Il dio Pan

Di Annalisa Di Salvatore (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Al centoquarantaduesimo scalino della Torre degli Asinelli, ho avuto il mio primo attacco di panico.

Questo, però, l’ho pensato un po’ di tempo dopo, mica lì mentre buttavo sudori. Quando sudi in quella maniera, non pensi.

Bisogna affrontare la faccenda con metodo, mi sono detta la sera stessa in albergo, seduta al centro del letto di una camera doppia uso singola arredata in toni blu. Venirne a capo: compilare elenchi, fare inventari, svolgere indagini, studiare archivi, prendere appunti. Esaminare minuziosamente il caso, dati alla mano.

Elenco delle torri che ho scalato
– Carfax Tower, Oxford: 23 metri (scalini? Pochi)
– Torre di Pisa: 56 metri (296 scalini)
– Campanile di Santa Maria del Fiore, Firenze: 84,7 metri (463 scalini)
– Tour Eiffel, Parigi: 324 metri (1665 scalini, però ho preso l’ascensore, forse non conta)

Non ho un’esperienza ragguardevole con le torri, no.

La Torre degli Asinelli è alta 97,2 metri (498 scalini). Forse le altezze che mi sono possibili a piedi non superano i novanta metri, prima non lo sapevo e adesso lo so. Lo sospetto, anzi, e il sospetto mi basta.

Non è nemmeno la torre più alta d’Italia, dice: campanile del Duomo di Mortegliano, Udine, 113, 20 metri. È chiaro che io non ci metterò mai piede, né lì né su qualsiasi altra torre, io con le torri ho chiuso.

A Bologna ci sono andata da sola. Potrebbe essersi trattato di un attacco di solitudine? Fa sudare così, la solitudine? È un formicolio, un ronzio, un’oppressione, una nebbia sugli occhi? Non saprei, io tendo a patire di più la compagnia, che mi succhia il sangue.

È accaduto alle 9.30 di un mercoledì di novembre. Senza dubbio uno scomodo giorno feriale d’autunno in cui avrei potuto facilmente presumere una scarsa affluenza di visitatori, ma quella mattina ho commesso l’errore di non presumere (io presumo sempre). Fatta eccezione per il custode che avevo distratto dalla sua lettura delle poesie di Saffo per pagargli i tre euro del biglietto di ingresso, l’eventualità di ritrovarmi ad essere l’unica presenza umana lungo quei quattrocentonovantotto scalini non sarebbe stata da escludere.

Di salire sulla torre, avrei potuto fare a meno. Ma mi ero organizzata in una posa da turista, volevo essere coerente con l’itinerario, pianificato per tempo (io pianifico sempre). Dici: non sono mai stata a Bologna, che faccio, non visito la torre?

Venivo da mesi piuttosto sciagurati che, d’accordo, a forza di presumere e pianificare mi avevano un po’ affaticato, anche se continuavo a dire tutto bene, tutto bene.

Insomma, deve essere stato per la somma di queste circostanze, che le cose sono andate come sono andate. Ma è solo un’ipotesi.

Ricostruire attentamente i fatti, questo bisogna fare. No, non ricostruisca, mi ha detto invece il dottore, non faccia ipotesi, non presuma, non pianifichi, non congetturi, non spieghi, non sospetti, non abbia pretese di coerenza: mi racconti come è andata e basta. Che dice, ci riesce?

All’inizio, salivo. Salivo come ero salita sulle altre torri, tranquilla, incuriosita, attenta a dove mettevo i piedi, ma senza apprensione, solo il fiato corto da fumatrice di venti Lucky Strike giornaliere. Non si vedeva nessuno, né su né giù. Scale di legno, strette, rosicate, buone da ardere. Le contavo, come il più cretino dei turisti. Passo e scricchiolio, per il resto: silenzio. Centoquarantadue, e ho guardato di sotto, con l’intenzione di fare una foto.

È arrivato a tradimento, una secchiata di ghiaccio tritato. L’orrore mi ha preso come una grossa bestia, e bestia era, mentre mi montava addosso. Si è occupata subito della mia ragione, artigliandola perché non mi aiutasse. Carne da macello inzuppata nel sudore, questo ero, in un istante. Un capogiro, uno stordimento, mi sono aggrappata al corrimano per ripararmi dalla caduta. Adesso crepo qui, così, è sicuro. I piedi non salivano, non scendevano, non erano miei. Avrò gridato? Non credo, il fiato era incastrato in gola. Sono rimasta immobile lì, per quanto tempo.

Ci sarà una videosorveglianza quassù? Il custode mi avrà visto? Salirà? Forse no. Se c’è una telecamera (ma non la vedo), quello si starà sganasciando di risate davanti al monitor. Chissà quanti altri cortometraggi si guarda, per tutto il giorno, chiuso dentro la sua cabina. Ah, i custodi, i portieri, i guardiani! La loro prospettiva segreta sul mondo: scivoloni, cadute, baci adulteri, buste della spesa che franano a metà scala, braccia che mulinano bestemmie, mani in mezzo al culo ad aggiustare le mutande, dita nel naso, cerume grattato dalle orecchie, squinternati che parlano da soli. Attacchi di panico al centoquarantaduesimo scalino di una torre. Che singolare, superba avventura tra le pieghe della natura umana deve essere, la vita dei custodi. Vi odio tutti, voi nelle vostre cabine di osservazione, che sorvegliate la miseria.

Prima o poi salirà qualcuno, qualcuno arriverà. Che si potesse arrivare anche in discesa, non mi è venuto in mente finché non ho sentito voci e passi provenire dall’alto.

Adesso che si fa, che si fa adesso.

Non c’era abbastanza spazio per due persone sullo stesso scalino. Bisognava prendere una decisione in fretta, darsi una mossa fino alla fine della rampa e riguadagnare uno spazio di manovra sufficiente a due, tre persone, oppure restare fermi e schiacciarsi contro la parete per lasciar passare, rassegnandosi a un contatto fisico inevitabile (ciocche di capelli fradici mi incorniciavano chissà quale faccia, ero certa di emanare il fetore della paura). In entrambi i casi, c’era da obbligarsi a scollare le mani da dove si erano incollate e spiantare i piedi da dove si erano piantati. Avrei potuto chiedere aiuto, cercare un ristoro provvisorio nella presenza estranea che si avvicinava.

Era un padre, e dietro di lui se ne veniva scendendo gli scalini due a due una bimbetta che lo chiamava daddy. Avrà avuto meno di dieci anni e saltellava con un’agilità, una disinvoltura, una noncuranza del pericolo tali che io, quando me li sono trovati di fronte, mi ero rimpicciolita fino a uno straccio consumato di mortificazione. Il padre, sguardo vivace, mani nelle tasche (dico, mani nelle tasche!), non si mostrava affatto preoccupato dei rimbalzi della bambina che caracollava allegra, giù verso il precipizio. I loro piedi si muovevano in perfetto equilibrio su quelle scale come se fosse stata la cosa più naturale del mondo. E, in effetti, suppongo che lo sia (ma non supponga, racconti). Padre e figlia mi hanno scoperto. Ho allestito una figura stanca, di chi ha bisogno di riprendere fiato. Lui mi ha guardato sorridendo di più fino a mostrare un assetto armonioso di denti lucenti, e ha annuito per dire sì, è faticoso. Ho staccato una mano per sventolarmi la faccia, ho accennato una smorfia e ho fatto cenno pure io per dire eh sì, è davvero faticoso. Che vergogna. Decidere, decidere subito.

Zavorra di piedi da sollevare, io palombaro col mio scafandro di angoscia, mi muovo in avanti di uno, due, tre, quattro scalini, e sono centoquarantasei, per la madonna. Vedete che ce la posso fare. Io, il padre e la figlia ci siamo oltrepassati, lui mi ha salutato con quella cordialità da escursionisti di montagna (non c’è mai la stessa benevolenza a fondovalle). Hanno continuato la loro discesa felice, finché non li ho visti più. Ora, di nuovo sola e immobile, bestia al collo. Incapace di andare avanti. Non lo dirò mai a nessuno.

– Sei salita poi sulla Torre degli Asinelli?
– No, quel giorno era chiusa, mannaggia. / No, non ho avuto tempo. / No, però ho visitato la Basilica di San Petronio, bella assai. / No, cioè sì, ma solo un po’, dopo sono mi sono stufata, c’è di meglio da fare a Bologna.

Più di trecento scalini ancora davanti. Troppi, davvero troppi. Potevo tornare indietro, con minore sforzo. Certo che potevo tornare indietro, mica me lo impediva nessuno, non c’era nessuno. Però c’ero io, e questo era un bel problema. Una verità da portarmi a casa, se fossi riuscita a tornarci. Aspettare di incontrare qualcun altro, stavolta chiedere aiuto senza ritegno?
– Buongiorno, sto morendo di paura, mi aiuterebbe a muovermi?
– Ma certo, per scendere o salire?
– Non lo so, mi porti via e basta.
– Vuole che chiami un’ambulanza?
– Vorrei mia mamma, però abita a quattrocento chilometri da qui.
– Va bene, Lei vive a Bologna? C’è qualcuno che posso chiamare?
– No, io vivo a Roma.
– Ah, Roma, che bellezza!
– Ma non dica stronzate, Roma è un’orrenda puttana e Lei mi deve salvare.

Massimo. Se ho pensato, ho pensato a Massimo, e a quella sua paura folle delle altezze. Non la capivo mica, quella fobia, a dirla tutta mi scocciava pure un po’. Nemmeno adesso la capivo, ma la sentivo anch’io. Si può trasmettere il panico, ci si può infettare con le nevrosi delle persone amate? Quel terrore nuovo, che non mi apparteneva, si era trasferito a me per contagio, come un liquido, una febbre, un’abitudine, un odore cattivo.

Rianimare la ragione, questo bisognava fare. Praticarle una respirazione lenta e sapiente. E quella si è rifatta viva, mi è sembrato perfino di riconoscerla come una vecchia amica quando ha stabilito: – È solo una cazzo di scala. –   Non una frase particolarmente bella per l’occasione, ma c’è poco da badare alla forma se le circostanze non danno tempo ai convenevoli. Era solo una cazzo di scala. Me ne convinsi a mezzogiorno, suonavano campane. Era passato, non poteva succedermi nulla.

Ho ricominciato a salire, decidendo di scandire la frase in tre battute di piedi, un tempo forte per ogni scalino guadagnato (piede a terra), due tempi deboli in levare (piede in aria): essò-lounacà-zzodiscà / lessò-lunacà-zzodiscà /lessò-lunacà-zzodiscà / lessò-lunacà-zzodiscà… Non contavo più gli scalini, li cantilenavo, e con i piedi li solfeggiavo pestando con più forza sul legno. Ci ho messo sopra la musica di Soñar y nada mas, un tango vals mi sembrava che ci stesse bene. Ogni tanto mi fermavo e riprendevo fiato, per allentare la tensione delle gambe ineducate alla resistenza, però non smettevo di ripetere la cantilena in tre quarti.

Quattrocentonovantotto scalini, più della metà musicati. Ce l’ho fatta. Ma quello che si vede dalla cima della Torre degli Asinelli, io non lo so. Ho fatto giusto in tempo a vedere il sole, oltre le grate metalliche di protezione, prima che una gelatina di pianto mi calasse sugli occhi. Ero sudore, muco, lacrime, un fiotto di urina trattenuto a stento. Mi sono stesa ad asciugarmi.

Sono anche scesa, dopo. A scendere è andata meglio, non per le ginocchia e i muscoli. Sono tornata all’albergo zoppicando. È salita sulla torre?, mi ha chiesto il proprietario, cordiale, bolognese fiero. Ah sì, che bellezza!, ho risposto, e sono andata a dormire nella mia camera blu.

 

Mi capiterà di nuovo, sono sicura che mi capiterà di nuovo. Non su una torre, ho chiuso con le torri, ma potrebbe essere in ascensore, al parco, al mare, in montagna, o forse solo in ascensore e in montagna, e su tutte le scale, magari anche quelle di casa, insomma dove tocca salire, ma anche scendere. Quando gliel’ho detto, il dottore ha sospirato profondamente, a bocca chiusa. Ha piantato i gomiti sulla scrivania, ha incrociato le mani e ci ha accasciato sopra il mento. Poi ha detto:

– È una storia come tante, non ci faccia sopra tutta questa letteratura del dolore, che non se ne può più. Meno libri e più benzodiazepine per tutti. Lei conosce le benzodiazepine?

 

 

***

 

Nota dell’autrice, con un sorriso gentile

Due o tre mesi dopo aver scritto questo racconto, ho letto “Il panico quotidiano” di Christian Frascella (Einaudi, 2013), un romanzo che, dal giorno della sua uscita in libreria, avevo continuamente regalato agli amici, a cui poi chiedevo di raccontarmelo, rimandandone la mia lettura. Se una volta Christian Frascella volesse prendere un decaffeinato con me, lo ringrazierei volentieri di persona per aver scritto che il DAP è «un’entità […] profondamente democratica» (l’omissione è «perturbante ma»). Io non sono completamente sicura che abbia ragione, però è un’ idea che all’occorrenza fa stare abbastanza tranquilli. Poi vorrei anche confessargli di aver saltato le due pagine in cui cita i bugiardini di En e di Prazene, ansiolitici fra i più democratici attualmente in commercio, credo.

 

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