Irene

di Mauricio Wacquez (traduzione di Fabrizio Gabrielli)

Prima, ieri, io la amavo, Irene. Fino a ieri che se n’è andata l’amavo follemente, io. Ora, ora che cerco di far sì che la linea della palpebra non mi sfugga via, di disegnarla come sempre gliel’ho vista disegnare, un occhio già completato, l’altro che nonostante tutto credo verrà un po’ diverso, più scuro, con un’ombra meno violetta, più tendente al malva (che cos’è, l’inesperienza!), la scriminatura meno docile e ondulata e soprattutto d’un altro colore – stiro l’occhio con l’indice della mano sinistra mentre l’altra mano trema al ripassare il bordo sul quale sono piantate le ciglia – senza sapere perché, dal momento che ho utilizzato la stessa matita per l’uno come per l’altro occhio; ora che sembra che questo ritocchino finirà per essere un vero disastro, impalato come sto sul pavimento umido del bagno con le sue pantofole di raso che mi opprimono selvagge i piedi, cercando di stare in equilibrio tra scivoloni che mi tocca inclinarmi verso lo specchio dove la luce è più forte perché quest’occhio possa venire uguale all’altro, cosa della quale dubito; ora che sento il calore della lampadina fondere la crema base facendola gocciolare sulla fronte e sulle guance come un sudore eccessivo che minaccia d’inondare e far crollare a terra il paziente lavoro sugli occhi; ora che realizzo che mi sarei dovuto mettere un po’ di pancake e di terre di modo che, così facendo, ora la pelle sarebbe secca e non gocciolerebbe questa specie di sperma, lo sento correre silenzioso lungo il collo ed è per questo che resto calmo, per non rovinarmi il vestito: le macchie di grasso siimpregnano e non le togli più dalla mussola bianca; ora che avverto, con un’occhiata, chele unghie son rimaste aspre ed irregolari e – ciò ch’è più terribile – non hanno la stessa tonalità che usava lei; ora che non so quando finirò col dare all’occhio quell’aspetto trasognante che aveva lei quando ogni volta in corridoio mi diceva sono pronta; ora che, questo sì, ricordo che nella stessa giuntura della palpebra la linea saliva verso l’orbita, affievolendosi, terminando a punta con una codina; ora che, oltretutto, devo sbrigarmi perché vedrai che manca poco a che lui arrivi, devo andarmi a sedere in sala, accendere la televisione, ripetere i movimenti che accompagnarono le nostre ultime serate lente e silenziose; ora che mi manca solo d’indossare le scarpe e in tutto questo l’occhio, cazzo, dà l’impressione che non verrà mai uguale all’altro e sembra sia meglio lasciarlo così; ora sì, ora sono Irene.

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