Pornografia occidentale

di Paolo Zardi

Aveva capito che per lui era finita quando il suo responsabile si era rifiutato di inserirlo nel team che avrebbe seguito un progetto appena partito. Alla sua richiesta di spiegazioni, lui gli aveva risposto, con un sorriso pieno di imbarazzo, che gli consigliava di concentrarsi sulla sua salute – che l’azienda non aveva fretta, che gli dava tutto il tempo che gli serviva per rimettersi in sesto: un cinico calcolo travestito da gentilezza. Prima di farlo uscire dall’ufficio, gli diede anche un moderata pacca sulle spalle, con la delicatezza di chi ha paura di rompere qualcosa di fragile.

Da allora, erano passati quattro mesi. Il responsabile probabilmente si aspettava che  mollasse spontaneamente – in casi come quelli il licenziamento era impensabile, e si confidava nella dignitosa collaborazione del dipendente. Lui, però, non aveva mai smesso di andare al lavoro: scale, l’autobus, la metro, di nuovo l’autobus; poi la reception, e le ragazze che lo salutavano con una tenerezza sempre più smarrita, Ogni giorno il viaggio sembrava più lungo, più duro, più pesante. L’aria calda dei vagoni era diventata irrespirabile, le scale un tormento. Una volta arrivato in ufficio, trascinava i piedi lungo l’open space, tirava fuori il pc dalla borsa, lo appoggiava sul suo tavolo, lo accendeva, e poi non sapeva cosa fare. Qualcuno lo guardava, e subito distoglieva lo sguardo. Aveva un aspetto terribile – i pantaloni non stavano più su, e gli era cresciuta una barba grigiastra, sporca che non riusciva più a tagliare. Spesso tremava. La voce era poco più di un sibilo.

Per anni era stato abituato ad essere in prima linea, nel cuore pulsante dell’azienda: analista, poi team leader, poi project manager, quindi account, e infine responsabile di area; ora che si stava spegnendo, nessuno era così incauto da affidargli un incarico che prima o poi avrebbe abbandonato. Avrebbe potuto rimanere a casa, a morire nel suo letto, o in qualche ospedale specializzato in questo genere di attività, ma c’era qualcosa che lo frenava – un inutile senso del dovere che non riusciva a mettere a tacere, un’abitudine simile a un vizio impossibile da perdere. O forse temeva il vuoto silenzioso della casa, il rumore dei tubi, la televisione di mattina, il cielo che, disteso sul letto, vedeva attraverso la finestra della sua camera. Così andava al lavoro, in sede, e passava le giornate navigando sui siti di informazione, sulla bacheca aziendale (solite notizie: acquisizioni di società mezze bollite, cessioni di rami d’azienda, incentivi soppressi per la difficile congiuntura economica, epici resoconti di convention), leggeva le poche mail che gli arrivavano in copia, spesso per errore, o perché la notizia della sua fine imminente non era stata condivisa con tutti i clienti, e poi, aspettava – aspettava che arrivasse l’ora di pranzo, che qualcuno gli chiedesse di prendere un caffè insieme, che finisse la giornata, o il dolore che gli stringeva lo stomaco, o la sua vita. Quando stava proprio male, passava metà del tempo al cesso a cercare di vomitare; ne usciva stravolto, lo sguardo incredulo di un sopravvissuto. A volte temeva che sarebbe morto là dentro, in uno dei tanti gabinetti aziendali insonorizzati: il giorno dopo l’avrebbero trovato le donne delle pulizie romene, e sarebbe tornato a casa dentro a un sacco di nylon nero, assieme al contenuto dei cestini svuotati, le mail stampate che non servivano più, le bucce dei mandarini che una collega mangiava ogni giorno, alle undici in punto, dopo aver chiesto a tutti quelli che erano seduti accanto se ne volevano uno spicchio.

 

Quella mattina, mentre si guardava allo specchio, aveva visto che la sclera dell’occhio sinistro era completamente rossa – un capillare si era rotto durante la notte, e aveva spanto sangue. Non sapeva se quel sintomo così banale fosse da ricondurre al male che lo stava mangiando vivo; ma comunque anche quel sintomo raccontava di un corpo che ormai stava cadendo a pezzi, sempre più velocemente. Andò lo stesso al lavoro – salutò ancora una volta sua moglie che dalla porta socchiusa lo guardò andare via, e ancora una volta prese il 111, e poi la linea A in direzione Anagnina, e poi il 552 fino a Torre Spaccata. Alla reception, una delle due ragazze era ammalata; l’altra, che aveva un taglio di occhi un po’ orientale, lo salutò con il consueto sorriso. Si trascinò fino alla sua postazione, e si sedette. Il ragazzo accanto, un trentenne assunto da poco, gentile, premuroso, lo salutò con un cenno della testa, e subito tornò a guardare il monitor. Lui gli fece cenno di avvicinarsi, e quando fu a portata di voce gli disse “Sto morendo, te ne eri accorto?”.

Il ragazzo sorrise, ma non disse nulla. Forse non aveva capito, o forse gli avevano detto che il suo vicino di posto non stava bene, che si doveva portare pazienza. E lui avrebbe voluto ridirglielo, perché gli sembrava assurdo che la persona che passava otto ore seduta al suo fianco continuasse a fingere di non vedere la sua presenza. Non sarebbe servito a nulla. Con un gesto gli fece capire che non aveva niente da aggiungere e lui, educatamente, tornò a sedersi. La verità andava nascosta, taciuta, negata.

Attorno al suo corpo che si spostava, in ogni momento, c’era un’area negazionista, vasta e compatta: in sua presenza, tutti continuavano a dirgli che lo trovavano bene, e lo incoraggiavano, dicendogli che lo aspettavano, come se non fosse diventato la versione spettrale di quello che era stato. Il fatto che insistessero tanto era la conferma più evidente che non aveva più speranza. In quel negare non c’erano amicizia, o umanità: li muoveva il disperato bisogno di garantire a se stessi uno stato di serenità, per quanto traballante potesse essere. Nessuno era più abituato alla morte; nessuno era più in grado di accettare che un collega con il quale avevano condiviso tanto tempo, che aveva mangiato alla mensa con loro, gli stessi piatti, che aveva viaggiato negli stessi treni e negli stessi aerei, che aveva partecipato alle stesse interminabili riunioni – un uomo con il quale avevano trascorso anni interi – stesse morendo. Morendo sul serio.

 

Anni prima aveva partecipato al funerale di un commerciale stroncato da infarto mentre andava a trovare un cliente. Era stata una cosa improvvisa: il giorno prima raccontava barzellette oscene, il giorno dopo era chiuso in un frigorifero ai Gemelli, con lo sguardo impietrito. Mentre calavano la bara nella terra, la moglie era straziata, e i figli erano increduli, ma tutti sapevano che si sarebbero ripresi, che sarebbero tornati a sorridere. Si imparava velocemente a gestire il silenzio che sarebbe arrivato, e l’assenza, e il letto vuoto, e i vestiti che non si sapeva quando era il momento di buttare, perfino una foto sorridente che sarebbe sbucata a tradimento da un cassetto – perché non era quel dolore struggente, non era la morte ciò che era impossibile sopportare: era, piuttosto, l’orrore del lento morire, della fine annunciata che non poteva più essere rinviata, del monito che i corpi sfatti lanciavano al mondo. Il commerciale morto all’improvviso aveva risparmiato alla propria famiglia e ai suoi colleghi, lo spettacolo mostruoso e ineludibile del suo lento trapasso. C’era qualcosa di oggettivamente insostenibile, di pornografico, di incestuoso, in una discesa esibita, pubblica, condivisa.

Una volta si sapeva morire: arrivato il momento, ci si buttava a letto, si salutavano i parenti, e ci si girava verso il muro, in attesa che la morte facesse il suo corso. Ma ora lui, la sua malattia, il suo calvario, erano la nemesi dell’occidente, l’antitesi dell’immortalità a cui ormai tutti credevano: il pezzo difettoso capace di svelare la fragilità di una macchina organica tanto facilmente deperibile. Ecco cosa mostrava, il suo dolore insopprimibile: che i corpi tatuati, depilati, levigati, gonfiati e tirati, non erano quei contenitori perfetti sui quali tutti facevano affidamento, ma dei sacchi di carne che prima o poi sarebbero marciti. Nei centri commerciali, nei saloni di bellezza, tra i tavoli dei ristoranti dove si serviva carpaccio con la rucola, non esistevano i linfonodi, il sistema nervoso, le viscere, le ghiandole sotto le ascelle, il vomito, le escrescenze, le piaghe, le occlusioni, i versamenti e le aderenze. La morte era un’esperienza che andava vissuta da un’altra parte, in un mondo parallelo e nascosto. La sua vita – solo la sua – si era trasformata in un incubo solitario di cellule, e nessuno aveva intenzione di assistere a quella tragedia, o di ammettere che fosse in corso.

 

Andò a pranzo nella piccola mensa che due fratelli grassi e intraprendenti avevano aperto da poco, proprio dietro gli headquarters dell’azienda per la quale lavorava. La signora che serviva i piatti aveva qualcosa di materno, persino di nonnesco, nel modo con il quale cercava di convincere i clienti a prendere la polenta con la salsiccia – una specialità veneta che là, a Roma, aveva un sapore vagamente esotico – o la pasta all’arrabbiata; a lui, invece, proponeva sempre una minestrina bbona bbona che aveva preparato con le sue mani, o il riso in bianco. “Ve dovete tira’ un po’ su, dotto’”, gli diceva. Era l’unica che credeva davvero che sarebbe bastato un piatto di minestra per salvarlo, ed era l’unica alla quale lui ogni giorno era disposto a credere. Quel giorno, però, lo guardò preoccupata: “State bene, dotto’? Nun è che ve state ad ammala’?”. Lui aveva fatto un cenno per tranquillizzarla, ma non stava più in piedi.

La televisione attaccata al muro attraverso un complicato sistema di tubi, nel fondo della sala, trasmetteva il Tg1 – elezioni finite da poco, un servizio su Totti, finanza – e tutti mangiavano in silenzio, guardando lo schermo. Aveva freddo. Nella minestrina c’era un retrogusto di aglio che avrebbe provato a vomitare per tutto il pomeriggio. Il figlio di uno dei due proprietari – un bambino con le orecchie a sventola e un sorriso furbetto – lo fissava da dietro il bancone; quando lui lo guardava, andava a nascondersi tra le gambe di suo padre. Gli faceva male l’occhio sinistro, con il quale non riusciva più a vedere. Oltre alla finestre della mensa, il vento agitava le chiome di alcuni pini marittimi, sullo sfondo di un cielo grigio, vuoto, enorme. Due operai caricavano un camion con i cocci bianchi di un appartamento che avevano svuotato nel condominio davanti. Era quella la vita? Quel rotolare di oggetti, persone, nuvole, foglie? Tanto tempo prima sua nonna aveva comprato delle poltrone con un’imbottitura damascata, protetta da nylon trasparente; d’estate, quando pranzava da lei, le gambe scoperte si incollavano alla sedia. Per bloccare il declino aveva dovuto soffocare i suoi mobili, ma la vita era la fiamma di una candela che ardeva fino a spegnersi, era ossigeno che bruciava. Quando la nonna se ne era andata, le poltrone erano ancora avvolte nel cellophane. Qualcosa – il significato, il fine ultimo del vivere – era andato perduto. La morte era la più estrema e la più esclusiva conseguenza della vita.

Si incamminò verso l’ufficio trascinando i piedi sul marciapiede. Gli girava la testa e temeva che se non si fosse appoggiato subito a qualcosa, sarebbe caduto. Negare, negare sempre, negare ogni giorno: per la serenità di chi ci sta vicino, per il buon gusto che la presenza dei colleghi richiede. Si stupiva che ancora non gli avessero detto di stare a casa, che non glielo avessero imposto. Poi oscillò. Gli alberi erano troppo lontani, il camion con i due operai ormai andato, Cadde. Era così, morire? Strisciare, cadere, e guardare il cielo distesi sulla strada tra la mensa e il lavoro?

 

Si risvegliò nell’infermeria aziendale, che aveva visto solo quando era andato a controllare la vista. Accanto c’era il suo responsabile, e un dottore che gli chiese, con un tono molto professionale, se stava meglio.

“Meglio, sì. Un giramento di testa”. Aveva una mano fasciata, e non riusciva ad aprire l’occhio sinistro. La bocca sapeva di ferro. Provò ad alzarsi, ma non aveva più la forza di muoversi.

Si rivolse al responsabile: “Posso chiamare mia moglie?”

Si fece aiutare a comporre il numero. La stanza era silenziosa – c’erano solo il suo respiro, un rantolo sabbioso, e un odore misterioso che lui associò al crollo che stava arrivando.

Quando sentì la voce di sua moglie, avrebbe voluto rassicurarla, dirle che andava tutto bene; riuscì solo a sussurrare: “E’ finita, amore, è finita”. Lei non diceva nulla – piangeva forte per la morte che da mesi li stava tormentando, e non aveva più parole: nessuno le aveva mai insegnato cosa si doveva dire a un marito che se ne stava andando. E lui avrebbe voluto consolarla ancora una volta, dirle che non era vero, che tutto andava bene – che lui non era diverso da tutti quelli che sarebbero sopravvissuti almeno fino a domani – ma non ne aveva la forza, non ne aveva più il coraggio: era morto, e non aveva mai pensato che il momento della sua fine gli si sarebbe rivelato con tanta evidenza. Il suo responsabile si coprì il viso con le mani. “E’ finita”, gli disse piano, e non si vergognava più; poi guardò la luce bianca dietro le tendine della finestra, socchiuse gli occhi, e infine girò il viso verso il muro.

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