Gli insetti non pagano il mutuo

Di Nadia Terranova

Ho passato gran parte della mia vita in una casa vicino al mare che ho strappato con onore ad alcune specie animali.

All’inizio degli anni Ottanta, dopo la separazione da mio padre, io e la mia poco più che ventenne madre tornammo a vivere dai suoi genitori, in un palazzo con i fregi sui balconi e i soffitti affrescati. Il nostro terzo piano, una sopraelevazione di epoca successiva, era il più triste, il più umido e l’unico senza rilievi di pregio. Allora era popolato da una fauna variegata: selvaggina fresca, canarini vivi, bestie esotiche impagliate e un cane da caccia – un universo post-fascista su cui mio nonno regnava con sovrana nostalgia. In veste di bipedi implumi c’erano i fratelli e le sorelle di mia madre, minorenni o freschi di maturità, con le fidanzate, gli amici, i compagni di classe, di università o di partito. Più o meno eravamo organizzati così: le donne movimentiste, demoproletarie o leniniste, gli uomini fascisti o fancazzisti. Poi c’era lo strano caso della nonna che con gli estranei si dichiarava disinteressata, con il marito rinverdiva ricordi del ventennio, nel segreto dell’urna votava radicali. Era soprattutto lei a occuparsi di me, perciò trovo normale avere idee che non vanno d’accordo tra loro.

Poi tutto finì, come finiscono le cose dell’infanzia. La fauna si estinse, gli zii crebbero, i nonni si trasferirono e io e mia madre restammo sole.

Cioè, “sole”.

Negli anni cruciali della mia formazione dovetti vedermela innanzitutto con una dinastia guerriera di scarafaggi intenzionata a scalzare la mia, in manifesta decadenza. Quegli esseri notturni e felpati ambivano a un appartamento imprudentemente abbandonato nelle mani di due ragazzine impegnate a giocare a mamma e figlia.

L’esercito mandò in avanscoperta una blatta corvina che occupò la mia poltrona la sera in cui la Rai dava il mio film preferito, Pomi d’ottone e manici di scopa. Fu una provocazione strategica, un atto di inaudita prepotenza. Ci cascai, non mantenni i nervi saldi, urlai e persi. La sentinella volò a confermare al plotone che il nemico era debole, si poteva avanzare. Nei giorni successivi comparvero i primi esemplari dorati. Di notte, accendendo la luce, vedevo piccole ombre chiare scivolare sul pavimento. Affrontai la questione con mia madre, che mi raccomandò di fare pipì prima di andare a letto così non mi sarei svegliata. Mi confessò in seguito che non mi credeva.

Sulla casa pesavano solo problemi. Mio nonno era morto, mia nonna abitava altrove, gli zii si sposavano. Nessuno la reclamava apertamente: troppi lavori di ristrutturazione, troppa umidità, e poi l’inutile corridoio, la zona giorno in fondo e la zona notte dissezionata ovunque. E gli insetti, aggiungevo tra me. Ogni tanto qualcuno borbottava che mia madre avrebbe dovuto pagare l’affitto oppure che bisognava svuotarla e venderla. Intanto, in soggiorno, un geco passeggiava vicino al mobile liberty dietro cui tornava a nascondersi appena entravo. Convinsi mia madre a stanarlo ma quando, a fatica, scostammo la vetrinetta, sulla parete retrostante non c’era nulla, a parte il fatto che la superficie occupata dal mobile era decisamente più chiara del resto del muro. Ritinteggiammo e fu la volta del topo. Me ne stavo a pancia all’aria sul letto e componevo numeri di telefono a casaccio cercando qualcuno da disturbare per non studiare latino. Ero sola, come sempre. Nessun animale si palesava quando c’era mia madre, e comunque mai alla luce del sole. Il topo fece cadere quel tabù. Riattaccai la cornetta (che gesto vintage) e avanzai cautamente. Guardai sotto il letto, sotto la pendola, sotto l’armadio. Mi toccò aspettare. Qualche settimana dopo era di nuovo pomeriggio ed ero di nuovo sola, ma nel frattempo attrezzata: non solo avevo comprato un insetticida professionale con cui dare il colpo di grazia ai bacherozzi, mi ero anche procurata della colla per ratti seguendo il consiglio del mio innamorato. Mi aveva confessato di aver sterminato così una famiglia di topolini. Invitavo sempre più malvolentieri le amiche, temendo scoprissero che oltre che male arredata, monca di un genitore e neanche davvero mia, la casa era infestata fino alle fondamenta. Il ratto fu la mia prima vera vittoria. Lo accerchiai costringendolo alla ritirata dietro il pianoforte, che circondai di cartoni spalmati di colla. Finito il trambusto, mi sedetti ad aspettare finché non uscì, in punta di zampe sul battiscopa. Urlai più di rabbia che di paura, ma stavolta la mancanza di nervi mi aiutò: il topino stordito perse l’equilibrio e atterrò sulla colla. Lo finii con qualche rimorso e molta liberazione.

Diventai un’eroina. Neanche maggiorenne, avevo avuto la meglio su un animale di fronte al quale la maggior parte dei miei parenti sarebbe svenuta. Cominciai a vantarmi degli attacchi ai bacherozzi, dell’alleanza che nel frattempo avevo stretto con il geco, più volte sorpreso a nutrirsene. Mia madre era umiliata per aver minimizzato i miei tentativi di allertarla, però non riusciva a nascondere un sorriso tronfio: l’eroina era sua figlia, un suo prodotto. Avevo lottato per un appartamento che nessuno voleva, conquistandomi la stima di tutti e veleggiando, o meglio facendo veleggiare lei, verso lo status di naturale proprietaria. Quando, qualche anno dopo, dovetti difendermi di nuovo, la famiglia mi spalleggiò. Fu in salone che il nemico sferrò la sua ultima offensiva, inviando il battaglione alato. Un pipistrello delle stesse dimensioni del sorcio (sicuramente il cugino, cresciuto covando vendetta) si presentò in una calda sera d’estate, disegnando ripetutamente un otto intorno al lampadario. Era entrato dalla finestra spalancata ma non voleva saperne di imbroccarla in uscita. Telefonai a uno zio che piantò a cena moglie e figli, accorse con pizza calda e birra fredda (la vita cominciava ad aggiustarsi) e fece quello che ci si aspetta da un padre di famiglia. Nel nuovo ruolo di femminuccia, piagnucolai scongiurando di non fargli del male. La mattina dopo, sul marciapiede sotto la finestra, l’occhio mi cadde penosamente sul povero pipistrello, diventato colazione per formiche.

Mia madre chiese un mutuo, pagò i fratelli e comprò la casa. Tutto si svolse, come da tradizione familiare, nel peggiore dei modi possibili: tra tira e molla, frecciatine, prezzi al ribasso o al rialzo. È il nostro modo di volerci bene.

Avevo vinto su tutti, fino all’ultimo scarafaggio. Trovai in balcone il cadavere del geco, rimpicciolito e più rugoso che mai. Dopo una vita passata dietro i mobili aveva desiderato andare a morire all’aria aperta. Di morte naturale, intendiamoci: era passato dalla mia parte, non gli avrei mai fatto del male. Aveva avuto una vecchiaia serena.

Infine me ne andai anch’io, a vivere o morire in un’altra città.

Ogni volta che torno nella mia vecchia casa non posso fare a meno di controllare sotto il tavolo, sui muri, per terra. Se rientro tardi, accendo la luce immaginando di cogliere di sorpresa un’ombra notturna sul pavimento. Niente. Nessuno. La solitudine più banale.

Non sono arrabbiata con mia madre per avermi lasciata sola, per non avermi creduto, per non avermi mai ringraziato. Al contrario è stata un’esperienza molto formativa. Come dicevo, osservando mia nonna ho imparato che nessuna contraddizione è impossibile, figuriamoci se mi stupiva la mia genitrice quando, ogni volta che provavo a chiederle un cane, un gatto o un pesce rosso, mi rispondeva schifata che per carità, non se ne parlava neppure, in casa nostra un animale non ci entrerà mai.

 

2 comments to Gli insetti non pagano il mutuo

  • simonetta

    Come avrei voluto essere brava come te sia nella lotta all’invasore che nel descriverla! Oltre alle bestioline varie (che si dividevano tra casa di campagna e città – 10 vani in via B.Buozzi senza riscaldamento, con la ghiacciaia di legno e rame fatta da mio padre – avevamo (con i miei due fratelli) anche un cocker Kim che se usciva senza guinzaglio, come allora usava, saliva di corsa sul tram. L’1 il 3 che da Caricamento andavano a Voltri. Hai presente quando e come potevamo riabbracciarlo?
    Non era per caso che fuggiva : noi gli mettevamo i bigodini sulla testa dopo il bagno, e i vestiti delle bambole. Povero Kim, adorato e mai sostituito, in città; i cani di campagna, dove mio padre ha passato gli ultimi 20 anni della sua vita, mandando a noi a Geno

    va i baci trasportati dal treno che attraversa la piana della Versilia.

    Basta, mi hai risvegliato troppi ricordi. Bellissimi. Grazie a te e a Claudia

    • Grazie a te. Io invece avrei tanto voluto avere un Kim, o andare a Genova in treno, e invece ci son stata per la prima volta a trent’anni suonati. Meno male che ogni tanto possiamo mescolare e scambiarci i ricordi, la scrittura può avere questo di buono.

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