Maledetto il primo libro

Di Annalisa Di Salvatore

– Non li ho più contati ma, se proprio volessi fare lo sforzo di memoria che mi chiedi, e lo voglio fare perché un po’ te lo devo, i traslochi dovrebbero essere stati in tutto nove. Dal 2000 a oggi: nove, sì.

Ripeto il conto ad alta voce insieme a lui, con le dita: anno e città, lui va integrando via via i dati aggiungendo pure gli indirizzi (come fa, come fa a ricordarsi tutti i miei indirizzi?). Salto un paio di soggiorni brevi, poca cosa. Ma lui mi interrompe subito.

– Poca cosa un cazzo. Non importa se lì ci sei stata un mese o un anno, devi contare tutte le volte che hai riempito scatoloni, più quella volta quando sei tornata da Wolverhampton.

– Ma che c’entra quella? Non era mica un trasloco, ci sono stata tre mesi e avevo solo qualche bagaglio!

– Ci sei stata quattro mesi, dal 18 settembre al 18 gennaio. Avevi due valigie, uno zaino da campeggio più grande di te sulle spalle, e la borsa del computer. A Birmingham ti sei messa a piangere al check-in di Ryanair per la tassa da pagare, questo me lo hai raccontato tu al telefono, ma secondo me non piangevi per la tassa, non solo. Quando si piange a quel modo, è trasloco.

– Va bene, allora sono undici.

– No. – solleva il bicchiere nella mia direzione, – Sono dodici. Salute! –  e manda giù trionfale un sorso di vino, – Non consideri l’ultimo, quello che ti ha riportato qua al punto di partenza?

È vero, non ho tenuto conto dell’ultimo. Sto trascurando quel sabato di novembre in cui abbiamo svuotato un appartamento alla periferia di Roma. Pioveva pure, è ovvio. Ascensore, scale, viale, viale, scale, ascensore, dalle nove del mattino alle quattro del pomeriggio, per riempire un furgone noleggiato per l’occasione, da riconsegnare entro le sei. Era già buio quando siamo tornati a casa, qua al paese. C’era la luce accesa nel cortile, mia madre sulla soglia, abbiamo svuotato il furgone quasi in silenzio.

– Giusto, – gli dico, – giusto. Quanti scatoloni erano? Una ventina?

– Ventitré.

– Ventitré. Comunque non ho capito perché stiamo qui a dare i numeri. Mi stai rinfacciando tutti gli scatoloni che ti sei caricato quel giorno?

– No, solo i libri. Diciotto scatoloni di libri.

I libri, mi dice. Mi sta rinfacciando i libri. Che cosa dei miei libri? La quantità? Il peso? L’esistenza, il risultato?

– Che c’entrano i libri?

– I libri c’entrano, c’entrano sempre.

– Questo lo so, da quanto tempo ti dico che i libri c’entrano sempre? Ma tu non hai mai voluto darmi retta, sono anni che non leggi niente. Eppure avresti un bel po’ di tempo per farlo.

– Senti, non mi stufare, non ho più la testa per leggere, non leggo da quand’ero ragazzo. Che poi, non è vero che non leggo niente: leggo i giornali, molti più giornali di te, leggo le riviste che mi piacciono, e ho letto pure qualcosa di quella rivista idiota che hai messo in bagno per fare la spiritosa, sul bordo della vasca davanti al cesso.

– Va bene, leggi quello che ti pare. Che c’entrano i miei diciotto scatoloni di libri?

– Tutte le volte che ti ho aiutato a fare un trasloco quando ho potuto, lo sai che ho pensato?

 

Fa una pausa e comincia a sbucciare con precisione una pera. Allora decifro le convenzioni del codice.

Mi piace, mio padre, quando sbuccia la frutta. Prende tempo, si caccia in bocca quasi uno spicchio intero, mastica senza fretta con gli spuntoni di denti distribuiti a rastrello. Fa così quando deve dire le cose importanti: ci accompagna una cosa da fare, tagliare il pane, versarsi il vino nel bicchiere, riempirsi la bocca di pera. Si tiene impegnato, al discorso che va facendo gli si mette di lato per non dargli importanza, ché altrimenti gli traballa il mento; lui non è contento se lo cogli in flagranza mentre gli traballa il mento. Lo lascio fare.

– Ho pensato: maledetto il primo libro che t’ho regalato. Questa è una pera Abate, chi ha fatto l’ultima spesa?

Il codice prevede i suoi rituali di inquadratura della parola: spostamenti, sfocature, carrellate ad effetto Vertigo, atti verbali messi a punto per avvicinare il centro. Da anni noi li compiamo con meticolosità seduti a tavola, a ogni mio ritorno.

– Io.

– Appunto. Le Abate mi fanno schifo. Non sanno di niente e questa qua, poi, non è nemmeno matura. Mi sono sfiatato a dirvelo, a te e tua madre, ma pensate sempre solo alle pere vostre. Quando la spesa la faccio io, io ci penso a voi, non compro soltanto le pere che piacciono a me. Quali piacciono a me? Vediamo.

– Le  Decane.

– Appunto. Perché io compro Abate e Decane, e voi solo Abate?

– Perché noi ci scordiamo delle pere che piacciono a te.

– Appunto. E io sono il coglione che si fa il giro dei supermercati per accontentarvi tutti, compreso tuo fratello che mangia solo i pompelmi rosa perché quelli gialli gli disturbano lo stomaco, povero bambino alto un metro e ottanta. Qual è stato il primo libro che ti ho regalato?

– Ma chi se lo ricorda! – mento, procedere per finzioni e travestimenti è stabilito nel codice. – Mi ricordo il primo libro che ho letto, ma quello non me l’hai regalato tu, forse zia Antonia.

– Zia Antonia. Sicuro era Piccole donne!

– Sì, era Piccole donne. Che vuoi, lo facevano leggere a tutte le bambine. Ne avevo due edizioni diverse, perché poi un’altra me la regalò zia Irene, non lo sapeva che l’avevo già letto.

– ‘Sta pera mi ha rovinato il pranzo.

– Mi ricordo che non mi davo pace perché in un libro c’era scritto che Amy March portava di nascosto a scuola i limoncini canditi, e nell’altro i chinotti sott’aceto. Tante altre parole erano diverse, mi sentivo tradita. Avrò avuto otto, nove anni, ci voleva ancora parecchio tempo prima di capire i grattacapi dei traduttori: sai, “pickled limes” ha dato rogne a molti di loro. Che schifezze si porta a scuola, Amy March? Io non l’ho mai capito, però in tutte e due le storie viene punita lo stesso dall’insegnante, infatti quel capitolo si intitola, mi pare, La valle dell’umiliazione. Comunque, quella smorfiosa di Amy non la sopportavo, Meg poi era una madonnina infilzata e Beth stava sempre con un piede nella fossa. Io ovviamente volevo essere Jo March, ti ricordi che lo dicevo?

– Ingrata.

Mio padre trancia a metà il resto della pera Abate con un colpo secco di coltello sul tavolo che s’ingoia la mia infanzia, con tutte le sorelle March al seguito. A volte mi sembra Celentano quando spacca la legna in quella scena de Il bisbetico domato. Anche quando litiga con mia madre, dopo scende in cortile a spaccare legna, potare piante, o fare a pezzi vecchi mobili in cantina.

– Ingrata e rintronata. Io ti ho regalato i miei libri di quando ero piccolo.

– Ah. Per caso erano quei libri minuscoli con le stelle dietro?

– Sì, quelli. Mamma e papà li avevano regalati a mio fratello e poi mio fratello li ha regalati a me. Lo sai quanti anni hanno quei libri? Quasi tutti quelli miei.

– I libri della Stella d’Oro.

– Che?

– La Stella d’Oro. Serie azzurra: età di lettura fino ai 10 anni. Serie rossa: età di lettura oltre i 10 anni. Copertina rigida illustrata, formato 9,5 per 13, più o meno un Cucciolone Algida, infatti alle volte mi veniva da prenderli a morsi. Era una collana per ragazzi che Mondadori pubblicava negli anni Sessanta. Li tenevi dentro un cesto di ferro battuto.

– Appunto… – ma il lavoro di coltello rallenta, si fa insicuro. Mio padre abbassa gli occhi, comincia a tagliare maldestro l’ultimo spicchio di pera in piccoli pezzi, una cosa che fa di rado, – Costavano 250 lire. Tutti ce li avevo.

Si riempie la bocca, un pezzetto dietro l’altro. Il sopracciglio sinistro gli si è inarcato.

– No, non tutti – è il mio turno, ci mettiamo a posto la memoria.

– Sì sì, tutti! – impasta la pera tra i denti e per incaponirsi si aiuta con la testa, vedo il muso nero di un toro, mio padre è Svevo Bandini. Comincia a spostare qui e là sul tavolo il bicchiere e la bottiglia di vino, come se la posizione occupata fino a quel momento gli impicciasse lo spazio: il bicchiere un po’ più vicino al piatto, la bottiglia un po’ più lontano, poi di nuovo dove stavano prima. Lo faceva Santuccio, suo padre, quando non gli tornavano i conti. Io no, però mia madre dice che nei cassetti teniamo i calzini piegati e disposti nella stessa maniera (quindi mia madre guarda nei nostri cassetti e, probabilmente, alza gli occhi al cielo) e che ci si inarca il sopracciglio (il sinistro) quando vogliamo fare gli scettici o i presuntuosi. Dice anche che averci tutti e due in casa per vent’anni consecutivi non è stato facile, soprattutto a tavola.

– Ti dico di no, ho le prove. Se vuoi vado a prenderli, mancano diversi numeri, la tua collezione è incompleta.

Porto lo sguardo dai suoi occhi al suo mento. Traballa, ma poco. La pera Abate è finita, lui sbuffando afferra una mela Granny Smith dal cestino sul tavolo e me la mette sotto al naso.

– E queste mele qua, chi le ha comprate?

– Tu, e sono le tue preferite.

– Appunto. Le mele che mi piacciono me le devo comprare da solo, sennò non se ne ricorda nessuno. – e si mette a lavorare la Granny Smith, – Quindi hai conservato quei libri?

– Certo che li ho conservati. Ho conservato pure le due edizioni di Piccole donne.

– Ma chi se ne frega di Piccole donne! I libri della Stella d’Oro: io non li ho mai visti in dodici traslochi, e nemmeno quando ti venivo a trovare a L’Aaaquila, a Sieeena, a Roooma, a Tiiivoli, a casa del diaaavolo! – mio padre allunga sempre le vocali quando fa l’elenco della spesa e quello dei posti in cui ho vissuto, – E non mi rinfacciare che a Wolverhampton non sono mai venuto, lo sai che l’aereo io non lo prendo. Mentre tu lo prendi, e da là non sei tornata nemmeno per Natale, il giorno di Natale.

– Comunque a Wolverhampton non li ho portati. I tuoi e quasi tutti gli altri miei.

– E nelle altre case, com’è che i miei non li ho mai visti?

– Perché non li tenevo nella libreria.

– Appunto, dovessero mai farti fare brutta figura con gli ospiti, a tenerli vicino ai libri tuoi, quelli là che leggi adesso, come si chiamano.

– Li avevo messi dentro una scatola, e ci stanno anche adesso, perché sono ridotti malissimo, appena li apri si staccano le pagine, la carta puzza e comincia a bucarsi, le copertine sono un po’ spaccate sugli angoli. Non si trovano più tanto facilmente nei mercatini dell’usato, li ho cercati anche al Mercato delle Pulci a Firenze. Qualche collezionista li vende su internet, ma io voglio tenere questi. Vorrei farli rilegare.

– Non se ne parla, li lasci così come sono nati. Tanto mi sono rassegnato: vista la piega tua, sarà difficile poterli regalare a mio nipote. Che te ne frega, a te, di quei vecchi libri. Tu vorresti mettere le mani su un pezzo della mia vita per rifargli il vestito nuovo, e poi che te ne fai? Li rileggi? Tu, con la tua collezione di quei libri che ti piacciono oggi, che si sono girati tutta L’Aaaquila, Sieeena, Roooma, Tiiivoli, casa del diaaavolo, tu che ci fai con la mia collezione di libri della Stella d’Oro?

 

«Tua», «mia»: il possesso delle collezioni, adesso mio padre lo segna con l’indice puntato, al mio petto, al suo. S’è fatta ora. Sento le guance che mi si arricciano in un sorriso, mi pare come quando ai suoi compleanni scalpitavo mentre lui scartava il regalo (una pigna dipinta, un fiore di carta, un quadrato di stoffa bianca con l’impronta delle mie mani spennellate di tempera). Ce n’è bisogno, di questo nostro gioco che va avanti da quanti anni sono, il codice chiede la restituzione finale. Mi affido alla memoria, recito:

 

I grandi.

Mi son fatto un certo fiuto

e capisco in un minuto.

Se ci dicon: “Bene, bene!”,

ah! Tacere ci conviene!

Se ti dicono: “Vediamo!”,

vuol dir “no”, ci scommettiamo?

“Fra un momento!” Tu lo sai?

per i grandi vuol dir “Mai!”

per un’ora abbiam parlato,

ma nessuno ci ha ascoltato.

Questi “grandi”, devo dire,

son bugiardi da morire!

 

Non c’è più frutta sul tavolo. Gli è rimasta una scaglia di Granny Smith incastrata negli ampi spazi tra i denti, gliela vedo bene perché adesso gli si è slabbrata la bocca.

– Quella poesia stava nei Racconti di primavera – dice lui, piano, dietro agli occhiali.

– Appunto. Serie azzurra. Ci sta ancora.

Incrocio le mani sulla pancia e aspetto. Per un istante mi pare di rivedergli addosso la faccia di un suo compleanno, ma forse sono io che gliela metto. Due numeri di cera sopra una torta bruciano in una foto: trentatré. Allora io cinque. Mio fratello non c’è, ancora un paio d’anni. Alle nostre spalle, la stessa credenza in legno di olmo che c’è anche oggi, con il servizio buono dietro la vetrina del ripiano superiore. Trentatré anni aveva mio padre, quelli che ho io adesso mentre lo guardo rimpicciolire davanti alle bucce di una pera Abate e di una mela Granny Smith.

– In tutti questi anni… – incamera l’aria che gli è possibile e riprende a parlare in un fiato solo, – In tutti questi anni che non sei stata qui, prima all’università, poi a lavorare, poi non lo so, in Italia, all’estero, di qua, di là, di su, di giù, io ho sempre detto a tua madre, oh Marì, dei due rimarrà fuori lei, sempre in giro senza pace, un trasloco all’anno, ché quella tiene la capa storta, il secondo invece ci è venuto fuori tranquillo, lui resta qua, dalle parti nostre, non si muove più di tanto, mò però, quando a novembre tu sei tornata, io mi sono un po’ confuso e ho detto a tua madre, oh Marì, vuoi vedere che non avevo capito niente?

 

Adesso aspetta lui. Mi guarda, forse anche lui mi cerca in faccia quella vecchia foto, avevo due bolle di guance pronte a sgonfiarsi sopra le candele degli anni suoi. Prendo la caciotta sul tavolo, me ne taglio una fetta, né troppo spessa né troppo sottile, procedo lentamente per controllare meglio la direzione del coltello, non mi piacciono le fette che cominciano spesse e finiscono sottili, né il contrario («fall’appari», raccomando a mia madre quando le taglia lei, che le fa appari e alza gli occhi al cielo).

– Nei Racconti d’autunno, invece, sempre serie azzurra, c’è la storia dell’omino di zenzero. C’è la mamma che prepara i biscotti a forma di omino e ne fa uno che sembra più vispo e allegro degli altri, e mentre i biscotti lievitano nel forno, ci sono Dario e Mirella che chiedono alla mamma se, quando uscirà dal forno, l’omino più vispo e allegro degli altri potrà muoversi e fuggire, e la mamma gli risponde che no, queste cose succedono solo nelle favole. Poi quando i biscotti sono pronti, vengono lasciati a raffreddare su un piatto al centro del tavolo, e i tre se ne vanno a dormire. La mattina dopo l’omino più vispo e allegro degli altri non c’è più, scomparso. La mamma pensa subito che se lo sia mangiato quatto quatto suo marito, invece Dario e Mirella sono sicuri che l’omino di zenzero è scappato e adesso se ne va in giro per le strade fischiettando.

 

Dopo avermi ascoltato, serio, concentrato, mio padre chiude gli occhi. Poi scuote la testa, gli scappa da ridere ma si sforza di trattenersi, perciò il mento gli traballa di nuovo.

– Maledetto il primo libro che t’ho regalato. Dodici traslochi in quattordici anni, diciotto scatoloni di libri e una figlia con la capa annacquata. Per la madonna! Quando te ne vai di nuovo, t’arrangi.

 

 

 

 

 

*La poesia I grandi è tratta da: Kathryn Jackson, Racconti di primavera, traduzione di Marisa Tuninetti, Mondadori Stella d’Oro, serie azzurra n. 21, 1965, pp. 50-51.

*Il racconto L’omino di zenzero è tratto da: Kathryn Jackson, Racconti d’autunno, traduzione di Marisa Tuninetti, Mondadori Stella d’Oro, serie azzurra n. 11, 1965, pp. 224-227


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