OTELLO, MONDELLO. (HOLIDAY INN). (dramma di gelosia, fattacci e lacrime in una-mezzaspecie-di-albergo)

di Fabrizio Gabrielli

L’Otello? S’attrova ca sutta.

Il contadino ha le scarpe grosse, dev’essere per via dell’alluce valgo, e si chiama Dino.

Dino tira conclusioni affrettate, per lui non valgo una minchia, dice, che a passar da dove son passato io, nella strada per Mondello, ci si perde il bosco di Monte San Pellegrino, il parco della Favorita, oh, il mare.

Chi piccatu, mi rimbrotta, ti pirdisti u mari da riniedda!

Io tipo vabbè.

Per quel che conta, Dino con le sue spigolature, vedi se mi faccio pigliar male le vacanze.

L’hotel, che poi non è un hotel, stamberga è la parola più precisa, la stamberga si chiama proprio Otello e mi vien da pensare che con la lingua mica puoi giocarci sempre, cattivello, che poi ti ci vengono delle gran macchie sopra, come quando becchi la candida. L’hai mai vista una lingua affetta da candida? Se sei un’anima candida: lascia stare.

La lunga striscia di terreno che s’estende dietro la stamberga è coltivata a lenticchie e ceci: le lenticchie son nere e piccolissime, i ceci non so, non ho termini di paragone.

Prima ci faceva le cose sue la mafia, adesso è cosa nostra, mi dice Fabrizio, Fabrizio che è il direttore dell’hotel che ha chiamato Otello e che giocar con la lingua gli deve piacere proprio un bel po’, ora è cosa nostra, ripete, rimarcando, pensa, la butta poi là, e mi viene da stropicciarmi la fronte, strapparmi i capelli, magari fuggire via, tornare da Marta, Marta che prima che salissi sul traghetto mi guardava con gl’occhi strani. Vieni pure tu, le avevo detto. Non credo sia giusto per nessuno dei due, aveva risposto lei. Sapete, ci stiamo lasciando, io e Marta, perché abbiam deciso così. M’ha inviato un essemmèsse, poi, ho provato forte l’istinto di baciarti, prima, diceva, così, niente, te lo dico giusto come una cosa che magari può farti ridere, ed invece mi faceva ridere mica, perché solo a pensare d’andarmene a Mondello come ogni estate ma da solo, stavolta, dopo che c’eravamo impiastricciati le mani con la granita di gelsi ed avevamo riso a sentir parlare di pescibestini più d’una volta, io e Marta indietro negl’anni, andare a Mondello in solitudine era d’una tristezza desolante, ora.

 

Fabrizio è Fabrizio Moro, massì, il cantante, quello di Pensa, giustappunto, ch’era un pezzo contro la mafia, infatti.

Fabrizio, prima di fare il cantante, stava scritto su tivù sorrisi e canzoni, faceva il facchino all’hotel Parco dei Principi, quello tutto viola vicino a Bastioni Gran Sasso che se ti capita di fermartici son sempre conti salatèrrimi, di quelli che scapperesti mentre il portiere di notte sonnecchia, fregandotene delle camere a circuito chiuso e della polizia che può arrivare da un momento all’altro, più che un imprevisto una probabilità.

Fabrizio faceva il facchino ma probabilmente nel suo destino sentiva ci fosse solo il pentagramma, poi quando viveva strimpellando chitarre ha improvvidenzialmente scoperto che in verità era l’hotellerie, il suo chiodo fisso. Per tutta una serie di cose, un giorno gl’han proposto di gestire questa stamberga a due passi da Palermo e non se l’è fatto dire due volte. Da facchino a direttore, ha bofonchiato il suo agente. Pensa che favola moderna.

La stamberga ha tutto ciò che deve avere un hotel. Le camere, la piscina, il bancone del ricevimento con il ragazzino dell’istituto alberghiero che impara le formule di cortesia a memoria, la cameriera delle colazioni coi capelli tagliati corti ed il facchino con le ascelle madide di sudore, che suona la chitarra ai falò e sogna di vincere Sanremo Giovani.

Fabrizio ha una ragazza, Pílar, e ci credo che abbia voglia di scherzare, il Moro, di fare lo strafottente, il figlio dell’oca nera, ha Pílar al suo fianco, lui.

I capelli color della lava si scompigliano e s’arricciano sotto gl’effetti dell’ostro: quaggiù quando non è scirocco è libeccio, e quando non è libeccio è ostro. Mi prostro alla sua avvenenza.

Non sono sempre stata così bella, sai, si dileggia la civettuola, facendosi beffa dei miei sguardi ed al contempo nutrendosene avida, c’è stato un periodo, avevo sedici anni, che ne so, in cui ero una scimmietta, tutta pelosa, e poi un bel giorno de bomba y platillo, tac!, desde mona hasta diosa, pisipiglia lei, diosa, le faccio eco io. E diventata diosa scappa dall’Ispagna e dallo spleen iperprotettivo del padre per fare la modella, il Moro prima le porta le valigie in camera e poi l’ammalia con le sue canzonette, le strizza l’occhio quando è sul palco di fumosi locali romani, lei ci casca, ovvio che ci casca, ci cascano sempre le signorinelle ispagnuole alle quali porti le valigie in camera. Si incontrano e scontrano pure, il Moro col padre, in un giorno di burrasca con questo che gli dice stai in guardia, chico, come ha tradito suo padre tradirà pure te.

Lui gli risponde mavattenaffanculo, e niente, non lo vedrà mai più, o me o lui, dice a Pílar, e lei ci casca, ci cascano sempre le signorinelle ispagnuole alle quali chiedi di scegliere tra te ed il padre.

Chiacchieriamo tutta la sera, io e Pílar, e diomìo quant’è bella quando ride, sembra quasi Marta che non riesce a contenersi dopo avermi carezzato la faccia insozzandomela di pasta di mandorle e marmellata di gelsi.

Fabrizio se ne resta tutto il tempo seduto nel patio. S’asciuga il sudore con un fazzoletto, lanciandoci sguardi taglienti. Finché non scompare tra le fronde oscure del giardino. La luna già si specchia tra le onde di Mondello.

 

Marta, io non ce la faccio con te così lontana, mi hai inviato un altro essemmèsse, più corto: io © lago, m’hai detto. Punto. Ti odio quando metti i punti agli essemmèsse.

Io, Marta, per ripicca ti scrivo portati il filo, il punto non ce lo metto, però, metto una parentesi (l’ago ha bisogno del filo, ci faccio pure una risatina, ah ah ah, e poi chiudo la parentesi), ma il punto non lo metto, eccheccazzo

 

Il sole sorge sul pitch. Io e Fabrizio siamo ufficialmente invischiati in una mezzaspecie di inpitchment. E lui telefona.

Come on, Green! Come on green.

Chiude la conversazione e dice scusa, sai, ma ogni volta mi deve far incazzare, lo sa che quando invito qualcuno a giocare al golf non deve permettersi di impacchettarmi queste figure di merda, scusa, sai, arriva subito.

Io, al golf, sono una mezzaséga. Fabrizio maneggia terminologie com’un Trimalcione del doublebird, e per certi versi sembra Tiger Woods, ma meno nero e più cornuto.

Vorrei raccontarglielo, a Marta, non puoi crederci chi fa il caddy al golf club di Mondello, Al Green!, ma il telefono è staccato, l’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile, ripete la vocina, l’utente da lei chiamato, ma lasci stare, che lo chiama a fare, non capisce che è irraggiungibile? Prima: raggiungibile, ora: irraggiungibile. Via, lontana. Andata. Persa. Per sempre. Capisce?

Delle struggenti notti di Mondello mi sarei quasi quasi rotto il Cassio.

 

Sui giornali non si parla d’altro, sembra ci sia stato uno stupro, sembra che lei sia riuscita ad arrivare alla caserma dei carabinieri, era verde, ha detto confusa quando gl’han chiesto di descrivere l’aggressore, che vuol dire verde?, debbono essersi stupiti gl’appuntati, verde, deve aver sentenziato lei, definitiva.

E la dinamica è chiara solo fino ad un certo punto: c’è una signorina con un vestitino leggero, c’è la sagra di paese e c’è il gruppo che canta e ci sta un popolo di negri, poi c’è il vino ed i lembi di un vestitino leggero a fiori che svolazzano un po’ troppo, nel buio, c’è qualcuno che sia-amo i Watussi non finisce di cantarla, s’avvicina, stringe palpeggia affonda colpisce raschia graffia penetra patapùm. Com’era fatto? Era verde.

Che poi mica puoi capirlo, cosa intende la signorina quando parla di un colore. La signorina è cieca. Che vuol dire cieca? Vuol dire che non ci vede, che un bel giorno è calata una cortina di velluto nero, c’è stata l’eclissi eterna, e quando non ci vedi pare che ti si sviluppino gli altri sensi, lo sanno tutti, è scritto pure su wikipedia, ma i colori li vede mica. Al massimo li sente.

Noialtri abbiamo una visione del mondo troppo condizionata dalla vista, mica diciamo mai d’avere un gusto del mondo o una sensazione tattile del mondo, la nostra è una visione del mondo, ragioniamo per immagini, che vuoi farci, siamo tarati, da un punto di vista. (Vedi?, da un punto di vista.)

La signorina, quella vittima dello stupro, sente i colori.

Se ti sforzi lo senti pure tu il profumo del verde, ne scorgi le sfumature lievi nella tuta di lavoro dei giardinieri e dei raccoglitori di olive, nel sudore dei rumeni ricurvi nel lenticchieto, pure i discorsi dell’allibratore che cerca di vendere mandorle e frutta secca della Trinacria al gruppo di francesi appena arrivato, oh, i pistacchi!, teatraleggia, i pistacchi di Bronte, non sentite che gusto?, raggiungono delle cime organolettiche, come dire?, tempestose, i pistacchi di Bronte.

E vedrai che seguendo la scia dell’odore finiranno per trovarlo, lo stupratore, magari lo incastreranno, gli ficcheranno in tasca un fazzoletto della signorina e lui dirà di non saperne niente ma non ci crederà nessuno, bisognerà arrendersi all’evidenza, sarà stato Cassio, e che Cassio.

 

Dovrei farlo anch’io, d’arrendermi all’evidenza, intendo, quando continuo a chiamare Marta e lei non funziona più che non si fa trovare, ma lascia rispondere direttamente lui, al telefono, ma cosa insisti ancora?, mi fa dire, non lo capisci che non ti vuole più?

Mollare il colpo, però, io: giammai.

La mia vita sulla tua fedeltà, le ho confessato un giorno, anche se è rimasta fredda, a ripensarci bene. Fredda come l’acqua di Mondello in questa nottata salmastra, d’onde e di lacrime.

 

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