La missione impossibile

di Paolo Zardi

Per la festa dei suoi diciotto anni (“i primi”, aveva detto scherzando), Sara aveva chiesto di prenotare il Tortuga per tutta la serata, e di chiamare DJ Tonyo a mettere su musica; lui, che avrebbe preferito organizzare qualcosa in campagna, dai suoi genitori – tipo grigliata sotto gli olivi -, alla fine aveva accettato, un po’ a malincuore. Intorno alle undici e mezza di sera era passato in discoteca, con sua moglie Carla, ad assistere al taglio della torta, e alla cerimonia delle diciotto candeline, e la gioia di sua figlia, avvolta nell’abbraccio caldo di tutti i suoi amici, lo aveva reso felice e malinconico allo stesso tempo. Quella giovinezza piena di energia, con i denti bianchi e la pelle liscia, era qualcosa che aveva perduto da tempo, consumata nelle migliaia di chilometri che aveva percorso in giro per l’Italia, o piegato su un libro, la sera tardi, quando tutti erano andati a dormire; ma il sorriso di Sara, la sua straripante vitalità, lo ammannivano come una piccola promessa di eternità. Brindarono con bottiglie di champagne, e lui forse bevette un po’ troppo perché quando tornò a casa, e si distese a letto, accanto a sua moglie, ebbe l’impressione che la camera fosse sul punto di crollare. Si addormentò alle due.

Alle quattro, svegliò Carla.
“Cosa succede?” chiese spaventata.
“Mm mm mm”.
“Non ho capito”.
Lui le indicò i tappi nelle orecchie, che lei infilava ogni notte, per resistere al poderoso russare di suo marito.
“Ora mi senti?”
“Sì. Che ore sono?”
“Le quattro”.
“Stai male? Hai bevuto troppo?”
“No… Ma non riesco a dormire”.
“E mi svegli per questo?”
“No, è che…”
“Cosa?”
“Ci sto pensando da un po’ di tempo. Sara ha diciotto anni e…”
“…ha diciotto anni e?”
“E io credo che sia arrivato il momento di dirle la verità”.
Lei rimase in silenzio.
“Dobbiamo dirglielo, Carla. Ormai è grande”.
“Perché? Che motivo c’è?”
“Perché tutto questo è assurdo… Sono stanco di continuare a mentire”.
“L’abbiamo deciso insieme”.
“Era piccola, avevamo paura di quello che avrebbero potuto dire i suoi compagni di classe, e i loro genitori… Avevamo paura che l’avrebbero ferita, avevamo paura della crudeltà dei bambini. Ma sono convinto che tutto questo sia durato troppo”.
“Non penso che sia questa l’ora per parlarne”.
“Glielo voglio dire adesso, quando torna”.
“Non farlo. Ti prego, non farlo. Scegliamo un momento diverso, chiediamo a qualcuno quale potrebbe essere il modo migliore per…”
“Per dire la verità?”
“Stefano, non puoi capovolgerle le vita. E per cosa, poi? Per liberarsi di questo peso? Lo portiamo tutti e due, non sei solo…”
“Capirà”.
“No, non capirà”.
“Allora crescerà”.

La aspettò in salotto, sul divano di canapa che avevano comprato quando era nata Sara, in modo che Carla avesse un posto comodo dove distendersi per allattarla. Intorno alle cinque il sole iniziò a rischiarare l’orizzonte, che si estendeva oltre il mare. Alle sei sentì il rumore delle chiavi girare nella toppa, e si alzò in piedi. Lei fu sorpresa di vederlo.
“Già sveglio?”
“Non ho dormito”.
“Se eri preoccupato, potevi chiamarmi” – tirò fuori il cellulare dalla borsetta per controllare che fosse accesso, o che non avesse perso le chiamate: lo girò verso suo padre, e gli fece vedere il telefono acceso. Sullo sfondo, c’era una foto di lui, sorridente.
“Ti devo parlare”, le disse tossendo.
Lei appoggiò un po’ di cose sul tavolino dell’entrata, e si sedette sul divano.
Stefano, che le dava le spalle, le disse sottovoce: “E’ meglio se ti siedi”.
“Sono già seduta”.
“Siediti di più”.
“Più di così?”
“Ti ho mentito, Sara”.
“Non si dicono le bugie”, ma le uscì una voce preoccupata.
“L’ho fatto per proteggerti”.
“Non capisco…”
“Il mio lavoro…”
“Cos’ha il tuo lavoro che…?”
“Non è quello che credi”.
“Immagino sia duro. Me l’hai ripetuto da quando sono bambina”.
“Lavoro nell’editoria”.
“Cosa significa ‘lavoro nell’editoria’?”
“Per vivere, lavoro nel mondo dell’editoria”.
“Cosa sei, uno che stampa libri?”
“No…”
“Recensioni sui giornali?”
“No… Sono un editore. E ogni tanto ho scritto dei racconti, che sono usciti in qualche antologia”.
“Un editore? E che cazzo vuol dire ‘editore’? Che pubblichi libri? Una cosa di questo tipo?”
“Ascolta, Sara, so che non è…”
“Perché me lo stai dicendo? E’ uno scherzo?”
“Perché volevo che tu sapessi la verità”.
“Non avresti dovuto farlo”.
“L’ho fatto per proteggerti”.
“No, non avresti dovuto dirmelo”.
“Ok, ma cosa cambia?”
“Cosa cambia? Cazzo, mi chiedi cosa cambia? Cambia tutto!”
“Sono sempre tuo padre!”
“Mi hai mentito ogni giorno, per diciotto anni. Quanti giorni sono? Diecimila? Tu, diecimila mattine ti sei alzato, mi hai guardato, e per diecimila volte mi hai raccontato una cazzata su di te! Cosa ti costava mentire anche oggi? E continuare a mentire fino a che non sarai morto?”
“Lo avresti preferito?”
“Tu pensi che preferisca questo? Sapere che sei un… un editore? Anzi: un editore che ogni tanto scrive! Cosa racconto domani ai miei amici? Con che coraggio li guarderò in faccia?” e poi, piangendo come in un dramma dell’ottocento, corse verso la sua camera, e si chiuse dentro sbattendo la porta.

“Cosa ti aspettavi? Che ti ringraziasse?”
“No, no… ma pensavo che le sarebbe passata presto, che avrebbe capito – mi sono persino illuso che avrebbe apprezzato la mia sincerità, e la forza con la quale l’ho protetta per tutti questi anni. E invece… quanti mesi sono che non mi parla?”
“Tre”.
“E a te non dice niente?”
“Dice che non te lo perdonerà mai…”
“E tu non le dici niente?”
“Cosa dovrei dirle?”
“La verità! Che questa è la fottutissima verità, e che non può andare tutta la vita a far finta che non sia così!”.
“Tu ci sei riuscito per diciotto anni”.
“Dici che devo aspettare fino al suo trentaquattresimo compleanno per essere perdonato?”
“Trentaseiesimo”.
“Cristo santo, è assurdo! Ok, non sono il padre che pensava ma… ma è così terribile essere figlia di un editore?”
“Tu che dici?”
“Dico di no! Dico che mi faccio un culo come una casa per cercare di portare un po’ di… di cultura, di bellezza, in giro per l’Italia, e non mi devo vergognare!”
“Ma ti senti? Ti senti come stai parlando? Dove stai vivendo, Stefano? In che mondo credi di vivere? Guarda la gente che entra nelle librerie. Guarda la gente che gira per le fiere. Il tuo bestseller ha venduto diecimila copie, e sei entrato tra i venti libri più venduti in Italia… Ma lo sai quanta gente ha guardato ieri ‘Amici’ della De Filippi?”
“Non era morta?”
“Era morto suo marito”.
“E quanti cazzo di anni ha, adesso?”
“Non è questa la cosa importante: quello che tu non capisci è che ieri sera c’erano otto milioni di persone davanti alla televisione, e oggi queste otto milioni di persone condividono la stessa esperienza. Le tue diecimila persone non occupano neanche metà dello stadio del Pescara; i telespettatori di ieri sera sono tanti quanti gli abitanti di New York”.
“E cosa devo fare? Pensare che la quantità sia più importante della qualità?”
“Perché, non è così?”
“No che non è così!”
“Sì, che è così. E’ così, e non me ne frega niente se ieri c’erano otto milioni di persone davanti alla De Filippi! Erano le otto milioni di persone sbagliate, le otto milioni di persone che non mi sono mai interessate”.
“E’ per questo che non hai mai venduto più di diecimila copie. Perché non sai cosa vuole la gente, non sai chi sono le persone che vivono qui in Italia, perché pensi che di avere una missione da portare avanti – una missione così grande che sei stato disposto a rinunciare a tutto!”
“Ho mantenuto la mia famiglia”.
“Certo, ma con i soldi che facevi nel tempo libero, dando una mano a tuo zio, alle pompe funebri. Sei invecchiato per due persone”.
“Ma l’ho fatto per i libri…”
“L’hai fatto per te”.
“Sì, perché sono convinto che il mondo abbia bisogno di questo… Che non si debba pensare a quello che vuole la gente, ma a quello che si può fare alla gente – a quello che si deve fare per… per…”.
Avrebbe voluto continuare, ma non sapeva più cosa dire. A forza di essere mortificato, aveva dimenticato persino quello in cui aveva sempre creduto, sommerso da tutte le parole inutili che riempivano ogni anfratto del mondo. Era iniziata con gli omogeneizzati, quella storia: cibo già masticato. Poi la gente prendeva la macchina per spostarsi, andava in sauna per sudare, pedalava a tutta forza su cyclette che non andavano da nessuna parte. Leggere non serviva davvero più a niente, se tutte le parole arrivavano già pulite, pensate, digerite, e cagate. Sì, sapeva che la sua missione era inutile, ma sua figlia… Perché sua figlia non voleva saperne di accettarlo? Cosa avrebbe dovuto fare? Continuare a farle credere, per tutta la vita, che era davvero un attore porno?

——————————————–

Questo raccontino, che è poco più di uno scherzo, nasce da una chiacchierata fatta all’una di notte, a Roma, con Francesco, Angelo, Marco, Corrado  e Tommaso ed è dedicata a tutti quelli che non mollano.

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>