Night comes on

di Flavia Gasperetti

Non è la prima volta che le capita di svegliarsi così durante la notte, rattrappita e semipenzolante sullo strapuntino del letto. Non è la prima volta da che vivono insieme, non è la prima volta nemmeno questa notte.

Nella percezione comune un letto ha due metà, due lati – per questo gli amanti in rodaggio si chiedono l’un l’altro “da che lato dormi tu?” Per questo un letto matrimoniale in inglese lo si chiama double, doppio, perché ci si sta in due. Perché esso dovrebbe essere la somma di due letti singoli, sì, ma affiancati e congiunti, questo è il vissero sempre felici e contenti cui aneliamo, questa è la promessa di idillio domestico cui abbiamo creduto al punto da noleggiare un furgone per andare da Ikea a prendercelo, al punto da impegnarci poi a pagarlo in venti comode rate.

Quando compriamo questo primo letto di coppia e lo mettiamo nella “nostra” prima casa, lo facciamo spinti da una comune illusione: stiamo comprando due letti singoli, sì, ma affiancati e congiunti. Così sarà il nostro amore: il nostro spazio, quella misura minima e invalicabile che siamo abituati da sempre a chiamare nostra entrerà in comunione con quella dell’amato. Cosa c’è di più bello? Il mio reame e il tuo da oggi non avranno più un confine interno. E su di esso governeremo insieme, benevoli e felici. Mai immagineremmo, quando giriamo insieme mano nella mano per lo showroom di Ikea, che truppe di lanzichenecchi a lui fedeli occuperanno le nostre terre, compiranno razzie, faranno strame della popolazione locale incendiando e saccheggiando.

Il letto dovrebbe avere due metà, però ogni notte lei si sveglia e si rende conto che, fosse possibile osservarlo dall’alto, il loro letto è invece composto di quattro quarti. Oltre alla direttrice invisibile che idealmente separa le due metà verticalmente, ve ne è un’altra perpendicolare alla prima che divide il letto in orizzontale. E ogni notte, non solo il fronte verticale avanza inesorabile, ma le forze nemiche estendono la loro occupazione anche a quel quarto di letto inferiore che era suo di diritto. È una manovra a tenaglia. E lei è rannicchiata, con un ginocchio premuto contro l’addome e l’altra gamba ciondolante, prigioniera all’interno di quell’ultimo quarto superiore sinistro. Spesso si arrabbia così tanto che lo sveglia, così, per dirgli “guarda! Lo vedi come sei messo, dico, lo vedi quanto posto occupo io in questo misero quarto superiore sinistro di letto che tu mi hai lasciato?” e si intestardisce a farglielo capire ottenendo in risposta solo un murmure astioso.

E allora sono anni che, nonostante tutto, lei si sveglia e si arrabbia. La notte cambia le proporzioni delle cose. Di giorno non ci pensa, lei, o se ci pensa è per scherzarci sopra. “Tu mi vedi così perché sono sette anni che non dormo, una volta io ero dolcissima!” dice lei agli amici e ride, e ride anche lui, ridono tutti.

“Io voglio quello che avete voi” dice a volte questo o quell’amico single quando parla dell’amore. Una così bella coppia. Divertenti, uniti, bellocci. Una bella coppia che se bisticcia lo fa ridendo e fa ridere anche chi li ascolta. Chi non amerebbe pensarsi così? E lei ama pensarsi così, quando pensa a loro due. Fuori splende il sole e lei è sveglia, la sua mente diurna non vede ombre, pensa del loro amore quello che pensano tutti e le basta.

Poi la notte arriva e con essa i risvegli continui. Considerata nel delirio lucido delle quattro di notte quest’occupazione del letto le sembra ora un problema insanabile, un abuso che non può tollerare oltre e anche, magari, una metonimia che è lì in luogo di incompatibilità più grandi, fondative e ineliminabili.

Lei che quando dormiva sola non conosceva altro che profondi e ininterrotti abissi. Lui sempre agitato che si gira e si rigira, buttando braccia e gambe in ogni direzione.

Lei che ha freddo e lui che ha caldo.

Lei che non sopporta di essere mossa, di sentire il respiro altrui sulla faccia e lui che fino al mattino prova ad inseguirla.

E allora ogni notte la stessa storia, restano abbracciati fino a che non stanno per addormentarsi e quello è davvero il momento più bello della giornata, infine lei si gira voltandogli le spalle. Ma lui inevitabilmente comincia ad avvicinarsi, si muove, la cinge con le braccia, con le gambe, le pesa addosso. Per dormire tranquilla, per non essere svegliata ad ogni movimento di lui, si allontana ancora un po’, tira su le gambe e si rincuccia. Così tutta la notte fino a che non prova a muoversi, a distendersi e si accorge che non c’è più spazio, che lui è ovunque, dietro di lei e quasi sopra di lei, in basso sotto di lei dove vorrebbe allungare una gamba e non può.

Provare a farlo arretrare, recedere, spostarlo o farlo rotolare è faticoso e richiede una tale presenza di spirito da svegliarla completamente. Occorre calcolare quanto lui sia in grado di sentirla e obbedire alle direttive, identificare su quale punto del suo corpo da ottanta chili possa fare leva lei con i suoi cinquanta,sorbirsi mugugni e gemiti di protesta.

Ogni tanto, quando si sveglia di umore particolarmente pugnace si solleva un momento a contemplare, là oltre la spalla di lui, fresche distese di letto irredento e allora si alza, fa il giro e va a dormire lì. Fintanto che lui non se ne accorge, lei è in pace.

Altre volte è lui che si arrabbia. “abbracciami” le dice, mezzo addormentato.

Anche lui cova la sua brava porzione di rancore notturno. Spesso lei si sveglia di colpo perché lui l’ha appena attirata a sé, l’ha girata, tirandosela addosso come un golfino sulle spalle. E se lei cerca di districarsi, lui prorompe in una sonnolenta e bofonchiata recriminazione.

Ma la cosa che più lo amareggia succede la mattina presto quando si alza e lei, che era rimasta ostinatamente girata e rincantucciata tutta la notte, immediatamente si distende e con un sospiro di soddisfazione si allunga fino ad occupare lo spazio dove fino ad un momento prima era lui. Anzi, lo occupa tutto, il letto, con un entusiastico stirarsi in diagonale.

“Lo faccio perché c’è il tuo tepore” prova dire lei.

“Lo fai perché sei contenta che mi sia alzato” risponde lui, e ha ragione.

A volte, quando non riesce a riaddormentarsi, pensa a come ci debba pur essere una soluzione.

“Forse dovremmo dormire in letti separati” pensa ad alta voce lei.

“Certo, e poi dopo in camere separate, e poi in case separate” risponde la voce insonnolita di lui.

Se dorme, come ha fatto a sentirla?

Altre volte, nelle notti in cui rimane a ponderare questo problema ingigantito dal buio e dalle ore si chiede perché sia un problema per lei e non per lui. Perché a lui non importa che lei dorma male? Perché quando ne parlano lui minimizza, glissa, tratta la questione come se fosse una cosa da poco? Ma conosce la risposta che darebbe lui se non stesse dormendo “perché per te ogni cosa è un problema e per me no”.

Forse è così. D’altronde credere ad un amore, ad una storia, è credere ad una particolare versione degli eventi e anche ad una certa versione di se stessi e dell’altro. È credere che si è così come ci si racconta e si è percepiti. In questa realtà di loro costruzione lei è certo quella che prende tutto troppo sul serio e lui è quello che instancabilmente mitiga e attenua.

Però il sonno è importante, pensa lei. I ritmi circadiani, gli esperti ne parlano come fossero importanti. Se ci sono pure le cliniche del sonno, qualcosa vorrà dire.

Pensa a tutte quelle storie orribili che si sentono in giro, alla televisione o sul giornale. Persone che a causa dei disturbi del sonno strangolano la moglie o si buttano dal terrazzo e nemmeno se ne accorgono perché, per l’appunto, dormono – beate loro. E che dire di quelli che vengono torturati impedendo loro di dormire? Quanto ci vorrà a spezzare un persona in questo modo? Quali danni terribili si possono infliggere?

Scoppia a ridere da sola nel buio, al pensiero che la loro routine notturna possa configurarsi come un’ aperta violazione dei trattati di Ginevra.

Ma se veramente alcuni suoi malumori, le insofferenze, la sua poca pazienza degli ultimi anni fossero tutti spiegabili con una banale mancanza di sonno? Anche questo è un pensiero delle quattro di notte, un pensiero falena il cui battito d’ali diventa udibile solo nel silenzio profondo di quest’ora. Questo pensiero dice “sei cambiata”. Le dice, questo pensiero, che non è più quella di prima. C’è stato un tempo, quando dormiva piuttosto che passare le notti sveglia in balia di pensieri sconnessi, in cui tutto sembrava più facile. Era più leggera, lei, prima. Non è sempre stata quella che prendeva tutto troppo sul serio.

Magari è perché dorme così male, le viene da ipotizzare in queste ore bianche. È quanto mai possibile che certi suoi stati d’animo non dipendano affatto da lei e nemmeno dalle contingenze e dai problemi dal momento. Potrebbero essere sintomo banale, esito prevedibile di disturbi rimediabili. E allora si ripromette di approfondire la cosa, di guardare su Google, andare in biblioteca magari. Raccomanda a sé stessa di ricordarsene l’indomani. Vuole controllare ma non ora, ora che le sta tornando il sonno. Domani lo farà, pensa, mentre si riaddormenta.

Ma domani non lo farà. Domani sarà giorno, sarà un nuovo giorno e tutto questo non avrà importanza. Le cose andranno bene, bene come sempre, come prima.

 

2 comments to Night comes on

  • Mi piacerebbe poter dire che questo racconto è bellissimo, ma non posso: è opinione comune che per parlare di un’opera d’arte si debbano evitare aggettivi troppo comuni. Quindi non lo dico, ma se potessi dirlo, direi che è bellissimo.
    ps ed è anche misurato, bulinato, toccante, lieve – l’ironia che stempera l’amarezza, lo stile così aderente al significato

  • w gli aggettivi abusati quando meritatissimi!!!! bellissimo davvero!!!!

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