N.C. – Capannoni su Via Elorina

Di Mario Fillioley

Sulla 115 c’è un locale che prima non c’era.
La 115 è la prosecuzione di Via Elorina con altri mezzi: una strada che comincia in centro e poi, senza soluzione di continuità, si innesta sulla statale. Con il fiume su un lato e il mare sull’altro, affianca gli agrumeti di Santa Teresa Longarini e di Cassibile, prosegue verso i mandorleti di Avola e se ne scappa via verso Eloro e le campagne più a sud di tutta Europa. Se all’ultima rotonda ti scordi di fare inversione, neanche te ne accorgi e sei già a Finisterre: Pachino, Marzamemi, Capo Passero, vento che mischia terra e sabbia, pomodori piccoli raccolti da africani alti, vino padronale per dimenticarsi di essere lontani da tutto.
Comunque, anche nel tratto dove si chiama ancora Via Elorina, la 115 è senza marciapiedi. Ci puoi andare solo in macchina, o in moto, o nel mio caso con un possente vespone PX color verde vallombrosa, ma non è normale camminarci.
Ci camminano solo gli americani, un tipo particolare di pedone che si distingue per l’uso cocciuto delle infradito.
Gli americani fanno tutti lo stesso errore: pigliano la cartina che gli ha dato l’ente turismo, leggono che su Via Elorina insiste la maggior parte dei grandi supermercati e pensano vabbe’, alla fine sono due passi, che me le metto a fare le scarpe? Quando realizzano che è una specie di autostrada si sono già spinti oltre il punto di non ritorno: possono solo scegliere se morire con gloria nell’avanzata verso il supermercato oppure con ignominia nella ritirata verso il B&B con uso cucina.


La 115 è un’area che viene riconvertita di continuo. Ha bisogno che io la sorvegli.
Prima era soltanto l’ingresso e l’uscita dalla città. C’erano i mercati generali, la stazione marittima, il radar dell’aviazione e le rivendite di ghiaccio per i pescherecci che sbarcavano all’alba.
Ora il radar non c’è più, l’aeronautica è in smobilitazione, l’area portuale sta per essere ampliata nel waterfront. Al posto delle rivendite di ghiaccio ci sono una serie di pescherie esose, e soprattuto i vecchi capannoni dell’industria conserviera cambiano destinazione d’uso: le facciate vengono ridipinte con colori pastello, gli interni adibiti a nuove attività che si suppongono remunerative. In uno, che forse prima era un granaio e ha i soffitti alti otto metri, hanno aperto una ludoteca per bambini affetti da gigantismo. Dentro gli hangar per il rimessaggio delle imbarcazioni da pesca sono nati sushi bar, ristoranti indiani, ristoranti cinesi, steak house. Con un po’ più di coerenza, dove c’erano le ghiacciaie sono sorte delle gelaterie. E poi certi depositi per i macchinari agricoli sono diventati discoteche, sale bingo, palestre per lo zumba, laser game. A volte trovi tutte queste cose insieme, in un unico capannone: prima alleni i pettorali, poi bevi una centrifuga, poi balli la techno, quando hai fame ti mangi un arancino al salmone mentre urli “quaterna!” nell’orecchio di tua nonna, e poi magari per la contentezza le spari addosso col fucile a infrarossi. Puoi anche festeggiare ricorrenze, matrimoni e compleanni, abbattendo birilli al posto di soffiare sulle candeline.

Io sono per operare dei distinguo, sempre, ogni volta che si può. È una cosa che mi aiuta a tenere a bada l’ansia. Perciò nella mappa mentale che uso per le perlustrazioni concedo lo status di Via Elorina solo al primo tratto, quello che si potrebbe definire ancora urbano, sì e no duecento metri, superato il quale, per me, siamo già in piena 115. Non che serva a molto, però se non lo faccio mi prende il nervoso: digrigno i denti, comincio a parlare da solo, gesticolo. Diciamo che è meglio se mi attengo alla procedura.
La procedura, se le ubbidisci, ti fa stare tranquillo.
All’inizio di ogni giro, prescrive di contare i chilometri partendo da casa di mia madre. Qua saremmo all’ottavo. Io però sono zelante: quando comincia il giro di ritorno, li riconto da capo. Quindi si può anche dire che siamo al tredicesimo provenendo da Avola, cioè il comune limitrofo dove la mia perlustrazione può considerarsi conclusa (arrivo a ispezionare le frazioni, tipo Cassibile, ma non i paesi in provincia).
Di questo locale non mi ero ancora accorto. O forse sì, però non in forma cosciente. C’ero passato davanti durante il giro di andata, ma in un certo senso è come se lo stessi vedendo per la prima volta. Fuori non c’è nessuno, nel parcheggio nemmeno una macchina, ogni tanto qualche tir che fa manovra.

In terza media avevo la Sciabbarrà, una fissata con gli approfondimenti. Tutti gli altri insegnanti suddividevano i temi in tre parti, lei in quattro: introduzione, esposizione, approfondimento e conclusioni. Voleva che fossimo analitici, esempi dettagliati, casi specifici, diceva che era la parte più importante di tutto il tema: non siete più alle elementari, basta con questi pensierini ridicoli che mi consegnate! Faceva una pausa, mimava con le dita l’aprire e il chiudersi di una bocca che parla a vanvera, e poi tuonava: Ciùcciùcciù, quàquàquà, approfondite! Certe manate sulla cattedra che spostavano l’aria fino all’ultimo banco.

L’insegna dice che è un ristorante, si chiama Nonna Clorinda.

Io per gli approfondimenti ero negato. Sprecavo tre facciate del foglio uso bollo in premesse molto teoriche. Mi venivano un sacco di idee generali: suggestioni, connessioni, incastri, facevo tutta una serie di distinguo prima di arrivare al punto. In realtà finiva che divagavo. Divagavo un sacco. Al momento di consegnare ero ancora all’introduzione.
Nonna Clorinda è un nome da trattoria. E nel parcheggio al massimo c’è qualche tir. Quindi forse chiamarlo ristorante è un po’ pretenzioso. Avranno voluto fare gli splendidi, non fa niente, alla fine è comunque un posto in cui si cucinano e si servono cose da mangiare. Stando alla procedura non ci sono gli estremi per scendere dal vespone.

La Sciabbarrà avrebbe preteso un approfondimento. Era un tipo sanguigno, non conveniva farla arrabbiare. Oltretutto i voti li dava a caldo, ti faceva leggere il tema in classe, ad alta voce, e se non avevi approfondito ti metteva giudizi sintetici come ciùcciùcciù meno meno oppure quàquàquà più più. L’indomani voleva pure parlare con tua madre.

Clorinda era un personaggio della Gerusalemme liberata, l’innamorata di Tancredi, una wonderwoman cattolica con l’armatura. Altro che nonna, stiamo parlando di una donna giovane e combattiva: spade, disfide. A un certo punto Tancredi la accoppa e poi, per evitarsi l’aggravante del femminicidio, dice di averla confusa con un nemico.

La notte, ancora mi capita di sognare la restituzione dei compiti: la Sciabbarrà con una fascia stretta attorno alla fronte, che mette la mano di taglio, grida ciùcciùcciù per darsi la carica, e poi spacca in due la soprana della cattedra con un colpo solo.

Il riferimento a Clorinda deve essere più che altro un omaggio a certi nomi desueti, un modo per richiamarsi alla cucina genuina di una volta. La controriforma con questo ristorante sulla 115 non c’entra niente.

La Sciabbarrà riceveva dopo l’ultima ora. Mia madre era tornata a casa trafelata perché c’era ancora da preparare il pranzo.
– Fila subito in camera tua a prendere il libro di italiano, che adesso ti interrogo io.
– Guarda che l’antologia la so a memoria.
– Ora lo vediamo cosa sai e cosa non sai.
– I brutti voti ce li ho allo scritto, con la Sciabbarrà non ci intendiamo sulla Philosohpy of Composition.
– Che sarebbe?
– Una cosa che ho letto sull’antologia di inglese.
– Ma la Sciabbarrà non è di italiano?
– Sì ma le indicazioni ministeriali dicono che dobbiamo essere interdisciplinari.
– Ho capito, ho capito ma non ci siamo: questo è italiano e tu devi sapere l’italiano. Lo sai l’italiano, tu?
– Sì che lo so. I voti bassi dipendono dai temi.
– Appunto! La Sciabbarrà mi ha detto cinque, massimo cinque e mezzo.
– Credo dipenda dal procedimento ellittico che adotto.
– Ma di che parli?
– In apparenza è piuttosto circonvoluto, ma in realtà si tratta di una tecnica ad excludendum, un po’ come nelle dimostrazioni geometriche per assurdo…
– Ho capito, ho capito, ma non ci siamo. Prima inglese, ora geometria, allora è vero che divaghi. Ripetimi il Tasso, forza!

Il punto vero è “Clorinda”. “Nonna” tutto sommato si può accettare, che le nonne siciliane stiano in cucina è plausibile. Però questa è la 115, e qua siamo nel suo tratto più pedestre: se ora citofono a una masseria qualunque e chiedo scusa, come si chiama tua nonna? voglio vedere quanti mi rispondono Concetta, Lucia, Giuseppina, Carmela, e quanti invece mi dicono Clorinda.

Mia madre era tra lo sbalordito e l’irritato. Sapevo pure le note a piè di pagina.
– Amo definirmi un cultore della materia.
– Quale materia?
– Antologia.
– Ma non è una materia.
– Io all’università voglio fare Antologia.

Sull’insegna c’è un logo. La N di nonna e la C di Clorinda hanno le parti sommitali che si allungano a dismisura. Fanno addirittura da tetto alle altre lettere. Sembra la firma di un writer hip-hop: al limite starebbero bene in un mall di Chicago, non certo in una trattoria da camionisti.

Mia madre si era seduta di fronte a me al tavolo di cucina. Doveva sbrigarsi col pranzo: tirava fuori a una a una grosse verdure da una busta di carta marrone, le puliva e le sbucciava. Nel frattempo voleva che le leggessi la brutta di un tema con le divagazioni, uno di quelli da cinque, massimo cinque e mezzo. Io ero contento. Finalmente avevo la possibilità di essere ascoltato da un giudice terzo, dimostrare che se divagavo era solo per strappare le foglie al carciofo e giungere al cuore del tema.

Mettiamo invece che Clorinda non sia la nonna di nessuno, che il nome alluda piuttosto alla sofisticazione dei cibi mediante cloro. Oltretutto l’insegna parla pure di altro: cose ottenute per trinciatura (i tabacchi) o per scioglimento (i detersivi). Quindi là dentro che fanno? Sminuzzano? Saponificano? E con cosa? Crimini di questa portata, sul territorio che starebbe a me sorvegliare! La procedura dice di slacciare il casco e disperarsi per come si deve, mani nei capelli, lacrime di sconforto.

A ogni riga che leggevo cresceva la paura che mia madre potesse reagire come la Sciabbarrà (la soprana del nostro tavolo era di marmo), ma allo stesso tempo sapevo che non mi sarei fermato: stavolta avrei letto la brutta fino in fondo, tutti e tre i fogli.

Senso di colpa. Sarei dovuto entrarci prima, dentro Nonna Clorinda, in incognito. Gironzolare per il locale facendo finta di niente. Aria da pensionato e mani intrecciate dietro la schiena, camuffamento che mi riesce alla perfezione. Chiedere ma cos’è che fate qua, di preciso? E poi, senza attendere risposta, chiudere a chiave la porta, e sguainare il telefono: che nessuno si muova da qui, ora chiamiamo i Nas e vediamo se siete in regola. Ridere come ride la Sciabbarrà nei sogni in cui mi riconsegna il compito: ciùcciùcciù, quàquàquà, cinque anni e mezzo di galera non ve li leva nessuno.

– Ho capito, ho capito ma non ci siamo. Sei uscito fuori tema dopo neanche tre righe. Basta. Fermati.
In una specie di trance auto-indotta, continuavo a leggere imperterrito, come non mi era stato concesso di fare in classe. Ero sicuro che se fossi arrivato in fondo al ragionamento, mia madre avrebbe compreso il mio procedere dalle idee confuse fino a quelle chiare e distinte, e che a quel punto avrebbe convinto la Sciabbarrà a rivedere i suoi giudizi.
– Basta, ti ho detto. Tu al posto di approfondire divaghi, ha ragione la professoressa. Basta. Basta!
Per ridestarmi dall’estasi e ricondurmi dentro al mio corpo, mia madre stava distruggendo l’antologia sbattendola forte contro il marmo del tavolo: due, tre, quattro colpi di seguito. Poi la rilegatura aveva ceduto, l’antologia si era ridotta a una serie di fascicoli settimanali.

– È grave, dottore?
– Lussazione al polso, ma per fortuna niente fratture: garza stretta, Lasonil e passa tutto. Per l’antologia prescrivo mastice in doppia somministrazione.
Guardavo la fasciatura sul braccio di mia madre e provavo una segreta ammirazione per la Sciabbarrà: era una donna molto vigorosa, sulle mani doveva avere certi calli.

L’edificio di Nonna Clorinda è di un colore a metà tra il fucsia e bordeaux pastello, risalta parecchio, qua sulla 115. Le porte d’ingresso sono in metallo smaltato. Di sicuro nell’interstizio ci saranno le fotocellule. E dentro? Codici a barre sui prodotti in vendita, casse veloci, scale mobili, nastri trasportatori? Nonna un corno. Questo è il lupo che prima s’è mangiato la nonna e dopo si è travestito da nonna apposta per mangiarsi anche me:
– Che capannone grande che hai, nonnina
– È per clonarti meglio, piccino mio.

La procedura mi ingiunge di scendere dal vespone.
– Issare il cavalletto.
– Eseguo, eseguo. Un attimo di pazienza.
– Issare il cavalletto.
– Un attimo, ho detto.
– Subito!
Io questa voce la conosco.
– Approfondire! Forza!
– Che ci fa lei qui?
– Pemm!
La Sciabbarrà assesta una delle sue manate sulla sella del mio vespone. A bordo strada si sollevano polvere e brecciolino. Calcinacci cadono giù da un muro di confine.
Metto il cavalletto, ma l’equilibrio non è stabile: a uno dei due piedi manca da sempre un gommino. Mi ci siedo sopra e gioco a farlo dondolare a destra e sinistra, una specie di culla. Socchiudo gli occhi, quasi mi calmo.

Sogno il menu di Nonna Clorinda: cibo presunto-casereccio cucinato secondo ricette trovate su giallozafferano.com, variazioni sconsiderate, frutto di una fantasia global, concessioni all’effimero, commistioni di vecchio e nuovo che impediscono al nuovo di germogliare e al vecchio di fare da punto di riferimento.

– La procedura dice perimetrazione.
– Che significa, professoressa?
– Che devi fare a piedi il giro dell’edificio.
– Ma è enorme.
– E domani mattina voglio parlare con tua madre!
Ci metto almeno cinque minuti a completare il giro. Dopo però ne faccio un altro, perché stavolta voglio contare i passi, farmi un’idea dell’area: base per altezza, com’era? Non mi ricordo se poi ci voleva diviso due.
– Che c’entra geometria? E non te ne uscire con le indicazioni ministeriali perché con me non attacca: Allan Poe al posto del Tasso, ti rendi conto di quanto sei stato disonesto con tua madre?
– Ma lei come fa a saperlo?
– Lo so perché tu divaghi, divaghi: ma che cazzo divaghi, scusa? Approfondisci, invece!
Le porte sono tutte chiuse. Prima busso, poi picchio. Esce fuori un suono di latta tagliente, si scorticano un po’ le nocche, mi faccio pure male. È da quando andavo alle medie che vorrei indurirmi, avere i calli della Sciabbarrà, non sentire mai più dolori da contatto.
– C’è un lucchetto bello grosso, che faccio?
– Effrazione.
– Seriamente professoressa, prima le parolacce, ora addirittura un’effrazione, non le pare di esagerare con gli approfondimenti?
– Effrazione! È scritto sulla procedura!
– Non è che poi mi fa la nota sul registro?
– Effradi!
– Ma è illegale.
– Effraisci, t’ho detto!
– È sicura?
– Effra! Effendi!
– Ci sto provando, ma è inutile.
– Pemm!
– Professoressa, lei però si deve calmare.
– Fai un altro giro di approfondimento! Io resto qua a sorvegliare il vespone.

Quando sono a piedi mi sento più vulnerabile. Passeggiando cado preda dell’inquietudine, una cosa che è pure peggio dell’ansia: tutti i pensieri mi s’affollano nella testa, m’incupisco, divento malinconico. Di solito è il preludio del nervoso.
Appena sotto il logo, ci sono altre tre scritte a caratteri grandi, una per ogni segmento della facciata: Ristorante, self service, pizzeria. Le tre grandi categorie della ristorazione, tutte compresenti in un unico capannone. La prima dell’elenco a destra, invece, è Bar.
Un camionista mette la freccia per fare inversione dentro il parcheggio.
I bar servono essenzialmente per il caffè. Il caffè nessuno lo prende mai nello stesso posto dove ha pranzato. Se dopo mangiato viene il cameriere e chiede posso portarvi un caffè? ho sempre sentito rispondere no, grazie, siamo a posto così, come se il caffè dopo pranzo fosse una cosa strana. Invece appena se ne va il cameriere, la gente comincia a cospirare sottovoce: ora il caffè ce lo andiamo a prendere dove lo fanno buono. Perché allora aggiungere un bar dentro a un ristorante? A chi li vendono poi questi caffè?

– Tutto a posto?
– Sì, perché?
Il camionista si sporge dal finestrino minaccioso.
– Perché sono venti minuti che parli da solo come i pazzi.
– Chi, io? Come si permette? E poi non parlavo da solo, ero al telefono con la professoressa Sciabbarrà.
– Ma quale telefono? Dov’è ‘sto telefono?
Cos’è successo a quest’isola? Il nostro McDonald’s era l’unico al mondo in cui, con venti persone dentro tutto il locale, c’era da aspettare un’ora per un panino. Bastava stare in coda per capire perché: volevamo tutti lo stesso big mac, ma ognuno con una cosa in più o in meno (oppure con una in più e una in meno). Per noi era inconcepibile che nello stesso posto facessero la stessa cosa uguale per tutti.
– Non lo vede l’auricolare? E poi che vuole? Si faccia gli affari suoi, se ne vada!

Eravamo pleonastici. Crescevamo in serie, non in parallelo. Non ci piaceva che in certi posti oltre al caffè facessero anche il gelato. Il gelato andavamo a prenderlo ad Avola. Quando aprirono le prime cioccolaterie, le usavamo solo per berci il tè. Per la cioccolata guidavamo fino a Modica.

– Guarda che t’ho sentito che parlavi male del ristorante. Stai attento a quello che dici, che il proprietario è amico mio e ti faccio passare i guai.
Non ho più nessun controllo sui denti. Mi fa male la mascella per come li sto digrignando forte.
– Oh ma tu non sei normale.
Funziona. Se ne va. Devo ricordarmi di aggiungerlo alla procedura: quando si è a piedi, libero sfogo ai denti, meglio sembrare un pazzo pericoloso che un pazzo e basta.

 

La verità è che se qualcuno riforma un capannone io tifo subito per la controriforma. L’ansia dei cambiamenti mi mangia vivo da quando avevo tredici anni. Grazie alla procedura sono riuscito a mantenermi immobile: pure adesso, che di anni ne ho quarantasei, pranzo tutti i giorni da mia madre.

Il camionista si è fermato a bordo strada. Lo vedo scendere dal tir, gesticolare, sembra stia parlando con qualcuno, una discussione animata. Speriamo si stia sfogando: i denti digrignati sono solo un bluff, la seconda volta potrebbe accorgersene anche lui.

La Sciabbarrà va in pensione oggi. Siamo stati colleghi fino a due ore fa.
– Guarda che il camionista per vendicarsi ti voleva schiacciare il vespone col tir.
– Ma lei sta bene professoressa? Le ha fatto qualcosa quell’energumeno?
– È stato mio alunno. Appena m’ha visto ha riconosciuto i calli e se n’è scappato.
Adesso prima di pranzo costringo mia madre a leggere i temi dei miei studenti. Dopo l’università ho cominciato a insegnare antologia in una scuola media di Cassibile. Io e la Sciabbarrà facevamo ricevimento dopo l’ultima ora. Oggi però niente genitori: c’era da festeggiare il suo pensionamento
– Però ero troppo nervosa e ho tirato un’altra manata alla sella.

Tornando da scuola eseguo le mie perlustrazioni sulla 115. Incrocio monovolume spaziose come capannoni con dentro famiglie di non adulti, genitori e figli accomunati da una stessa idea di svago. Scendono e s’infilano tutti insieme dentro a un altro capannone.

– Professoressa, dica la verità, ha usato il Flex?
La sella è sezionata in due metà perfette. Una crepa prosegue verso il basso fino a dividere anche la pedana.
– Bel colpo, eh? Però guarda, adesso sta pure in equilibrio sul cavalletto.

Uniformare i gusti serve a razionalizzare il tempo libero. E razionalizzare il tempo libero dà la possibilità di un divertimento totale. I diversi momenti ludici vanno tenuti distinti, ma devono essere svolti in sequenza, dentro uno stesso luogo, come fasi di una catena di assemblaggio: entra, mangia, bevi il caffè, gioca a bingo, guarda un film in 3D, e torna a casa soddisfatto.

Il vespone è inservibile.
– Come faccio, adesso? Sono otto chilometri. Almeno me lo dà un passaggio?
– Sali, muoviti.
– Mamma?
– Sbrigati, che sull’altra corsia c’è uno col camion che ti vuole ammazzare a legnate!
– E la Sciabbarrà?

La riconversione dei capannoni sulla 115 è funzionale a questo passaggio dall’industria manifatturiera a quella ricreativa. Lavoriamo meno e ci divertiamo di più. E divertendoci facciamo lavorare qualcun altro. La 115 si è votata al lunaparkismo.

– Eri in ritardo per il pranzo, mi stavo preoccupando. Poi mi ha chiamato la Sciabbarrà e ha detto che eri rimasto a piedi sulla 115. Ha riconosciuto la vespa dal colore.
– Verde vallombrosa. E non è una vespa, è un vespone 150 PX. O almeno lo era.
– Ho capito, ho capito ma non ci siamo. Mi ha fatto prendere un colpo: diceva che forse c’era stato un incidente, che non ti vedeva e che la vespa è tutta sfasciata.
– Vespone. Certo che è tutto sfasciato, l’ha sfasciato lei.
– Lei chi?
– La Sciabbarrà, con una delle sue manate, pemm.
– Ma non dire fesserie.
– Ti dico che l’ho vista.
– Pure io l’ho vista, era qui fino a due minuti fa. Guarda, mi ha regalato i confetti e la bomboniera per il pensionamento. E poi mi ha lasciato questo per te, tieni.
– Cos’è?
– Un tuo vecchio compito in classe. Dice che l’ha conservato per anni: lo usava per spiegare agli alunni come non si scrivono i temi.
Sul retro del foglio, nella parte riservata al giudizio sintetico c’è una grossa X che sbarra per intero il disegno di un parallelepipedo rosso bordeaux. Sotto c’è scritto Non Classificato, la N e la C che si allungano a dismisura, fino a fare da tetto alle altre lettere. Poi, più in piccolo, a matita blu: fuori tema. E sotto ancora, nel corsivo di una penna stretta con una forza disumana in mezzo a chissà quanti calli: ristorante, bar, tabacchi, self service: ciucciùcciù che fai, divaghi?

 

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