Sex Therapy

Di Francesco Marocco

Sono passate le quattro. L’uomo nel letto non riesce a dormire, non trova pace e accende la tv. Sullo schermo c’è una coppia. Lui è in sovrappeso, veste di nero, ha i capelli a spina sagomati dal gel, gli occhi piccoli e fumanti. Si dispiace che lei non provi più attrazione sessuale nei suoi confronti e cerca di giustificarsi, perché lui ha sempre voglia. Il suo è un imbarazzo orgoglioso: tira la riga di una somma e riconosce in un’erezione non corrisposta un totale che lo assolve. Lei pure è in sovrappeso, di una lievitazione farmacologica che le deforma il volto nel quale gli archi sottili delle sopracciglia sembrano colti nel mezzo di un volo divergente. Veste una tuta grigia e rosa, porta sciolti i lunghi capelli ricci, neri. Nel viso gonfio gli occhi verdi ripassati a matita galleggiano cheti. Guardandola, l’uomo nel letto pensa a quelle campagne che l’arrivo della città ha rivelato inadeguate. Sembra di sentirne l’odore di lacca, di poterla vedere mentre ogni mattina intinge quattro dita nel flacone di crema idratante, quando con gesto eccessivo libera le spalle e il collo dalla vaporosa chioma, spiegando a lui che ha smesso di desiderarlo.

Scortati dalla sovraimpressione, nel salotto di casa arrivano i due sessuologi. Lui è calvo, porta un paio di occhiali senza montatura, ha la bocca larga, le labbra sottili e bagnate. La disinvoltura con cui accosta i quadretti della camicia con le righe della cravatta alludono a un’eccessiva fiducia di sé e insieme a una tenace forza di persuasione. Lei è secca, una che per disegnarla basta una lineetta. Ha il naso aquilino, un caschetto nero e la faccia di chi pensi al succo di limone come massimo condimento ammesso nella propria cucina.

Dopo un’anamnesi approssimativa sulle abitudini della coppia e il passaggio a vuoto di uno spazio pubblicitario notturno che nessuno ha acquistato, il programma ci proietta al giorno seguente, quando la terapia entra nel vivo. Siamo in ambulatorio, la luce è bianca e violenta, le pareti e il pavimento hanno il tenue color pastello dei banchi di scuola. Separé bianco, lettino, camici, riproduzioni del corpo umano alla parete, non manca niente.

Nel primo esercizio l’uomo e la donna hanno a disposizione dei post-it – gialli per lui, rosa per lei –  e due manichini, che l’uomo nel letto non può non trovare di perfida magrezza rispetto ai pazienti. A ognuno si chiede di attaccare sul manichino che rappresenta il proprio corpo, dei post-it che indichino “quello che vorresti che lui/lei ti facesse, e dove”. Una melodia facile e zuccherosa si sovrappone alle voci e accompagna l’attacchinaggio. La musica va in off solo quando la Secca deve tradurre in parole l’espressione porcina della donna che vorrebbe mani che la strizzassero all’altezza del petto: “carezze vigorose sul seno” è una risposta che soddisfa entrambe. Alla fine dell’esercizio il manichino di lui è tutto un affollarsi di annunci gialli sotto l’ombelico. Vien da pensare che lui potrebbe persino attaccarlo sul muro, un post-it: si ecciterebbe lo stesso. Quello di lei è una supplica rosa, una colatura di baci e carezze giù dalle orecchie all’inguine. Finalmente si svelano i manichini all’altro, si spiega, ci si sorprende, si chiacchiera, si sorride, si torna a casa.

Il gioco sembra aver funzionato: nella ripresa a infrarossi della notte un lenzuolo si solleva, avvolge le manovre ingombranti dell’uomo che si rintana tra le gambe di lei. Nell’inquadratura seguente l’uomo è già riapparso e la sovrasta, i capelli di lei riversati sul cuscino come una marea nera, un disastro ecologico.

 

Siamo al mattino dopo, i sessuologi commentano in studio che la risposta della coppia è stata ottima. Il giovane marito ha una smorfia sorridente e l’uomo nel letto deve guardar bene lo schermo per scongiurare l’eventualità che nell’angolo delle labbra quello non stia tirando grosse e compiaciute boccate a una sigaretta postcoitale. Lei è più sommessa, ha i capelli raccolti e ridacchia a proposito di “cinque minuti”. Nell’inquadratura successiva, dondolando il capo come una campana a festa, allora anche lui ammette che, beh, non è durato molto. Non è stato bravo, par di capire, e gli toccherà una ripetizione.

Siamo di nuovo in ambulatorio. L’uomo e il sessuologo sono seduti a un tavolo. Davanti a loro c’è un fazzoletto bianco che nasconde un oggetto. L’espressione affabile del dottore potrebbe giustificare l’apparizione di qualunque arnese, sotto quel velo (lui ti convincerebbe che ne hai bisogno), ma coerentemente si tratta solo di un modello in gesso di una vagina. Sulla scala dell’oggetto non ci si può esprimere, si accorge l’uomo nel letto: scollegato dall’idea di una donna a cui appartenga, il gesso rivela una fredda evidenza medica che confonde le misure. Il sessuologo presenta al marito l’oggetto, e gli chiede se sa indicargli il clitoride. Quello sorride sotto i baffi e distende il braccio con l’indice puntato come se suonasse il campanello. A questo punto, per quanti si chiedessero che fine ha fatto la giovane moglie, la telecamera inquadra lei e la sessuologa davanti all’ingresso di un imponente centro massaggi. La paziente verrà sottoposta a un massaggio erotico, perché possa imparare le tecniche da impiegare poi con il proprio uomo.

Le riprese passano all’interno. La donna è riversa sul lettino, vestita solo di un perizoma, un piccolo atollo nero nell’oceano mollo delle sue carni bianche. Il massaggiatore è calvo e muscoloso e prende a cospargerla di olio con una bottiglia di plastica opaca. Due sono fondamentalmente le possibilità per il massaggio, ci spiega: compiere i movimenti con le mani (ed eccolo scivolare dai fianchi al collo della donna, con dita sapienti che possiedono il vigore invocato via post-it), o accompagnarli e rinforzarli con gli avambracci (e qui pare proprio di vederlo spalmarsi sul corpo di lei, l’energia dell’uomo che prende possesso del corpo della donna: un primo piano coglie il respiro mozzato di lei, gli occhi verdi ravvivati dal guizzo di avambracci all’attacco). La sessuologa è scomparsa dalla scena, per quanto sicuramente da qualche parte dell’inquadratura ci sarà.
Nel frattempo in ambulatorio si disquisisce su orgasmi vaginali e clitoridei, sui tempi necessari per una donna per raggiungere il piacere, sul fatto che, pare la spiegazione sia tutta lì, la cosa più importante nella stimolazione clitoridea, sia la pressione costante.

A questo punto il sessuologo tira fuori una bomboletta spray. “Ti piace praticare sesso orale?” chiede al marito. Lui sorride e inclina il capo. “Però non ti dedichi molto, vero?”. L’uomo mette una mano dietro la testa e ammette la propria colpevolezza. Il dottore allora tende la bomboletta verso di lui e lo invita ad allungare una mano. D’istinto il marito gli volge l’interno del polso con il pugno serrato, come se dovesse provare un profumo. Il sessuologo gli fa aprire le dita, vaporizzandoci sopra una nuvola spray. “Assaggia”, gli dice, e lo ripete altre due volte per vincerne la resistenza. Alla fine l’uomo avvicina la mano al naso e mette un dito in bocca. Il dottore sorride benevolmente di fronte alla perplessità del paziente. Lo dicono insieme “caffè”. Il sessuologo brandisce la bomboletta a favore di camera: “gel lubrificante al caffelatte”, dice soltanto e annuisce all’uomo, come se gli promettesse che un cappuccino salverà il suo matrimonio.

 

L’uomo nel letto prende il telecomando, spegne la tv: L’orologio sul telefono segna le cinque e dieci. Lo schermo dello smartphone si estingue gradualmente. La stanza ritorna buia. Il sonno è andato, la pace non tornerà e non lo aiuta il pensiero che tra meno di un’ora il bar sotto casa sarà aperto e potrà fare colazione. Di caffè, quella mattina, non vuole proprio più sentirne parlare.

 

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