Lacrosse

di Fabrizio Gabrielli

Svaniva puntuale, come i buoni propositi davanti alle tentazioni, già da quasi un anno, tutti i mercoledì. E Marzia no, non era tipo da sospettare insospettabili reunion di calcetto.
Allora perché, in una di quelle sere in cui il sentore che le cose stiano prendendo a girare un po’  più strane comincia a far rumore come i topi sotto i mobili vecchi, perché lʼaveva bisbigliato a labbra serrate? Perché non aveva gonfiato il petto in un moto di rivendicazione orgogliosa?
Aveva timore di cosa, precisamente?
Lacrosse. Gli era uscito flebile come un sibilo di biscia tra i giunchi. Lacrosse, aveva titubato.
Lache?, gli aveva risposto lei.
La sensazione di  dejà vu  era sopraggiunto a braccetto con ricordi dai bordi sfilacciati, pieni di nuànze oniriche.
I parchi bui di Deurne, le pinte, il quartiere sinti, le guance dipinte, i gamberi color delle unghie sul lungomare di Ostenda, dita a sfiorarsi tra cozze grandi come orecchie. Sullo sfondo un’Anversa piena di matti, di fritti, di patti, e poi Kim, la piccola Kimmijeke, con la quale s’eran detti amici fin quando non ci accorgeremo che. Cʼera voluto che la luce e Ella Fitzgerald gli fossero stati propizi, per subodorare che le cose tra loro stavano prendendo a girare un po’ più strane; solo allora era arrivato il momento di spiegarsi a vicenda chi erano al di fuori di Kimmijeke e lui, lui e Kimmijeke. E di mezzo c’era l’ascìscio, le giostre, camminare a piedi nudi sullo zucchero, il korfbal. Il korfbal, s’era ravvivata Kimmijeke, sai, il korfbal è un gioco stupendo, aveva ululato Kimmijeke. Korfwhat?, aveva singhiozzato lui.
Il Korfbal se lo sono inventati gl’olandesi, gente strana; mulini a vento, zoccoli di legno e l’idea d’un giuoco di squadra, otto membri, quattro maschi e quattro femmine, che li accorpasse tutti, i giuochi  che si fanno in squadra, ma senza somigliare a nessuno.  Una palla tipo quella che si usa nel calcio, ma che non si può scalciare; e un canestro che magari può sembrarti quello della pallacanestro, ma inchiodato a un palo più alto, molto più alto. Ecco cosʼè il korfbal. E tutta un’esagerazione di tattiche, poi, di regole cerebrali che davvero, quando s’era lasciato trascinare al campo di korfbal a vederla, una partita di korfbal, il momento più entusiasmante di quella parentesi korfbal era stato quando una lepre aveva accidentalmente attraversato il campo — perché il korfbal, in Belgio, si gioca su campi verdissimi al centro di verdissime praterie, col nulla tutt’attorno.
Ricordava d’averle chiesto, a Kimmijeke, ch’era ancora tutta sudata, se era una prerogativa del giuoco, che le lepri attraversassero gaudenti il campo; perché gl’era sembrato molto eccitante, quell’istante, più di tutto il resto, le aveva detto; e ricordava d’averlo fatto in maniera molto sincera, ma fors’anche troppo partecipata, s’è vero comʼè vero che s’era rabbuiata, la piccola Kimmijeke, le si era asciugato il sudore tutto d’un colpo.
Da quel giorno, poi, per loro che sʼeran detti amici e tutto quanto fin quando non ci accorgeremo che: c’era stato mica più niente di cui accorgersi.Gli sarebbe toccato cercare parole puntuali, allora, e immagini altre, color dellʼacquaforte, per spiegare a Marzia perché proprio il Lacrosse, e tutto il resto.
Certo, avrebbe potuto cominciare col dirle ch’è un po’ tipo l’hockey, hai presente, solo che non c’è disco, ma una palla, una palla che sembra quella da baseball ma è molto più grande, anzi no, sembra quella da pallamano ma è più pesante, più tosta, più tesa, e l’obiettivo poi è sempre quello: infilare lʼavversario.
Dopotutto è lo scopo universale dʼogni umana competizione, infilare qualcosa in qualcosʼaltro: la palla in rete,  la lancia nellʼanello della giostra del saracino, la freccia nel bersaglio, la pallottola nel costato del cervo, la pallina in buca, la sfera nella cesta, lʼhot dog tra le labbra, il dito dʼuna donna in un anello, le parole giuste in un discorso.
Per strapparle un sorriso avrebbe potuto tirare in ballo George Beers, l’inventore della variante moderna del Lacrosse, Beers che nella vita di tutti i giorni faceva il dentista e che ha codificato le regole basilari del gioco pensando di introdurre i caschetti protettivi e i parastinchi e i paratorace e i paradenti.  Non ti sembra un controsenso, avrebbe potuto pisipigliare dando corpo allʼargomentazione. Un dentista che impone i paradenti. Come se un ortopedico suggerisse di non calciarla più, la palla, di eliminare la possibilità d’entrare in tackle nel calcio, e imponesse la regola di soffiarla via, la palla, a pieni polmoni. Stai a vedere che non subentrerebbe lʼautorevole pneumologo cominciando a sostenere l’utilità di spostarla, invece, la palla, ad esempio, te-le-pa-tica-men-te, basta con lʼoppressione cardiorespiratoria. Sicuro che sopraggiungerebbe lo psichiatra che invece, poi, insomma, ci siamo capiti.
Bagadauèi, aveva snocciolato invece, lasciandola senza fiato. Ne aveva scudisciato la pronuncia,  con una stoccata secca, come di pigna che si stacca dal ramo. Bagadauèi. I Cherokee, i Seminole, glʼIrochesi giocavano il baggataway per il Creatore, le aveva spiegato. Scolpivano nellʼebano stecche affusolate, ritorte a unʼestremità, come i pastorali vescovili. In mezzo a quellʼuncino, attorno alle spire di quella chiocciola, tendevano i fili dellʼacchiappasogni. In quellʼintreccio di corde, in quella ragnatela di canapa, catturavano una palla di stracci. Correvano  verso il palo da cui pendeva uno stoccafisso, e con tutta la forza che avevano in corpo scagliavano la palla verso il pesce duro come il legno. Chi riusciva a farlo attorcigliare attorno al palo: maramaldeggiava. Tutti glʼaltri: veneravano il vincitore.Baggataway significa Scuoti-i-fianchi, le aveva detto. Gli indiani, scuotendo i fianchi, si allenavano a fare battaglia. E a lodare il Creatore.Centinaia, migliaia di pellirosse si ritrovavano nella spianata dei Mille Acri, aveva continuato a raccontare, e puntavano lo stoccafisso. Cʼera chi rimaneva ucciso. Chi seriamente ferito. Le aste spaccavano i femori, le mandibole, i metacarpi. Rumore di ossa segate. Di palle di pelo spalmate sui petti dipinti. Eppure era anche così che si lodava il Creatore.
E poi vennero i conquistatori. I colonizzatori. Glʼevangelizzatori. Coi loro moschetti, lʼincarnato bianco, i Pater Noster e le tonache lunghe.Lʼansia di fagocitare terre, ricchezze, miti e riti, di sincretizzare, di ridurre tutto allʼintellegibilità.
Con le chieriche e i pastorali. Che in francese, si chiamano crosier.La croisier! La croisier! ridevano gli europei indicando le stecche dei giocatori, le lance di quei lottatori, che sʼallenavano a far battaglia.
Centinaia, migliaia di pellirosse si ritrovarono più e più volte, nella spianata dei Mille Acri, a puntare lʼesercito francese. Non più lo stoccafisso: lo straniero. Cʼera chi rimaneva ucciso. Chi seriamente ferito. Le aste avevano continuato a spaccare i femori, le mandibole, i metacarpi. Rumore di ossa segate. Di palle di ferro sparate sui petti dipinti. Eppure era anche così che si lodava il Creatore.
Ma sai che è proprio figo, questo Lacrosse?, gli aveva detto Marzia, a fine partita, un mercoledì in cui lʼaveva trascinata al campo, piantandogli glʼocchi neglʼocchi. E lʼaveva detto con molta sincerità, Marzia, a giudicare dal suo tono di voce, e con molta partecipazione. Figo davvero, aveva aggiunto dopo un attimo dʼesitazione. Che se solo esistesse una classifica degli sport meno interessanti in assoluto, aveva proseguito Marzia, se davvero qualcuno si pigliasse questa briga, poi, di buttarla giù, una classifica, il Lacrosse sarebbe da qualche parte nei bassifondi insieme al curling, alla gara a chi mangia più cocomero e a quel lancio delle forme di formaggio che fanno nel Canton Ticino, aveva riso, mentre lui era ancora tutto sudato.
Magari il Lacrosse non cʼentrava niente. Magari era semplicemente destino.
Da quel giorno, però, tra lui e Marzia, tempo e modo per accorgersi che le cose stessero cominciando a girare un poʼ strane, ce nʼera mica mai più stato.

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>