Anestesia occidentale

di Paolo Zardi

Chissà se qualche volta, mentre sei al telefono con tua figlia, ci pensi ancora. Chissà se quando ti racconta che ha finalmente firmato un contratto con la Puma per una nuova linea di borsette che portano il suo nome, sei davvero orgogliosa, per quel successo, o se invece – almeno per un momento – pensi che l’orrore di un mondo di plastica è arrivato fino dentro a casa tua, in un modo che è diventato irreversibile.

Chissà se quando sei davanti alla televisione, ormai sempre accesa, e assisti allo show di ingiustizie circondate dal silenzio lobotomizzato della gente, ti capita di sentire il brivido animale che provasti al numero 1450 di Noriega Street, a San Francisco, nell’aprile del 1975, quando le telecamere della banca ti immortalarono con la pistola in mano, il volto stravolto da un entusiasmo pieno di libertà e giustizia – nei giorni in cui fosti costretta a prendere atto di cosa fosse realmente il mondo rivestito in pelle di chi ha i soldi, e quello di merda e sangue di chi i soldi non ce li ha.

Chissà se Wilton, la piccola cittadina tra Norwalk e Saugatuck River dove vivi con la guardia del corpo che hai sposato, ti sembra un luogo sufficientemente stimolante per passare la vita comoda di una donna molto molto ricca, o se ci sono giorni, invece, nei quali guardi fuori da una delle tue finestre, e, vedendo passare un pullman pieno di cheerleaders dirette ad una partita di football in una cittadina da quelle parti – una cittadina altrettanto piccola e perfetta, nel suo lindore, e altrettanto compiaciuta del rigore dei suoi brevi viali alberati – chissà se pensi che è impossibile riuscire a passare attraverso la devastante passione di una ribellione ed uscirne indenni; non dico immacolati, ma nemmeno normalizzati.

Quando entri in una banca, e il cassiere ti porge sorridente un pacchetto di banconote verdi alto tre centimetri, salutandoti con un giovale “Buongiorno, signora Hearst, tutto bene? Le sue magnifiche figlie, sempre in forma? Il marito, ancora impegnato col golf?”, non ti viene voglia di tirare fuori una pistola, e urlare “fermi tutti”, come ai vecchi tempi? Quando, prigioniera, eri ancora libera?

Sei rientrata nel’ovile, Patricia – è stata breve la tua avventura. Ti rapirono, quelli dell’esercito di liberazione Symbionese, gli SLA, quelli che protestavano contro le condizioni inumane nelle quali erano mantenuti i carcerati di colore, e dopo qualche mese eri già dalla loro parte, indomita e bellissima combattente. Ma un piede era evidentemente rimasto fuori, per qualche motivo che nessuna persona onesta potrebbe spiegare – perché quando la polizia decise di usare il pugno di ferro, morirono tutti tranne te, pecorella smarrita. Al processo, gli avvocati pagati dal tuo ricchissimo papà, parlarono della Sindrome di Stoccolma, quella che pare colpire i prigionieri che si affezionano ai loro carcerieri, fino a sposarne la causa. Fosti condannata, ma dopo quattro anni il Presidente degli Stati Uniti d’America ti concesse la grazia. Ma ora che è passato tanto tempo, puoi dirmelo: ci credi veramente, a tutte quelle giustificazioni da tribunale? Al fatto che fu la droga e Stoccolma – e non la grazia che ti portavi dentro – a farti passare dalla parte dei ribelli?

E ora ti immagino più che cinquantenne, abbronzata e addobbata con glutei ancora sodi per le ginnastiche menopausatiche post-Jane-Fonda che hai seguito, madre spockianamente premurosa con le tue figliole modelle (le versioni per bene delle sorelle Hilton), mentre curi il tuo giardino pieno di fiori americani, ordinati e ipertonici, persino loro sorridenti sotto il sole del Connecticut, aspettando con serenità – anni di psicanalisi a centocinquanta dollari all’ora sedimentati nell’incavo della tua anima – che tuo marito Bernard torni a casa dal golf con l’alito al Gin – ecco, ti immagino così, una macchinetta plastificata e occidentalmente anestetizzata, seduta davanti alla televisione occidentalmente anestetizzata, un sacco di carne avvolto nel Domopak dal respiro regolare.

Ammettilo, eri più bella da giovane.

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