Quella volta che avevo nove anni e non sono morta

Di Nadia Terranova (Racconto apparso su abbiamo le prove)

Avevo nove anni quando uno dei motori dell’aereo che doveva riportarmi in Italia è esploso e io non sono morta.

Otto mesi prima erano cominciati i preparativi per la vacanza. Per il mio compleanno, a gennaio, avevo ricevuto un porcellino di terracotta dentro cui avevo infilato i soldini di babbo Natale e della Befana con cui pagarmi “i souvenir”. Qualche giorno dopo, con una delle mie paghette settimanali, avevo comprato un quadernone per incollare e studiare certe foto di Londra prese dai giornali. Accanto alle immagini del cambio della guardia, della Regina e degli autobus rossi a due piani copiavo dalle mie due enciclopedie (i Quindici e Conoscere) i dati sulla densità demografica inglese, sulla produzione agricola e casearia, sul traffico, sulle strade di Sherlock Holmes e sugli usi e costumi degli indigeni. Periodicamente li ripassavo mandandoli a memoria. Ero una bambina secchiona, pazza d’amore per Conan Doyle e naturalmente incline a prendere il primo viaggio all’estero con la serietà di una ricerca di geografia o letteratura.

Correva l’anno 1987, Diana e Carlo avevano scodellato due rampolli, uno biondo e uno rosso. Mentre scrivo, una pelata ha solcato il cranio del biondo che sta per diventare padre, mentre quello rosso si starà trastullando in attesa del nipote con qualche figa, dell’alcol e una divisa nazi. Poco prima a Londra c’era stata mia zia, la sorella di mia madre, e ci aveva mandato una cartolina della famiglia reale al completo con una scritta tipo “eccoli, i Deficienti”. Mia madre aveva sghignazzato irrispettosamente, io mi ero sentita piccata: non si scherzava su certe cose. Qualcuno mi aveva rivelato che nelle vene mi scorreva un millilitro di sangue blu, una notizia che avevo preso molto sul serio e sulla quale non permettevo a nessuno di ridere, neanche per interposta e britannica persona. Certo, si trattava di sangue aristocratico con forte accento siciliano, ma ero sicura che se mi fossi presentata alla regina o ai principi, educata elegante e signorile (altro che quelle sfrontate di mamma e zia), avrei ricevuto un cenno di riconoscimento, un sorriso impercettibile, una strizzatina d’occhio. Loro sapevano che un’ingiusta legge aveva definitivamente de-gattopardizzato il mio cognome, poiché qualcuno, molto prima della mia nascita e curiosamente senza interpellarmi, aveva abolito i titoli nobiliari. Ma sarebbero stati solidali con la mia decadenza. E poi sognavo di usare finalmente il corredo linguistico impartitomi da nonna, maestra elementare laureata in lingue, che di nome faceva Barbara, e le piaceva pronunciarlo Borrrbora perché si narrava che sua nonna, un’altra Borrrbora, fosse stata chiamata così per via di un’ottocentesca vicina di casa inglese, il che conferiva a tutta la famiglia una sfumatura di esotismo che mi affrettavo a ereditare con ridicolo orgoglio. Sognavo di sfoggiare “Can I have a glass of water?” o “I like ice cream”, guardandomi intorno soddisfatta mentre gli indigeni si sarebbero complimentati per il mio accento perfetto nonostante la giovane età. A chi non lo sapevo, ma le avrei dette quelle frasi, ne ero sicura – e le dissi, un po’ a casaccio e senza alcun effetto, ma le dissi, perché ero una bambina di parola.

Insomma un giorno mia madre tornò a casa con il passaporto: un foglio blu (se la memoria non m’inganna: ora, presa dall’entusiasmo del ricordo del sangue, vedo tutto blu) contenente un altro foglio che diceva che io, sua figlia, ero autorizzata dalla legge italiana a lasciare l’Italia al suo seguito. Poi dalla banca arrivarono le sterline, e dall’agenzia i biglietti aerei e il voucher per l’albergo, e accaddero tutte quelle cose che accadevano quando si organizzava un viaggio nel 1987, senza i clic, i pin e il check in on line.

Partimmo in cinque: io, mia madre, Simona La Mia Migliore Amica e Anna e Luigi I Suoi Genitori. Mia madre e Anna andavano d’accordo e parlavano di politica, di cinema e del Maurizio Costanzo Show; Luigi, l’unico che fosse mai stato a Londra, ben due volte, era convinto che con quella terza si chiudesse il cerchio della sua vita, sarebbe stata la sua ultima – non credo sia poi stato così, anzi: Luigi mi leggi? Sei tornato a Londra, vero? Luigi è un fisico nucleare, informazione che mi sento di darvi perché già allora godeva di tutta la mia ammirazione. Uno scienziato, ovvero per la me stessa novenne un eroe.

Lo so. Vi state chiedendo dov’era mio padre. Se lo sarebbero chiesto tutti in quel viaggio, dalle hostess ai receptionist ai ristoratori. Oppure avete già dato per scontato che era morto e che non ero solo una bambina elegante e mitomane ma anche un’orfana infelice. Comunque sia, siete beneducati e sapete che non sta bene fare domande come “Signora, piccolina, ditemi, e il papà dove l’avete lasciato?”. Bene, sappiate che c’è chi le fa e si sente pure spiritoso (oggi, ripensando a certe scene, direi “mollicone”, ma a nove anni ti rifiuti di immaginare tua madre come l’oggetto di un corteggiamento). Succede, quindi, di ricevere domande imbarazzanti da uomini per altro nemmeno attraenti e, mentre la madre abbozza una risposta dolorante, alla figlia vengono su quelle lacrime bollenti proprie di un’infanzia fatta di sentimenti repressi. Ho pensato spesso che se mia madre avesse dato a certa gente una risposta sarcastica o semplicemente sibilato “Cazzi nostri” oggi sarei una donna migliore, ma aveva i suoi motivi per essere dolorante, oltre che educata. (La buona educazione è una vera piaga). Comunque mio padre all’epoca era vivo, non se la passava granché o forse sì, di sicuro aveva avuto occasione di passarsela peggio, era altrove e compare in questa storia esclusivamente sotto forma di cartolina del Tamigi in cui gli scrivo che sto bene, mi diverto e al ritorno avrò tante cose da raccontargli. Mi sbaglio, prende anche le sembianze di una miniatura di autobus rosso a due piani che compro per lui e ritrovo sul suo comodino in ospedale due anni dopo. Dopo la sua morte gli infermieri lo stiparono in una scatola di cartone insieme alla sua carta d’identità, a una foto con me a Venezia, a un bigliettino del Corriere dei Piccoli che gli avevo regalato per la festa del papà e a un libro di Lobsang Rampa (“effetti personali del deceduto”). La scatola fece un gran giro in famiglia e alla fine toccò a me. (Non volevo farvi piangere. Giuro). Comunque, a Londra mia mamma non firma la cartolina del Tamigi. Il souvenir lo pago coi miei soldi, quelli del porcellino di terracotta. Mi rendo conto che la storia tra mio padre e mia madre è molto più interessante della mia, ma abbiate pazienza: qui si parla di me e di quella volta che a nove anni scampai a un incidente aereo.

Mi sono accorta tardi che quella dell’incidente di ritorno da Londra su una compagnia aerea filippina (il low cost prima del low cost: sì, saremo pure stati nobili ma ora eravamo poveri, quella della nobiltà doveva essere una faccenda bloccatasi molti avi addietro) era una buona boutade nelle pizze di fine anno al liceo. La usai anche col mio secondo fidanzato per accrescere l’aura di persona speciale che meticolosamente mi riservavo. “Ah, e poi a nove anni ho avuto un incidente aereo, ma sono sopravvissuta”: provateci, fa il suo effetto. Non male anche presso l’imbarco Alitalia, a vent’anni, quando tornai a Londra con tre amici e in tasca i biglietti del CTS (Centro Turistico Studentesco, specifico per chi non è stato giovane degli anni Novanta). “Cioè, dopo quello che ti è successo prendi ancora l’aereo?” “Certo, mica posso viaggiare in autobus”, se rispondete con sufficiente sprezzatura è fatta, siete eroi. Quasi come Luigi il Fisico Nucleare. I tre amici vi guarderanno con stupore e ammirazione: “Ma dai, Nadia, questa non ce l’hai mai raccontata”. Prenderete posto in coda lasciando loro con magnanimità le prime file, scambierete il vostro biglietto con il loro, sarete carini con chi non ha un’avventura mortale nel curriculum e addirittura prende l’aereo per la prima volta. Quindi vi godrete il decollo e in attesa che vi offrano il pranzo vi accuccerete sul vostro Henri Lloyd appallottolato a mo’ di cuscino, chiuderete gli occhi, tirerete fuori il libro di Kerouac o di Simone de Beauvoir o di chiunque stiate fingendo di leggere a vent’anni, vi isolerete e tornerete con la mente a com’era andata quell’altra volta. No, non all’andata. Al ritorno.

Agosto 1987. La settimana a Londra com’era stata? Be’, tale e quale a come può essere la prima vacanza all’estero di una bambina solitaria, elegante e con manie di grandezza. Anche bruttina, complessata e sgobbona, non so se s’era capito, perché mi sa che questi ultimi tre punti alla fine dei giochi, sulla bilancia di quel che è stato e quel che ho avuto, peseranno sempre più degli altri. Buckingham Palace: fotografato. Gita sul Tamigi: fatta. Autobus rosso: preso. Taxi nero: preso. Cibo italiano: cercato. Cibo italiano decente: non trovato. Innamoramento per il fish and chips: avvenuto. Scale mobili della fermata a Lancaster Gate rotte, aneddoto di scivolone da raccontare agli amici ad libitum per anni: ce l’abbiamo pure quello.

Ricordo tutto. Ricordo il rosso e il blu del mio kilt scozzese con lo spillone, comprato insieme a un plaid che ancora oggi onora le mie ginocchia sul divano davanti alla tivù, gli spintoni della calca a Portobello, me e Simona che ci fotografiamo davanti alle guardie stringendo forte gli Angelorsi (se non li conoscete googlateli, che nostalgia), io che ordino un ice cream insapore, le stanze piccole dell’albergo con la porta del bagno sfondata da qualcosa che somigliava a un pugno, mia madre che si lamenta degli standard inferiori di categoria e telefona minacciosa all’agenzia italiana finché in albergo non ci cambiano di stanza spostandoci in una poco più grande, anch’essa col buco nella porta del bagno (mi ero convinta che fosse una moda inglese, prendere a pugni la porta del bagno; è rimasto il mio gesto preferito durante i litigi d’amore isterico, “ma lo fanno anche a Londra” devo provare a dirlo, chissà se funziona). È tutto nitido, la memoria della me stessa novenne ha fatto un ottimo lavoro. Quasi fino alla fine, fino a quando dobbiamo tornare a casa, quando tutto comincia a sbiadire. Chiamate pure Freud, se siete di quelli che lo scomodano per minchiate del genere.

Il low cost del 1987 (dicevamo, la compagnia di bandiera filippina) ha sparpagliato i Magnifici Cinque per tutto l’aereo. Non mi trovo seduta vicino a mia madre e neanche vicino a Simona La Migliore Amica, tantomeno vicino a Luigi L’Eroe o Anna La Vicemamma. È in quel momento che tutto sbiadisce, comincia un’attesa di ore, una grande noia, grandissima, enorme, non ho niente da leggere, solo un finestrino fermo sulla pista, e poi c’è del fumo, qualcuno urla, mi pare che l’hostess dai lisci capelli si sia spettinata all’improvviso, mia madre corre a prelevarmi, mi sgancia la cintura (sono imbambolata, sì), parla in italiano senza ritegno, mi imbarazza vederla così agitata ma in fondo è eroica pure lei, è un prode Zorro che mi salva e non ricordo più niente. Non perché sia svenuta. Nessuno è svenuto, nessuno si è fatto male, è solo esploso uno dei motori, l’aereo non è più decollato e siamo stati invitati a scendere educatamente (ve l’avevo detto che “educatamente” è il male).

Nell’aeroporto di Heathrow ci accampiamo in una sala d’attesa con un’aria condizionata fortissima che mi graffia la gola. Tra passeggeri sfollati e scampati al disastro si crea subito una comunità, ci si unisce in piccole lotte comuni (riavere i bagagli, ottenere bottigliette d’acqua, abbassare l’aria condizionata, sottolineare il diritto a notizie ufficiali e non a sorrisi filippini di circostanza). Ogni due ore arriva una hostess diversa con un mantra sempre uguale: a breve sarà pronto un nuovo volo e vi imbarcheremo. Ripensandoci mi chiedo perché non ne abbiamo preso un altro, di un’altra compagnia qualsiasi, fuggendo subito da quella situazione di stallo. Forse perché un biglietto all’ultimo momento nel 1987 costava troppo e noi eravamo nobili decaduti, con l’accento su decaduti. Ma credo anche che fossimo in preda a una sindrome collettiva di Stoccolma: pendevamo dalle labbra di queste ragazze dalle gambe lunghe, i capelli liscissimi e la voce flautata. Il popolo filippino ci voleva dare la morte, il popolo filippino ci aveva graziati. Non ci restava che amare il popolo filippino, essergli riconoscenti. Venne il buio, ci misero su due navette e ci portarono in un albergo non lontano. Era grande, pulito, c’era anche il bidè. Guardai la porta del bagno, senza sfondone. La mattina, dopo colazione, ci riportarono in aeroporto.

Di nuovo tutto si sfuma, è il giorno della malinconia. La mia amica Simona finalmente scoppia a piangere. Le siamo tutti grati, fa il lavoro sporco, quello che nessun altro riesce a fare. Vuole tornare a casa, lo esprime, lo piange, lo smorfia. Ricordo di essermi guardata nello specchio della toilette, dopo essermi lavata la faccia (avevo finto di piangere anch’io, per paura di venire additata come mostro) e di essermi chiesta perché non provavo quello stesso struggente desiderio, cosa c’era in me che non andava. Potete inserire qui le vostre considerazioni sulla bambina dall’infanzia difficile e la famiglia problematica, tornare su a rileggere le righe su mio padre e mormorare psicologismi comportamentali sui disturbi dell’affettività. Sareste carini ma un po’ in ritardo e comunque non lascerò che mi roviniate il personaggio. Pensai che non c’era motivo di piangere, che prima o poi saremmo ripartiti e che comunque avevamo scoperto che gli sfondoni nelle porte del bagno non erano una moda inglese, smascherando così la signorina dell’agenzia di viaggi con un colpo degno del mio Sherlock Holmes. In effetti, ora che di anni ne ho trentaeppassa, penserei le stesse cose con la stessa calma e non mi preoccuperei neanche di fingere paura o malinconia. Forse sono rimasta un mostro, se nasci anaffettiva poi sei anaffettiva per sempre, o forse ognuno seleziona con cura il suo dolore. Io e Simona (a proposito: ciao, Simona – Simona è ancora la mia migliore amica) ci siamo sempre divise equamente e rispettosamente i compiti.

Anche la seconda sera ci portano in un albergo di periferia, vicino a un maneggio. La mattina, prima di tornare a Heathrow, ci avviciniamo ai cavalli con delle zollette di zucchero rubate al buffet della colazione. Scusate, quest’ultimo dettaglio è inventato, esiste una foto di me che nutro un cavallo ma non ricordo con cosa. Quel giorno ci imbarcano, torniamo a casa e in volo, grazie a una talpa, scopriamo cosa è successo. Il motore era esploso quando l’aereo aveva cominciato a muoversi, il pilota (“italiano”, precisazione che circola veloce di bocca in bocca) aveva percepito qualcosa di strano e fermato l’aereo, il copilota (“non italiano”) aveva minimizzato, il pilota italiano però si era impuntato: fermi tutti, da qui non si parte. Pochi minuti dopo erano arrivati il fumo, le fiamme, la discesa spaventata ed educata dei passeggeri.

Sono qui, sono tornata a raccontarvi la mia favola. Quando la racconterete ai vostri bambini, sappiate che la morale non ha niente a che fare con i problemi di una mocciosa con un millilitro di anaffettivo sangue blu nelle vene. La morale che mi porto dietro dal mio primo viaggio all’estero, al netto di autobus rossi a due piani come souvenir che portano sfiga e sfondoni nelle porte del bagno, è: quando voli, spera di avere un pilota italiano. Non so se è più bravo – ma alla prima avvisaglia di pericolo si caga sotto, e magari sopravvivi.


1 comment to Quella volta che avevo nove anni e non sono morta

  • MARIA AGNESE

    ehi, nadia ! divertente il tuo racconto. Purìo ho avuto un incidente aereo, ma avevo già 11 anni e soprattutto sono stata meno fortunata: io sono morta.
    Che peccato.

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