Otite #1 Vinicio Capossela. All’alba. Sul Pincio. (settembre 2006)

di Roberto Mandracchia

Prima dell’avvento di Alemanno, a Roma, c’era un altro sindaco che è un politico, giornalista, scrittore nonché potenziale missionario italiano. La sua reggenza nella mia memoria sarà sempre associata ai miei primi anni universitari e a un periodo di pace e prosperità per la Capitale: potevi ubriacarti a qualsiasi ora, sbrattare in qualsiasi posto e CasaPound (appena appena insediatasi) si dilettava soprattutto nella tanto lucida quanto nobile pratica della cinghiamattanza. Insomma, si poteva respirare quell’aria frizzantina tipica del telefilm “Happy Days”, tanto caro a quel sindaco bravissimo a scrivere (oh, basta leggere un brano qualsiasi di un suo romanzo qualsiasi: “ogni alba ha un senso, uno diverso. E un grado di intima complessità. Ma l’alba non ha dignità. Né le enciclopedie, né Google si occupano di lei. È considerata solamente una scansione del tempo che passa, un viandante invisibile e leggero. Invece non è così. Le albe che vedo da un anno, ogni giorno, sono anticipazioni di Dio”), e quell’atmosfera inebriante contribuiva non poco alla mia formazione umana e culturale: mi spingeva a bere tre/quattro volte a settimana, a stringere amicizia con gli erasmus spagnoli, a pubblicare i miei primi racconti e a prendere 30 e lode agli esami universitari. Karl Marx – tanto caro a quel sindaco quanto Fonzie – lo avrebbe definito, senza tanti giri di parole, “il paradiso in terra”.

Ma, come se tutto ciò già non bastasse a saziare persino i palati più raffinati, quel sindaco verrà ricordato anche per aver portato nella Capitale la “Notte Bianca”. Due parole che oggi, sotto il grigio dominio alemannesco, non diranno molto o comunque avranno il sapore di quelle leggende scandinave narrate intorno a un fuoco, ma posso assicurarvi che fu tutto vero: per cinque anni di seguito la Capitale nell’arco di una sola notte brillò di arditi circenses e il popolo affollò colli, piazze, strade, vicoli, parchi, musei, palazzi, metropolitana e bagni. La Notte Bianca di quel sindaco avrebbe fatto l’invidia di Dostoevskij. Prima della brutale sterilizzazione operata da Alemanno perché di soldi, diceva Alemanno, non ce n’erano per queste cose; mentre il Comune dava 11 milioni di euro a CasaPound che, intanto, s’era un po’ stufata di dimostrare i suoi nobili ideali soltanto con la cinghiamattanza.

Ma lasciamo perdere gli 11 milioni del 2012 e torniamo indietro nel tempo e precisamente alla Notte Bianca del 2006, nel pieno dell’era di quel sindaco così gentile e così acculturato che era come se rimboccasse di continuo le coperte delle nostre menti, dei nostri cuori. E voglio raccontarvelo al presente perché è quella – e soltanto quella – la forma verbale della mia memoria.

 

 

***

 

 

L’autobus 170, non potendo più proseguire, lascia me e i miei amici nei pressi del Teatro Marcello. Siamo ancora sobri, ma abbiamo con noi sacchetti della spesa con dentro bottiglie di vino e bottiglie di quella autoproduzione tipica da erasmus spagnoli: compri la vodka (o rum), compri la limonata (o coca-cola) e poi riversi il tutto (stando ben attento alle dosi) in una bottiglia d’acqua vuota – nota a margine: dal momento che non potevamo portare con noi troppe bottiglie e non volevamo farci dissanguare dai locali del centro (nel corso dell’approvvigionamento una volta finito il nostro alcol), avevamo versato nella bottiglia molto, molto zucchero.

Iniziamo a bere, sotto il commovente sguardo noncurante della polizia municipale, e a incamminarci verso la prima tappa: Piazza del Campidoglio, spettacolo di Gigi Proietti. Non volevo andare a sentirlo ma i miei amici sì e adesso mi ritrovavo in questa bolgia incredibile alla sommità della scalinata e poco dopo le statue dei due Dioscuri. Alla nostra destra, a incombere sopra di noi, un’alta palafitta di ferro con sopra il mixer e gli addetti al.

Stretti fra la folla, coi nostri sacchetti sempre più leggeri e i nostri aliti sempre più pesanti d’alcol, in quella piazza ristrutturata da Michelangelo e che aspettava il palesarsi di Gigi Proietti, avvertiamo una certa agitazione alla nostra destra e volgendo lo sguardo ecco il sindaco così gentile e così acculturato e così in carne ossa sulla palafitta di ferro. Qualcuno gli urla qualcosa e il sindaco sorride e guarda verso la statua di Marco Aurelio dove appare Gigi Proietti. E qualche minuto dopo l’inizio del suo spettacolo mi rendo conto del perché non volessi sentirlo: Gigi Proietti ha la faccia e il portamento di uno stimato professionista (un chirurgo, un notaio, un dentista) che, soltanto nelle feste di famiglia, rivela la sua vera anima da mattatore iconoclasta; Gigi Proietti si aggrappa da anni alle stesse barzellette nel tentativo di apparire sempre simpatico e sempre alla mano, con quel garbo da televisione anni Cinquanta, a dispetto della moltitudine di volgari film vanziniani nei quali compare.
Inizio quindi a mostrare insofferenza: sbuffo, borbotto le mie considerazioni credendo che mi sentano soltanto i miei amici ma quando l’alcol è in corpo il mio tono di voce si alza e quindi mi accorgo che qualcun altro attacca a girarsi e guardarmi male e uno sconosciuto fa una smorfia nei miei confronti ed è lì che i miei amici cercano di zittirmi (“Vedi che ti pestano, smettila”) ed è lì che scoppio dicendo a voce alta (e stavolta con la piena consapevolezza dei miei decibel) che Gigi Proietti racconta sempre quelle due, tre storielle che gli sono riuscite e che non dovrebbero far più ridere da decenni e se tutti quanti intorno a me stanno ridendo è perché sono romani e Proietti è romano e stiamo tutti in un luogo romano che più romano non si può e tutto questo campanilismo da senatuspopulusquequiritiumromanorum mi soffoca e devo andarmene e guardo in su a cercare l’approvazione almeno del sindaco così lucido nei suoi gusti e lo trovo che ride anche lui perché anche lui è romano e a quel punto mi sento come tradito e a quel punto che riesco a convincere i miei amici ad abbandonare il Campidoglio ma prima grido alla folla che invece di stare qui ad applaudire le sciocchezze [Gigi Proietti in groppa a una riproduzione del cavallo di Marco Aurelio:“Marc’Aurelio pe li amici e pe li romani Marc’Aurelio a cavallo, pe via che so diciotto secoli che sto in groppa a ‘sto cavallo che nun je la faccio più (…) nun sai più indove finisce er culo e indove finisce er cavallo!”] dovrebbero andare tutti alle sei sul Pincio a sentire Vinicio Capossela per capire dove al momento in Italia sta il vero divertimento di qualità.

Per colpa dell’aggiunta di zucchero non ricordo bene cosa sia successo dall’una alle cinque di notte: so soltanto che abbiamo perso come sempre il cavatappi e che abbiamo incontrato altri nostri amici e siamo stati con loro e qualcuno ha rubato qualcosa in qualche bar e qualcuno ha detto qualcosa a proposito della casa di Goethe. Questa è la cinghiamattanza dei miei ricordi.

Alle cinque siamo tutti in fila per salire da Piazza del Popolo al Pincio e la fila è lunghissima su per una tortuosa scalinata in pietra e la maggior parte di noi desiste dal tentativo perché va bene Vinicio Capossela ma non va bene soffrire così, e torna a casa. Restiamo io e altri tre miei amici che ho incontrato dopo lo sfiorato incidente diplomatico del Campidoglio.

Ma a soffrire così e soprattutto per sentire quell’album di Capossela (quel capolavoro di “Ovunque proteggi”) ero già avvezzo visto che qualche mese prima mi ero ritrovato dentro una cappella sconsacrata, nella bellissima serata d’addio al quartiere Monti da parte del centro sociale Angelo Mai cacciato altrove dal sindaco così gentile e così acculturato, per un concerto notturno a sorpresa dello stesso artista. Un concerto che per la ressa dentro quella scatola di fiammiferi edile che era la cappella saltò dopo un solo brano o due e sinceramente mi era rimasta parecchio sullo stomaco, la cosa.

Dopo la fila, io e i miei tre amici riusciamo a ritagliarci un angolo lì sulla terrazza del Pincio che sono già le sei e qualcosa e il concerto, a chiusura della Notte Bianca del 2006, ha inizio con la voce registrata di Pavarotti che canta il “Nessun dorma” accompagnata sul palco dal theremin e poi Capossela con lo snocciolare dei suoi proverbiali travestimenti (per l’occasione, anche una vestaglia) e delle sue canzoni: “Bardamù”, “La notte se n’è andata”; “Moskavalza”; “L’accolita dei rancorosi” e “Tanco del murazzo” e “Il corvo torvo”, una di seguito all’altra, da farmi schiattare il cervello; la cover di “A Night In Tunisia” di Charlie Parker; il reading di un brano del romanzo “Non si muore tutte le mattine”; “Dov’è che siamo rimasti a terra Nutless”; una canzone inedita (tutt’ora); “Signora Luna”; “Non trattare”; la cover di “Si è spento il sole” di Adriano Celentano; “Il rosario della carne”; “L’uomo vivo” che è più un inno alla convivialità alcolica che al Cristo; “Al Colosseo”; la meraviglia che è “Al veglione” e che in quell’alba particolare diventa, nelle parole di Capossela, “Allo sveglione”; “Tornando a casa”; “Che cos’è l’amor”; “Solo mia”; “Contratto per Karelias”.

Per via dell’alcol che gira sul palco lui biascica i suoi testi, fa confusione, e anche tu biascichi per via dell’alcol i suoi testi e fai confusione e intanto tutti i tipi di blu che nel cielo ci dicono che dopo l’ennesima notte tocca all’ennesima mattina, senza quell’angosciante umidità nelle ossa da notte di ferragosto sulla spiaggia.

Poi l’alba che non è l’alba descritta dal sindaco bravissimo a scrivere e quando il sole ormai è là sopra a farsi vedere da un po’ [Capossela: “Non so se siamo andati dove ci hanno condotto i prodigi degli insonni ma (ansima della grossa) almeno qua sopra ci siamo arrivati e mi sembra (fa un gesto come ad abbracciare la folla) straordinario, grazie”] il cantautore siede al pianoforte per “Ovunque proteggi” e il suo staccarsi dal piano, a canzone finita, e piangere di commozione mentre tutti applaudono.

L’anno dopo, lì sulla terrazza del Pincio, allo stesso orario, avrebbero suonato gli Zero Assoluto. Per fortuna si poteva sbrattare in qualsiasi posto, in quel periodo.

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