Percolato

di Fabrizio Gabrielli

Sarebbe bastato un primo timido volo di zanzara, la bottiglia grande di ferné sul bancone, zia Clelia scapigliata sotto al pergolato a borbottare col biancosarti nel bicchiere, le bollette strette in pugno e per ognuna una scrollata di testa e un porcamadònna smozzicato tra i denti, le sedie capovolte sui tavoli e gli stracci bagnati a imputridire sul pavimento, un socchiudere di palpebra con cui le luci della centrale a turbogas sarebbero diventate stelle dai lunghi raggi, spaghetti di luce fendente, per riconoscere che certo, non c’era da dubitarne, il momento di rompere gli indugi sarebbe arrivato presto. Ed era proprio così che s’aspettavano sarebbe arrivato, scomodo e tranciante. L’azione sarebbe dovuta essere fulminea, inattesa, efficace, se lo ripetevano come un mantra.
Fulminea. Inattesa. Efficace.

Per farsi trovare pronti, o forse dovrei dire per avere la convinzione di farsi trovare pronti, avevano passato innumerevoli unità di tempo a prepararsi.
Non avevano pensieri che per quell’occupazione: prepararsi.
Se lo ripetevano costantemente, se lo domandavano vicendevolmente, lo raccontavano a chi gli stava intorno, trincerandosi dietro l’ipocrisia di un avverbio affermativo monosillaba usato com’è che si conviene.
Che quando poi immaginavano il giorno in cui il momento fatidico sarebbe stato lì lì per arrivare, realizzavano che sì, certo, certo che li avrebbe colti preparati.
In altri casi, insultandosi, scaricavano responsabilità e reprimenda accatastandoli come sacchi d’immondizia, l’uno sull’altro; poi si sedevano, aspettavano che il sudiciume distillasse disillusione in un malèvolo percolato che analizzavano con piglio critico, fin quando non dovevano ammettere che no, ragà, c’è da attendere ancora un po’, siamo mal preparati.
Ma ecco: se dovevano utilizzare una parola, usavano preparati. Mica pronti.
Perché esser pronti non ci sono orecchie per sentirlo, occhi per vederlo, parole per spiegarlo, esser pronti è una questione-fascio-di-nervi: lo si è, o non lo si è, questo gli sembrava d’aver capito, almeno.
Ed era un argomento che gli causava ‘gnivvòlta i tic agl’occhi, una verità alla quale non erano preparati, è vero, eppure alla quale, al contempo, a rigor di logica, dovevano essere pronti, oppure non era che l’esatto contrario, non ci si capiva niente.
Certo che ne stiam perdendo, di tempo, si sussurravano sconsolati, allora.

Nico era un nome-di-vongola. L’avevano trovato incastrato sotto un piatto di spaghetti con le arselle una di quelle sere di sbuffi, e avevano capito che era cento volte meglio di Domingo, che però a Domenico piaceva di più, che però suonava male, Domingo-mano-armata. Mentre Nico-mano-armata, oh, c’era da convenire, come eponimo di battaglia, incuteva più timore, e sdrucciolava com’un bolide.
Mica come quando nel bel mezzo d’un discorso s’incagliava, e sbagliava tutte le parole, Domenico.
Sarebbero dovuti essere fulminei. Inattesi. Ed efficaci.
Con Nico s’erano detti, trovandosi d’accordo, che avrebbero dovuto avere la maturità e l’ingenuo coraggio di svuotare l’azione d’ogni sfumatura eroica, anche se questo significava lasciar scivolare sul fondo, come inutili zavorre da schifuzzi sovraccarichi, epos ed eros in un tutt’uno d’abbandono. Neppiummài avrebbero potuto cullare inclinazioni picaresche, innamoramenti svenevoli e cantori che smandolinano gesta di futuristicissimi assalti all’arma bianca alle porte di Serravalle, di corsa e tutti nudi.
A consonanti alterne si sarebbero dovuti spingere fino all’ethos, l’avrebbero dovuto impugnare come beretta dai proiettili d’argento, e spogliati delle paure, degl’indugi, dell’incertezza, prendere la mira.
Fulminei. Inattesi. Efficaci.

Avrebbero iniziato col consumarsi le suole lungo le banchine, coll’impigliarsi nelle reti dei pescherecci che di ritorno dalla battuta giornaliera stipano l’aria di putridi gas di scarico, e la battigia di chiazze di combustibile galleggianti. Avrebbero raccolto le puzze del porto, quelle della centrale a turbogas, e gl’ululati acuti dei gabbiani che volteggiano sulla megadiscarica, e le loro grida di battaglia, anche, in certi barattoli a chiusura ermetica che utilizzava zia Clelia per soccuocere le vongole e le arselle e le telline, facendone zuppa.

Avrebbero poi inviato quei barattoli dritti nella Repubblica del Titano, inosservati, inattesi, fulminei, accompagnandovi una mappa della città dovutamente ridisegnata, restituita a nuova vita toponomastica, un dedalo di vie a ergersi tra Capo Crescione e Punta Squaqquerone. Così le avrebbero ribattezzate, dopo aver eretto il vessillo biancheccelèste nel cielo terso. Inattesi.
Noi siam pronti a far di lotta, avrebbero chiosato in una lunga e dettagliata lettera vergata in bella calligrafia, indirizzata a Sua Eccellenza Il Presidente della Repubblica di San Marino, recante ad oggetto Mozione d’Annessione. Efficaci.

Sua Eccellenza avrebbe accolto l’insolito e inatteso pacco con una risata bonaria. Ne avrebbe parlato con la moglie e i figli in una serata di pioggia battente, senza frinii di cicale, davanti a un piatto di uova e piselli, derubricando il fatto a curiosità dall’estero. Senza sospettare che nella notte, durante una lunga notte di cielo spazzato da venti sferzanti, il tarlo della lungimiranza politica sarebbe giunto a fargli le fusa, sul collo, dietro l’orecchio, miracolo di felina mellifluità.
Certo che li accogliamo a braccia aperte: uno sbocco sul mare, e poi ancora una risata, fino a divenir paonazzo, che ridere, eh?, che scherzare, eh?. E tutti i ministri di San Marino, e i camerlenghi, e le guardie con le lunghe lance, e gli spadaccini, e i moschettieri, e gl’archibugisti, e i balestrieri, tutti a ridere.
Ma ci sarebbe stato mica niente su cui scherzare: da Teletitano la notizia sarebbe schizzata impazzita a Teleradiocarpi e poi RadioImola e TeleBologna, altro che ischerzi, altro che burle. Civitavecchia chiede l’annessione a San Marino, i titoli, ed è una ròba con la quale si dovrà in qualche modo scendere a patti, riconoscerne il peso politico, la risonanza della mossa, il refrèn degl’elzeviri.
Due bandiere sanmarinesi che sventolano col porto sullo sfondo suscitano tanto clamore da giustificare la presenza delle troupes di sky e di tutti i telegiornali: la notizia perfetta da incastrare tra la nuova ondata di caldo e la commovente clinica riabilitativa per cani affetti da scelrosi amniotrofica.
Le forze dell’ordine. Il Ministro degli Interni. Il Ministro della Difesa. Il Presidente della Repubblica Italiana. Tutti si sarebbero pronunciati con fermezza e duro pugno: passi l’indipendentismo, avrebbero dichiarato alla stampa, in una conferenza congiunta, ma l’annessionismo, questo poi, chi se l’aspettava? Un attentato all’unità dello Stato, ecco cos’è.
Avrebbero preso quella boutade in gran serietà, interpretandola come un mezzo atto di guerra, schierati già gl’elicotteri.
San Marino ne accetta mica di codeste intimidazioni – la nota diramata dall’ufficio stampa. Uno sbocco sul mare fa sempre comodo, col porto e il pesce fresco e una centrale a turbogas, perchémmài avrebbero dovuto respingere la mozione?
cittadini, pervasi da una frenesia inesplicabile, sarebbero scesi in piazza affascinati dalle implicazioni della sanmarinizzazione. Meno tasse per tutti, libertà dal vincolo del porto d’armi. Sbocco o sbrocco, sarebbe stato il motto.
E poi zia Clelia avrebbe potuto tenere il ristorante, senza doverlo per forza chiudere, senza dover pagare tutte quelle tasse, e le bollette, che a loro faceva sempre un po’ male al cuore, sentire zia Clelia bestemmiare.
La smania di Titano avrebbe contagiato, come venefica malattia, pure Tarquinia, Pescia Romana, Arlena di Castro, Montalto di Castro. La metastasi sarebbe partita espandendosi impietosamente a Porto Sant’Elpidio, Sperlonga, Gela. Tutti avrebbero voluto annettersi a San Marino, confidando in una palingenesi, fuori dall’Italia, che li portasse lontani da quel codice morale imperante fatto di droga figa e sghèi che anche basta: repulisti, si gridava, e puntaccàpo.

Ovviamente si sarebbero create delle sacche di resistenza, chiaro, del nuovo brigantaggio,  inevitabilmente. E mentre il nuovo mondo tutt’intorno all’enclave italica, il Laico Stato Democratico di San Marino, forte di una solida politica di welfare, di teorie economiche innovative incentrate sulla decrescita, sul libero accesso alle armi, sugli esercizi commerciali detassati, sulle rievocazioni storiche, avrebbe elargito benessere e democrazia, la Nuova Piccola Italia si sarebbe trasformata in uno stato canaglia, che avrebbe trattato con lo Zimbabwe o la Cayenna Francese traffici leciti e illeciti, che avrebbe supportato i regimi autoritari, disconosciuta dalla Nato, dall’Onu, da tutti.
Avrebbe perso anche i suoi calciatori migliori, mentre invece la squadra di calcio nazionale di San Marino, ah che squadra di calcio nazionale avrebbe avuto ora: da vincerci un mondiale, e un europeo, e tutto.

Li avrebbero acclamati, Nico-mano-armata e Gimmi Arsella. Magari gli avrebbero dedicato un mezzobusto in ogni piazza del nuovo Laico Stato Democratico di San Marino, che non glien’erano serviti mica altri novecentonovantotto, a loro, eran bastati in due soltanto, per far di rivoluzione, Gimmi Arsella e Nico-mano-armata, forti del bene che volevano a zia Clelia, e ai suoi spaghetti alle vongole, corroboranti, efficaci.

Si erano guardati forte, quella sera di zanzare e ferné sotto il percolato – pergolato, Domé l’aveva corretto Gimmi, facciamo che t’impari come suonano le parole, però .
Dopotutto c’è che avevano passato troppe unità di tempo a prepararsi a esser pronti, e alla fine l’avevano capito che è solo una questione fascio-di-nervi: pronto lo sei, o non lo sei.
Sì, si sentivano pronti ad esser pronti, ora.
Senza dirselo, s’eran detti che ogniccòsa era ormai decisa: il momento di rompere gl’indugi succedeva in quell’attimo esatto.
E se solo fosse andata come speravano, e fossero riusciti a far succedere l’ambaradàm in due-mesi-e-mezzo-massimo-tre, quell’estate là, quella in cui avevano finito le medie, sarebbe stata indimenticabile.
Gli amici li avrebbero mica più perculati.
Sarebbe iniziata una vita stupendissima, per loro due.

 

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