In controluce

Di Paolo Zardi

Fotografie di Sergio Andretti

A cura di Martina Giorgi

Il presentimento – è quell’ombra lunga – sul prato –
segno che i soli tramontano –

avvertimento all’erba spaventata
che l’oscurità – sopraggiunge –

Nell’afrore postprandiale che si propaga dal tavolo piazzato sotto gli olivi fino ai bordi della campagna, in quell’abbandono che assomiglia a un acconto di morte calda e secca, ci prepariamo per il mare: io sono stanco, tu hai gli zoccoli olandesi che avevi comprato ad Amsterdam e un paio di occhiali che non ti avevo mai visto addosso. Hai la bocca sfuggente di chi pensa ad altro; ti prenderei a schiaffi, se solo ne avessi la forza, ma il sole della tua terra, la pasta di tua zia, e l’incessante frinire dei grilli stanno tutti dalla tua parte.  Buttiamo due asciugamani nel bagagliaio della Panda, le ciabatte, un ombrellone. Tua cugina, che è appena stata lasciata dal fidanzato per il suo migliore amico, dice che viene anche lei. Ok, vieni anche tu. Ti somiglia – in famiglia avete risparmiato sui lineamenti, e sugli affetti. Mentre partiamo, quella bestia pelosa che ti ostini a chiamare Peggy ci insegue per quasi un chilometro, con la lingua fuori. Ti ricordi quel cagnolino che camminava sulle zampe davanti, come al circo, nel bar dove ci eravamo fermati a bere una cioccolata calda? Era autunno. Dai platani disposti lungo la strada che ci avrebbe riportato a casa cadevano foglie grandi come cartoline. Avevamo trascorso quel pomeriggio passeggiando tra i boschi di castagni e larici sulle colline sopra Padova, e non avevamo detto una parola. Eppure mi piaceva, quel silenzio. Sul tronco di un albero, ai bordi del sentiero, il muschio aveva disegnato il muso di un cerbiatto. Ci guardava dritto in faccia, con la bocca socchiusa, gli occhi sbalorditi. Davvero non hai capito cosa aveva visto?

La strada che ci porta al mare è nera e luccicante, un fiume di asfalto fuso. Tua cugina insiste per stare davanti; poi insiste per ascoltare un CD di Cocciante. Io, qui in Sicilia, ho preso l’abitudine di dire sempre sì.. Quando dalla campagna arsa arriva il tanfo di una carogna, chiudo il finestrino. Viaggiamo sigillati in un un forno a infrarossi, blu. Una volta mi avevi portato a vedere un cavallo morto, sopra Aci Castello: era disteso vicino a una pozza scura, e non sembrava vecchio. Il giorno dopo abbiamo letto che era scappato due settimane prima, che si era perso: che lo avevano cercato inutilmente con i cani. Non puzzava, ma aveva la pancia gonfia, le zampe davanti spezzate, gli occhi mangiati dalle bestie. Tu, invece, avevi gli occhiali piccoli e tondi che ti avevo regalato per la tua laurea, e io avevo già smesso da un pezzo di farmi la barba. Tornando a casa, in macchina, mi avevi detto ridendo che da piccola avevi fatto la doccia con tua cugina, e che ero l’unico a saperlo. Avevo pensato al bagno di tua zia, alle piastrelle verdi, al sapone Felce Azzurra che tuo zio si ostinava a comprare come un fioretto, allo specchio sopra il lavandino. Dirigevi sempre i miei pensieri verso il centro del tuo universo. E mentre me lo raccontavi, una mosca continuava a sbattere la testa sul parabrezza, per raggiungere il sole basso all’orizzonte. Sulla maglietta avevi una macchia di pomodoro. Ero felice, come quelle foto in cui tutti sorridono.

In lontananza vediamo Taormina, e il mare, e la coltre umida del cielo sopra l’acqua, e l’acqua che si perde oltre l’orizzonte. Il sole è quel limone che non riesco a fissare. Odio le città che sanno di essere belle: come te. La tua borsa vibra, ma fai finta di niente. Ci fermiamo a comprare la frutta, ci fermiamo a comprare l’acqua, ci fermiamo a fare cinque euro di benzina. I motorini continuano a superarci. Le ragazze sedute dietro hanno i capelli lunghi e tengono le mani sui fianchi dei ragazzi davanti. Dopo una curva ad angolo retto, passiamo accanto a un giardino pieno di piante di ananas, goffe come i gatti grassi di tua madre. Un agave punta il suo fiore altissimo verso il cielo. E’ coraggiosa, la natura qui in Sicilia, coraggiosa e prepotente, e disperatamente votata alla putrefazione. Qui, tutto vive e tutto muore in un’estate; qui l’amore arde dello stesso fuoco. L’ex fidanzato di tua cugina ora vive in una specie di sottoscala, e forse perderà il lavoro, ma si scioglie per i baci di Salvatore; e tua cugina, che riconosce un’amica lungo la strada, ci dice di tirare dritti: il dolore assomiglia agli inverni lunghi e freddi, quando nessuno esce di casa. Guarda, c’è anche il baracchino dove avevamo preso un panino con la salsiccia, la prima volta che eravamo scesi a trovare i tuoi parenti. Ti ricordi la faccia di tuo nonno? Quando l’ho conosciuto, se ne stava seduto su una cassapanca in cucina, il bastone appoggiato accanto, i piedi che non arrivavano a terra, e mi guardava incredulo. Aveva fatto la guerra in Russia, temeva i tedeschi. Con il tempo era diventato piccolo e secco. Aveva un fratello in America, ad Hartford, che avrebbe voluto rivedere un’ultima volta: ora possiamo dire che non ci riuscì. Vicino al telefono teneva una foto di tua nonna, che non ti somigliava proprio per niente. Apparteneva a un altro ramo, più – te lo devo dire – più nobile. Tre giorni dopo tuo nonno pelò due fichi d’india e me li offrì su un piatto che aveva rubato all’Ospedale Civile di Padova, tanti anni prima. Ripeteva sempre che la ruota gira. E che i figli si baciano nel sonno: io, l’anno scorso, la notte di Natale ti ho scopata mentre dormivi, e hai fatto finta di niente. E ora che passiamo accanto al parcheggio dove mi hai fatto l’unico pompino della tua – della mia – vita, a cosa pensi? Ti guardo riflessa nello specchietto retrovisore. Hai una macchia rossa e luminosa che ti copre tutta la faccia. Non ti vedo più.

L’acqua è salata e fredda, e piena di carte che galleggiano. Un marocchino vende pareo e collane di corallo. Due bambini giocano a calcio con una palla rossa. Tu ti tuffi dagli scogli dritta come un fuso, hai la pelle di bronzo, e un costume bianco come nei miei sogni; io sto seduto sull’asciugamano viola a rollare sigarette, sotto lo sguardo smarrito di tua cugina. Avete davvero fatto la doccia insieme? Tu parli con il ragazzo che affitta i pedalò, io parlo con lei di cinema, e della primavera in cui scoppiò la centrale di Chernobyl. Intanto, nel filo sottile che divide terra e mare, oscillano vecchie incerte; le onde toccano le punte dei loro piedi, e subito si ritirano. Le estati sono il negativo di questi giorni, mi dice tua cugina. Io le dico che la separazione è tutto quello che sappiamo del cielo, e tutto quello che ci serve dell’inferno; non ricordo dove l’ho letta, questa cosa, ma sono convinto che fosse marzo. E mentre nel cielo passa il cerbiatto che ci guardava nel bosco, lento come una nave, bianco come una nuvola, io ti vedo tornare verso di me, dal mare, in controluce, come in una foto bruciata dalla luce che la colora.

 

 



 

3 comments to In controluce

  • Denise

    ciao Paolo! Bello davvero, complimenti

  • Sono estasiato e deliziato. Ci sono racconti che sanno darti, come un succo concentratissimo che però rimane gradevole, quasi più di un romanzo. Rimastico ognuna di queste frasi che mi sono goduto, perfetta fusione d’immagine, aforisma e poesia, e su ognuna potrei scrivere un lungo commento, e invece taccio, perché è così meraviglioso poter essere Lettore, quando appare quella cosa rara e luminosa che si chiama Scrittore!
    Mi hai ripagato dello strazio e della noia per quelle 17 paginette di cui parlavo sul mio blog…
    Grazie!

  • carloesse

    Gran bel racconto. Più mi addentro nelle opere di Paolo Zardi più vi trovo vere lezioni di scrittura. Mai banale. Alla faccia di tutti i corsi di “scrittura creativa” dei miei zebedei.
    Ottimo il connubio con le immagini di Andretti, fotografie lacerate e combuste che si sposano perfettamente al testo. Un vero gioiellino.

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