Anticipo

di Mauricio Wacquez (da Excesos, Editorial Sudamericana, 1971, Santiago del Cile, trad. di Fabrizio Gabrielli)

Madame de Lansoy, celebre fiorista di Montparnasse ricordata ossequiosamente financo negli almanacchi, quel giorno osservò il paesaggio diseguale – gli alti lampioni, le carreggiate intersecarsi, i pesanti edifici in lontananza – che circonda l’aeroporto di Orly. In silenzio, le mani sulla gonna, contemplava gli ultimi chilometri di viaggio, le soavi virate dell’autostrada che il suo compagno affrontava con una parsimonia quasi indifferente. Il crepuscolo domenicale ed il freddo che potevi addivinare nel fragile impasto di brina di colpo intristivano le ore felici di quel week-end passato vicino al fuoco, i momenti di fronte alle vetrate sul parco attenuati da latrati lontani e dalla musica che Roger manteneva viva nello stereofono.
Una volta tanto pensò che il freddo gli avrebbe reso più facile il rientro a Parigi. Le corsie sgombre, la velocità costante delle poche automobili la fecero pensare con tenerezza al tiepido appartamento di Passy; si vide avvolta da tutte quelle cose che, senza stridenza alcuna, accompagnavano l’affabilità della sua vita. Pensare all’indomani, al lunedì, non le generava più quel senso di sventura che prima popolava di tristezza le domeniche. Ora il mondo aveva una sua forma precisa – giorni minuziosamente separati l’uno dall’altro, programmi serrati di piccoli piaceri e riposo, amicizie infine – che nei suoi primi anni di matrimonio non avrebbe mai sognato. Ora godeva di una sua stabilità (la postura deliziosamente rilassata che manteneva immobile sul sedile, c’era miglior simbolo?). Eppure, al ritorno dalla campagna sempre finiva per pervaderla la tristezza, una provvisoria inquietudine che lei alimentava malinconicamente, forse per riprodurre in qualche modo i sentimenti di una volta, l’ansia dell’amore, qualche ricordo insostituibile.
Ovvio che a fianco di quel pacato sentimento di sconfitta si levasse un’incrollabile soddisfazione per tutte le cose che era riuscita a combinare, a intessere l’una con l’altra affinché ogni piano potesse compiersi, affinché i desideri non avessero la possibilità di trasformarsi in frustrazioni, scansando da loro, per quanto possibile, l’accidentale, l’improvvisato. I loro impieghi, i figli, le proprietà erano là, potevi contarli, verificarli; loro due mantenevano il controllo di tutt’un piccolo universo, loro due se l’erano creato ed era a loro, che apparteneva.
Sorrise. Roger le prese bruscamente una mano, se la portò su una delle ginocchia. Non era così?, non si manifestava in ogni momento quella simultaneità di pensieri, di desideri? Le loro mani intrecciate erano la chiave del trionfo.
Un’allegria subitanea – subodorare ancora una volta la tiepidezza prossima dell’appartamento, la semplice perfezione delle loro vite – la fece sentire sollevata, e osservò il cielo dall’ampio parabrezza: era duro, gelato nelle sue nubi immobili. Dal cruscotto di cuoio prese il pacchetto di Gitanes, se ne accese una e la mise tra le labbra di Roger; poi, per lei, s’accese una Kool. In quell’istante i lampioni dell’autostrada e della zona limitrofa all’aeroporto cominciarono gradualmente a rincorrersi. Ogni volta che passava di lì le veniva da immaginare – desiderare, se del caso – la tranquilla vita di periferia – immaginazione e desiderio che subito si eccitavano al leggere i cartelli che indicavano strade laterali: Choissy Le Roi, Versailles, Saint Germaine en Laye.
Si lasciò cadere sullo schienale con un sospiro. La sua mano, però, rimase per un momento sul cruscotto, ed azionò uno dei pulsanti della radio.
Quella musica, il calore, l’aroma mescolato delle due sigarette l’avvolsero creando un’atmosfera nella quale tanto si riconosceva. La mano era tornata a poggiarsi sulla gonna: faceva tamburellare le dita, involontariamente, come alienata dal ritmo di Martial Solal. Felice di tutto, decise che l’indomani avrebbe inviato i gladioli giganti – il carico arrivato da Nizza era davvero molto bello – che aveva promesso a padre Martin. Decise pure che sarebbe arrivata alla boutique dopo mezzogiorno affinché tutto potesse essere in ordine per l’apertura: la vetrina brillante di colori; gli areatori silenziosamente in azione per evitare che l’atmosfera sovraccarica rendesse quel paradiso di cristalli e colori non la primavera artificiale che desiderava e sempre perseguiva, quanto piuttosto un luogo con estemporanee reminiscenze funebri, cimitero e camera ardente.
– Visto? – disse indicando la radio – dovremo fare una deviazione.
Roger la guardò come se fosse stato svegliato da un sonno profondo.
– Cosa? –
– Non hai sentito? C’è un incidente sulla tangenziale prima di Porta d’Orleans. Deviano il traffico verso Italie.
– Ah! – replicò Roger – allora prenderemo qualcosa al Quartiere Latino.
– Nemmeno a pensarci, con questo freddo? Roger, non esageriamo! Sono stanca.
Spense la radio. I dettagli la ripugnarono. Il camion e l’auto infuocati sulla carreggiata, la benzina che non lasciava possibilità di scampo, che abbracciava tutto in un inferno inatteso.
Guardò Roger.
– Non è malvagia l’idea del bicchiere a Saint Germain, sai?
– Ah!
– Sì, sono stanca, però… ti sei ricordato di lasciare i soldi a Maurice?
– Gli ho lasciato cento franchi.
Il quadrante dell’orologio sul cruscotto segnava le cinque e dieci passate. Doveva essere guasto: alla radio avevano annunciato da poco le cinque e ventidue. Socchiuse le palpebre, permise che la moltitudine di quadranti luminosi svanisse, allontanandosi, creando un universo senza dettagli, rigato da linee gialle, arancioni, di luce riflessa dall’acciaio e dalla plastica.
– Mi sono ricordato che devo chiamare in azienda – disse Roger lentamente – e non ho con me i dati. Peccato. Mi sarebbe piaciuto sedermi alla Contrescarpe come facevamo un volta, ti ricordi?
– Sì, ma non fa nulla. Così avrò tempo per farmi un bagno, prima di cena.
Si inclinò sul posacenere e spense la sigaretta. Le auto avanzavano ancora alla stessa velocità. Sorpassavano zone ondulate della strada, si immergevano in tunnel illuminati da lampade al sodio dalla luce gialla.
– Sembra che non ci saranno ingorghi. I notiziari esagerano sempre le cose.
– E fanno bene – disse lei. – Devi vedere quanti incidenti ci sono!
Roger cercava di togliersi la giacca. Lei si inclinò e lo aiutò a liberarsi delle maniche. Poi si voltò e stese l’indumento sul sedile posteriore.
– Grazie, cara.
Si mise ad osservare il fascino che ancora possedeva quell’uomo, l’eleganza sportiva del suo vestiario, il taglio leggermente lungo dei capelli brizzolati. Gli carezzò la nuca. Sbadigliò. Sentì le lacrime agli occhi.
– Italie è a destra -, disse indicando il punto segnalato dalle frecce.
– Sì – rispose Roger – ma voglio rischiare. Continuerò sulla tangenziale. Vedi? Non c’è nessuno che devia il traffico.
– Roger, mi inorridisce vedere gli incidenti.
– Cara, non preoccuparti, dev’essere già tutto finito – disse baciandole con tenerezza una mano.
Pensò: “che brutta è Parigi vista da questa parte”.
Poi tornò a guardare il cruscotto. Le cinque e diciassette. Guardò il suo orologio da polso. Le cinque e diciassette.
– Finalmente! – disse Roger – Porte d’Orleans. Nemmeno un minuto perso. Vedi che non è successo nulla?
Madame de Lansoy osservò la testa di suo marito, distolse lo sguardo, tornò a guardare l’orologio del cruscotto; all’improvviso la mano si contrasse disperata sull’impugnatura di cuoio: fu così che capì, vedendo il camion cisterna apparire velocemente, come mai gli orologi fossero in anticipo.

Saint Cloud, marzo 1968.

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