L’amore che manca

di Maurizio Cotrona

Interrompimi se sbaglio, perché voglio esser certo che quando avrò finito non ci sarà più nulla da dire.

Mi lasci perché non ti dico più ti amo: alla fine si tratta di questo, vero? No, non mi interrompere, mi correggo. Tu mi lasci perché non ti amo. Se ti amassi te lo direi, è questo che pensi.

Sì, faccio fatica a dirti “ti amo”. Però.

Però non ti ho mai rivolto una parola meno che gentile, ti tratto come una parte di me, come una piccola dea. Però la tua  vista basta da sola a riempire il mio sguardo perché quando tu sei presente i miei occhi non cercano altro, è stato così dal primo giorno e tutti i giorni della mia vita in te si esauriscono i miei fini. Però ci ho messo cinque secondi a perdonarti ogni volta che ne hai avuto bisogno, dimentico tutti i tuoi piccoli sbagli mentre li stai compiendo tanto che, quando mi rimproveri qualcosa, non ho mai nulla da risponderti. Non vedo in te nessuna macchia.

 

L’amore.

L’altro giorno è venuto a trovarmi Mario, al mio studio. Te lo ricordi Mario, quel mio compagno di università identico a Carlo d’Inghilterra che ti ho presentato una volta sotto casa di mio padre? No, non puoi ricordartelo. Non lo vedevo da almeno dieci anni, ora porta una lunga barba e non assomiglia più a nessuno. Si è seduto di fronte a me, non ha neanche aperto bocca ed è scoppiato a piangere, nascondendosi il viso con un gomito. Gli adulti maschi in lacrime mi mettono in imbarazzo, so quanto ci costa piangere. Mi ha raccontato che otto mesi fa ha lasciato il suo lavoro alla Camuzzi per entrare in uno studio privato, dopo solo due settimane il titolare è stato arrestato per un triste commercio di tangenti, lo studio è fallito. Ne ha parlato tutta la città. Ora Mario ha un disperato bisogno di soldi, io gli ho dato due banconote da cinquanta euro. Gli ho spiegato che anche noi abbiamo due figli e che anche noi facciamo fatica ad arrivare alla fine del mese, come tutti gli altri. Credo di avere usato l’espressione “tempi duri”. Poi siamo usciti insieme e gli ho offerto la cena. Ci siamo seduti da Danilo, ma io non ho mangiato nulla, non avevo fame e volevo cenare a casa. Con te.

 

Non ti dico ti amo. Però ti dedico tutto quello che ho, il mio tempo, il mio denaro, la mia attenzione, tutto è per te. Però ho messo una casa robusta sulla tua testa, con i soffitti di cedro, e pendenti d’oro accanto alle tue guance piene. Dormo con il mio braccio destro sotto il tuo capo e con il braccio sinistro ti stringo, eppure quando mi sveglio la mattina riesco a non scuoterti in modo che tu possa dormire finché ne hai voglia. Però cerco di intercettare qualsiasi tuo desiderio, scrutando ogni tuo gesto e giro tutte le pasticcerie della provincia per inseguire l’evoluzione della tua voglia di dolcezze, il tuo sorriso vale ogni secondo perso – è la cosa più bella che hai, quel sorriso, lo sai? – Però ho imparato a fissarti negli occhi per capire come stai e ho imparato che basta farti il solletico per scoprire il tuo umore, se ridi vuol dire che sei felice. Ho cercato di imparare come posso farti felice.

Sai una cosa a cui penso spesso? La donna che mendica all’incrocio tra via Acclavio e via di Palma, non riesco a guardarla negli occhi. Quando torno a casa, accelero il passo e inclino il viso verso la sala giochi dall’altra parte della strada e mi si accelera il battito, sudo e ho il fiato spezzato. Sono sicuro che mi maledice dal più profondo del suo cuore, ogni volta che passo, e lì per lì mi ritrovo a credere che abbiano un qualche assurdo potere su di me le sue maledizioni, anche se sono solo quelle di una vecchietta rinsecchita e gobba, così gobba che lo scialle che porta dodici mesi all’anno spazza le strade.

La scorsa settimana, quando siamo andati a visitare la nuova casa di Marco e Marina, siamo passati insieme davanti a lei e tu mi hai chiesto di aiutarti con la cerniera del tuo parka verdone, io l’ho tirata su con un gesto troppo frettoloso, ci è rimasto impagliato un lembo delle pelle tenera e liscia che hai sotto il mento, ricordo ancora il tuo urlo mescolato al rumore del traffico. Mentre la vecchia ci guardava, ti ho pulita dal sangue con le mie labbra e ti ho stretta finché non ho sentito il tuo respiro ritornare regolare. Quando ci siamo staccati, ho visto che lei aveva fatto dei passi all’indietro, teneva la schiena incollata a una saracinesca come per allontanarsi dall’orlo di un baratro.

 

Oggi pomeriggio ho trovato parcheggio dietro l’ospedale vecchio e sono ritornato verso casa camminando molto lentamente. Ho incrociato il vecchio Aldo che vendeva clementine sul cofano della sua Tipo, tre dodicenni praticamente nude – mi parevano donne adulte nane – un tedesco che suonava una piccola chitarra insieme ad una bambola di stoffa a cui era legato con dei fili trasparenti, un uomo panciuto in completo nero, un’anziana signora con una pelliccia tigrata che sembrava camminare controvento sopra lunghi tacchi a spillo, una bionda con delle gambe splendide, un gruppo di ragazzini – cinque, forse sei – troppo rumorosi, una giovanissima suora, un’asiatica vistosamente sottopeso, gli agenti della immobiliare immobili al loro posto con le schiene diritte, uno con cui ho diviso il banco in seconda media – si chiama Domenico Schinaia o Schirano, non mi ha riconosciuto – un gruppo di pedoni che attraversava la strada senza guardare, la signora Ninfole che mi ha detto “salve”, un vecchio pelle e ossa che cercava di appoggiarsi a un muro, solo che il muro non c’era. Non ti amo, dici. Tutto l’amore che ho è per te. Tienilo stretto. E se ho sbagliato, interrompimi.

1 comment to L’amore che manca

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>