Uomo di vetro

Di Flavia Gasperetti

La morte, o la sua entelechia, il senso impossibile a fraintendersi della fine, è discesa su Learco un martedì mattina di febbraio. Si è annunciata, la morte, sotto forma di un catetere che la robusta infermiera slovena dell’ospedale San Camillo di Roma ha inserito nella sua vescica a mezzo della dolorosa e umiliante penetrazione di una cannula di lattice nella di lui uretra.

Quando finalmente la slovena se ne va, indignata per il suo comportamento offensivo, per le sue urla, indignata ma non al punto di rifiutare soldi che non le spettavano dalle dita fredde e tremanti di sua figlia Gabriella, Learco rimane da solo a osservare la sacca di plastica trasparente agganciata alla sponda del letto. Vescica gemella alla sua, vaso comunicante, suo speculare inorganico cui è unito tramite il tubicino che ha fatto del suo pene un’inutile guarnizione, miserabile budello di carne che deturpa il nitore anche formale di un presidio sterile e meccanicamente perfetto. Learco guarda la sacca riempirsi della propria torbida urina e capisce che non è più al sicuro, padrone di se stesso al riparo dei propri tessuti come è giusto e normale che sia. Adesso Learco è un uomo di vetro. Le sue funzioni corporali accadono, manifeste, visibili a tutti come il passaggio della sabbia in una clessidra. Cosa si aspettano che faccia ora? Per settimane lo hanno scongiurato di ricominciare a muoversi, di camminare e poi gli fanno questo. Learco non si alzerà dal letto per mostrarsi al mondo alambicco vivente. Non se ne andrà in giro offrendo agli sguardi altrui lo spettacolo dei suoi processi metabolici.

Learco ha lasciato l’ospedale da pochi giorni, è di nuovo a casa sua ed è una concessione questa che per settimane ha cercato di estorcere ricorrendo alle armi spuntate dell’insulto, delle maledizioni scagliate a caso, della resistenza passiva al trattamento e del sabotaggio. Tutte le ore vuote di una tipica degenza le ha impiegate con l’unico fine di diventare il più insopportabile, ingestibile dei malati, convinto che se solo l’avessero lasciato tornare a casa sarebbe, non guarito certo, i vecchi non guariscono, ma almeno restituito alla dignità.

La dignità, invece, è stata sgomberata in tutta fretta per far posto ai presidi sanitari e alle attrezzature. Questa non sembra nemmeno più camera sua. Il suo letto non c’è più, smontato per fare posto a quest’altro, ospedaliero, con le sponde. Stare distesi qui, pensa Learco, è come giacere in una gigantesca culla. Era bellissima la sua stanza da letto prima. Le porte finestre che aprono sul terrazzo, la danza delle ombre lunghe sul soffitto, ogni giorno ripetuta, solo per lui. Quante volte Learco si è svegliato e la prima cosa su cui i suoi occhi si sono posati sono stati gli alberelli di limone del suo terrazzo giardino. Quanto semplice piacere aveva provato a lasciar vagare lo sguardo, mattino dopo mattino, accarezzando una a una tutte le superfici, i contorni dei mobili e degli oggetti – ciascuno cercato, scelto, collezionato, amato.

 

Adesso quando apre gli occhi la prima cosa che vede è la faccia di Joseph che dorme con la bocca aperta a pochi centimetri da lui. Adesso le tende sono sempre tirate per ripararlo dalla luce, e così restano nascosti i tetti irsuti di antenne, gli amati limoni. Adesso sulla cassettiera intarsiata che Learco aveva trovato al mercato delle pulci di Parigi insieme a un’antica fidanzata, stanno impilate le scatole piene di guanti di lattice e siringhe, una batteria di flaconi, bombolette, rotoli di garza, apparecchi per misurare tutto ciò che va ogni giorno misurato.

E allora grida. Grida con Joseph ogni notte quando il ragazzo insiste per sollevargli le sponde del letto. “Ma che sei frocio?” sibila, quando il ragazzo fa per avvicinarsi con la propria brandina per essere sicuro che il suo assistito non tenti di alzarsi da solo durante la notte. “Lo vedi che sei frocio?” grida di nuovo, quando Joseph la mattina lo spoglia e con una spugna lava la lunga piaga che gli si sta formando alla base del coccige, lo sferza con il getto freddo dello spray contro il decubito.

“Quando sarai di nuovo autosufficiente te lo leveranno, il catetere” pigola Gabriella.

Gabriella, che delusione. Che c’è venuta a fare qua? A che titolo è qui in casa di Learco se non fa nulla tranne che entrare ogni cinque minuti per chiedergli se vuole una tisana?

Sua figlia, pensa Learco, mai nella vita ha dovuto occuparsi di qualcuno o qualcosa, mai nella vita è stata altro che quella di cui bisogna occuparsi e adesso che disperazione vederla con quegli occhi sempre sgranati che sembrano dire non chiedermi niente per carità. E dire che Learco non le ha mai imposto niente, chiesto niente in vita sua, mai. Nulla le ha mai chiesto e ora, per la prima volta, gli altri si aspettano qualcosa da lei e questo le pare intollerabile. Guarda suo padre e lo tocca come se le facesse schifo, che ci sta a fare qui se poi non fa altro che lasciarlo in balia di un ragazzino a cui non pare vero di essere pagato per fare il meno possibile?

 

Mi vogliono morto, ecco cosa. GABRIELLA MI SENTI? MI VUOI MORTO? TE LO SCORDI!

 

Learco si gratta la nuca cercando sollievo al prurito provocato dalla continua frizione del cuscino sulla cute ma le sue dita restano impigliate tra le ciocche ammatassate dei suoi stessi capelli. A forza di stare a letto la capigliatura ancora folta di Learco, il suo orgoglio, ha preso a crescere verso l’alto, disegnando intorno alla sua testa una tentacolare aureola bianca. Con un moto d’impazienza si passa più volte le dita a rastrello tra i ciuffi lanosi, tentando di disciplinarli.

La pazzia, pensa ora, adocchiando la sua immagine riflessa in tralice sullo specchio dell’armadio, la pazzia è una questione iconografica. È l’abito che fa il matto. Le cose che ha da dire sono senza senso solo perché a dirle è lui, questo nuovo lui con i capelli dritti, lo sguardo spiritato, il pigiama. Fino a poche settimane fa, prima del ricovero, prima dei TIA, quando era ancora nei suoi vestiti, Learco era tutt’al più un eccentrico.

 

“Stai sragionando papà, è colpa dei TIA”. Questo non fa che ripeterle sua figlia ogni volta che lui si arrabbia.

 

TIA: Fenomeni ischemici transitori. Lo sa questo, c’era anche lui quando il dottore l’ha spiegato. Il sangue in certi momenti non arriva bene al cervello, e laddove non arriva si produce un deficit neurologico temporaneo. E questo, in pratica, vuol dire che niente di ciò che Learco dice e niente di ciò che fa verrà preso sul serio, mai più.

 

“Non ci vedo!” – è il deficit neurologico transitorio, rispondono, passerà.

 

“Chi siete voi? Fatemi uscire” – stai calmo, è il deficit neurologico transitorio.

 

Per non dire di quel tempo inesistente – ore? Minuti? – il tempo mulinello in cui si scopre incapace di parlare, tempo pozzo nel quale precipita, tempo sfintere che ogni volta lo espelle, depositandolo in un luogo nuovo, somigliante in tutto e per tutto a quello che conosce non fosse per questa allarmante e inesprimibile certezza che no, non può essere lo stesso posto. Forse è per questo che della nostra vita di neonati non ricordiamo niente, pensa, dopo, quando si riprende – non avevamo le parole. Non c’è modo di pensarle, le cose, se non le puoi dire.

 

Quella notte – ma è davvero notte? Le tende tirate, l’abat-jour accesa, pasti che arrivano quando arrivano. Esiste ancora la notte? Davvero i giorni ancora succedono l’uno all’altro in misurabili unità discrete? – in quella forse-notte Learco apre gli occhi e con fatica mette a fuoco una massa scura china sopra di lui, densità in movimento non ancora pronta a farsi sagoma. La nebulosa gradualmente si precisa, congela in uno stampo solido che ha le fattezze di sua figlia. Sua figlia in piedi accanto a lui. Sua figlia in silenzio, per non svegliarlo? Per non disturbarlo? Per non farsi scoprire? Sua figlia che traffica con le manopole dell’erogatore dell’ossigeno, il rumoroso bombolone che è sempre accanto a lui e al quale ogni giorno per diverse ore, ma soprattutto quando dorme, deve attaccarsi per respirare.

 

“Aò che fai?” dice, o forse pensa solo di dirlo, forse tutto questo non sta nemmeno accadendo.

 

Sua figlia che ha un sussulto, il suo risveglio l’ha fatta trasalire. Faccia lunare nella penombra, indecifrabile. Learco gira la testa per guardare il ribollire dell’acqua nella vaschetta dell’umidificatore, non sa dire se esso sia più, o meno, furioso del solito, non è nemmeno sicuro di sapere cosa succederebbe se.

La voce di lei sommessa mormora cose rassicuranti, sente la sua mano calda sulla spalla.

Che sia un risveglio questo o che non lo sia – è possibile che da un sogno sia semplicemente scivolato in un altro, terribile – non ha importanza, Learco questo lo capisce. Il presentimento lancinante che ha squarciato il suo sonno non può essere rimarginato da niente, nemmeno da una mano calda sulla spalla. Che sia un risveglio o che non lo sia, in questo incubo Learco è solo.

 

 

 

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