maresciallo Filippo Ruocco aveva sentito il nome di Bill Clinton, era stato nella notte del 10 marzo 1977. Poche ore prima una pattuglia di carabinieri in borghese aveva fermato tre tipi a bordo di una Dyane rossa posteggiata in periferia, alla fine di Lungo Tanaro, dove sfuma il confine per l’attività di puttane e travestiti. Posto ideale, secondo i tre, per una canna.

Ma avevano sbagliato i conti.

In caserma, all’inizio, facevano i baldanzosi. Provocavano e ridacchiavano come se fossero i padroni del mondo. Anche l’atteggiamento da duri faceva parte del gioco. Poi, dopo un paio d’ore di urla, insulti, minacce di sberle che lasciano il segno delle cinque dita sulla faccia, e di passare qualche anno al fresco, avevano capito il rischio a tenere la bocca cucita. E così avevano deciso che potevano andare a fare in culo i carabinieri, l’ideologia, e soprattutto quello stronzetto che vendeva la roba e che non si capiva bene da dove arrivasse con quell’atteggiamento da figlio di buona famiglia che se la tirava da alternativo.

A essere sinceri, in tutta la vicenda anche il maresciallo Ruocco aveva fatto la sua parte. In fondo era un brav’uomo, un padre che confondeva i congiuntivi con i condizionali, e non cercava grane per nessuno. E così aveva convinto i tre malcapitati a collaborare senza prendere a schiaffi nessuno, e senza far tintinnare le manette. Non era suo costume usare quei metodi, soprattutto con dei ragazzotti dell’età dei suoi figli. Anche se ci teneva a sottolineare che fra di loro c’era una qualche differenza, visto che i suoi si preoccupavano di finire gli studi, uno da geometra e l’altra in quarta liceo, e soprattutto non si drogavano, e non andavano in giro di notte vestiti da mascalzoni.

I tre si decisero e fecero un nome. Bill Clinton.

“Maresciallo, un americano!” aveva detto l’appuntato che verbalizzava e che voleva sapere con quante elle si scriveva Bill. In quello stanzone si erano guardati tutti con occhi interrogativi. Un americano? Minchia, roba grossa.

“Non è che magari mi state pigliando per il culo?” aveva replicato il maresciallo Ruocco con voce pacata e forte accento campano. Poi si era acceso una Stop senza filtro. Un’informazione del genere, se era vera, meritava l’onore del fumo, quello del monopolio, che fa più male di quello mescolato con una stecchetta di marocchino. Il maresciallo insisteva a fumare anche se il medico non voleva, per via di una bronchite che gli aveva fatto passare un inverno di tosse e catarro.

No, gli avevano risposto tre giovanotti. Era tutto vero. Anche se di Bill Clinton non sapevano altro.

Quella stessa mattina del 10 di marzo era subito circolata la voce, tra risolini e battute feroci, che i carabinieri cercavano un americano di nome Clinton, e tutto questo perché uno in borghese, capelli lunghi, tozzo e faccia da caramba lontano un miglio, aveva incominciato a fare domande nei posti giusti.

“Se cercate un americano provate nel Wyoming.” Gli aveva risposto Roipnol indicando la scritta Bar Italia stampata sul vetro del locale all’interno del quale si stava facendo un analcolico con pizzette. Era il bar gestito dal vecchio Leonardo Corona, a metà del corso, con un tavolo da biliardo sistemato nel retro. Il Leo diceva di essere la memoria storica dell’arresto della banda Cavallero, dieci anni prima, di cui più nessuno parlava, diceva a tutti, e tutti lo stavano a sentire, perché era capace di raccontare bene anche le cose che non conosceva.

Roipnol aveva soffocato una risatina nervosa alle spalle del carabiniere che usciva dal bar, e, come sua abitudine, si era asciugato le mani sudaticce con un fazzoletto ridotto a palla. Il tam tam, partito proprio da lui, aveva fatto arrivare la voce già nel pomeriggio anche a Clinton, che, oltre a bazzicare la zona per i suoi affari, stupido non era e aveva capito subito l’aria che tirava.

Gli era venuto in aiuto anche un fatto piuttosto grave.

Il giorno dopo, venerdì 11 marzo, uno studente di Bologna era morto per i colpi sparati dalla calibro 9 di un carabiniere in servizio. La cosa non era stata digerita dagli appartenenti al movimento di mezza Italia, e così, per lo sconquasso successo per le strade bolognesi, le caserme dell’Arma erano state presidiate per evitare che qualcuno cercasse un regolamento di conti anche fuori dal capoluogo emiliano. L’inizio dei cento giorni di primavera aveva distratto tutti, carabinieri, consumatori, spacciatori e informatori. L’anima del movimento sembrava cambiare improvvisamente direzione. Anche quella geografica, prendendo la strada verso Bologna.

E anche la pratica Clinton era caduta nell’oblio. Di lui si persero le tracce, anche se voci di corridoio dicevano che era stato visto circolare in stazione e saltare in fretta e furia sul primo treno per Genova, diretto forse a casa dei genitori. A parte le supposizioni era proprio sparito nel nulla. Lasciando il suo posto vuoto a qualcun altro.

Volatilizzato. Almeno fino ad oggi.

Adesso Bill Clinton è seduto di fronte a me.

Io, il Carlone, per via di spalle, naso, e orecchie cresciute più del dovuto, che prima di quel lontano giovedì sera comperavo regolarmente il fumo da lui, l’ho riconosciuto subito. Biondo come allora. Di diverso ha solo gli occhiali di tartaruga, i capelli più corti, e l’abito di uno arrivato. Si è fatto un bell’uomo, robusto, non più mingherlino dalle spalle curve e con quel giubbotto bordeau che aveva sempre addosso, estate e inverno, e che gli cascava da tutte le parti, con i bordi elastici unti e consumati e la scritta Clinton giallo oro stampata sulla schiena che quasi sembrava un catarifrangente. E le ragazzine gli sbavavano dietro. Bill era poi il diminutivo di Guglielmo, almeno così si diceva in giro, un nome che non aveva mai mandato giù.

Lui non dà segno di avermi riconosciuto. In fondo sono passati un sacco di anni e io sono pure invecchiato male. Ne ho quarantanove ma sono uno straccio, con i denti da sistemare, la faccia piena di rughe e i quattro peli che mi sono rimasti in testa, grigi e arruffati. Me ne danno sempre dieci di più. Certo che la galera non aiuta a mantenersi in forma, e tra una storia e l’altra, io ho già passato dodici anni dietro le sbarre. E se non mi arriva una botta di culo, fino al duemiladieci mi tocca stare qui dentro.

Il mio primo colpo è stata la vetrina di un negozietto dove si vendeva chincaglieria cinese e indiana e un po’ di roba d’argento. L’ho fatta saltare proprio per avere i soldi per comprare un bel pezzo di fumo da Clinton. Poi l’ho rivenduto, e ho guadagnato qualcosa. Chissà lui dove cazzo lo prendeva. Era roba buona e non ha mai tirato bidoni a nessuno, che io sappia. Con gli anni ho continuato a rubare, fino ad arrivare ad una maledetta rapina a mano armata in una banca di Gorgonzola, con tanto di guardia giurata che ci ha lasciato le penne. La sfiga, quel giorno si è accanita contro di me e tutto è andato storto, anche se non volevo che finisse così.

Il vecchio Clinton sembra più interessato a sfogliare scartoffie e a tenere gli occhi bassi piuttosto che guardarmi. Nel silenzio che pesa su questa stanza mi convinco che alla fine sono sempre io che gli devo qualcosa. Sarà destino così. Essere in debito con lui. Prima vendeva fumo e io lo comperavo. Adesso lui fa il giudice ed è venuto fin qui perché vuole sapere se sono cambiato in questi anni: deve valutare la domanda che ha presentato il mio avvocato per ottenere la semilibertà e farmi lavorare fuori dal carcere in una cooperativa dalle nove del mattino, alle quattro del pomeriggio. Un ex pusherino di quartiere passato dall’altra parte che vuole sapere se ho ancora la grinta del rapinatore. Forse non si fa neppure una ragione che io ho fallito anche come rapinatore. Altrimenti non sarei chiuso qui dentro.

Vorrei ridere ma non posso. E non posso nemmeno ricordargli quello che faceva lui trent’anni fà. Lo guardo. Clinton alza gli occhi su di me e mi fissa zitto zitto. Mi mette in imbarazzo, e lo so che appena aprirò bocca per rispondere alle sue domande, gli darò pure del lei.

 

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