Un attimo

Di Marino Buzzi

Fitta alla tempia destra, sangue dal naso, la vista si annebbia. Cado in avanti, sbatto il ginocchio destro a terra, entrambi i palmi delle mani sul suolo bagnato. Rimango a carponi incapace di rialzarmi. Passanti che mi guardano, passi veloci, qualcuno mi afferra, cado su un fianco, non sento i rumori, vedo la sagoma di una donna sopra di me. Chiudo gli occhi.

Tre ore al pronto soccorso, mi mettono su una barella, rimango nel corridoio, non sento nulla, la testa continua a farmi un male terribile. Un infermiere spinge la barella verso una stanza, mi spogliano, mi mettono un grembiule verde, la macchina è fredda, mi bloccano la testa, entro nella macchina. Quaranta minuti, mi portano in un’altra stanza. Televisione, bagno, letto. Sono da solo.

Riacquisto parzialmente l’udito, ci sento solo dall’orecchio destro. Paolo arriva in serata, non mi ha trovato al suo rientro ha provato a telefonare sul cellulare, gli ha risposto l’infermiera ma non ha potuto dare informazioni sul mio stato di salute. I medici stanno cercando di capire, ci sono altri esami da fare. Dovrò restare qualche giorno in ospedale. Evitiamo di avvisare i miei genitori, sono vecchi, non voglio che si preoccupino per niente.

Esami  del sangue, altra TAC, altri esami di cui ho scordato il nome. Esito. Cancro al cervello. Troppo esteso per essere curato, impossibile fare una prognosi sui tempi, forse da sei mesi a un anno.

Mercoledì  mattina mi sono svegliato. Metropolitana, cappuccino e pasta al solito bar, cinque minuti  e sarei arrivato al lavoro.

Rimango in silenzio davanti al medico. Chiedo. Può ripetere? E lui ripete. La risposta non cambia.

Mi dimettono e non ho ancora detto niente a Paolo. C’è la casa da sistemare, mancano ancora tre anni per finire il pagamento del mutuo. Non li ho tre maledetti anni. Vado da un notaio, faccio testamento, chiedo come posso fare per tutelare Paolo e quel che abbiamo costruito insieme. Scartoffie, leggi, mi sembra tutto così distante e inutile ormai. Il notaio mi dice che devo parlare con il mio compagno, deve firmare delle carte.

Ti devi occupare di Luna. Gli dico. Luna è la nostra cagnolina, ha tre anni. Lui mi guarda smarrito come se questa cosa non stesse accadendo a noi. Ma sta succedendo, invece. Bisogna fare i conti con la realtà.

I mal di testa aumentano. Vomito, mi licenzio dal lavoro, vomito ancora. Subisco un danno alla vista, parte anche l’occhio sinistro oltre che l’udito. Sono un uomo a metà.

Mia madre e mio padre non la prendono bene. Come dargli torto del resto? Solo che a un certo punto sembra quasi che sia colpa mia. Come se mi facesse piacere morire con un cancro al cervello. Come se volessi fargli un ultimo dispetto. Poi mia madre scoppia a piangere. Ci vediamo presto comunque. Mi dice.

Non ho mai passeggiato in riva al mare in pieno inverno a piedi nudi. È una sensazione strana, liberatoria. L’acqua gelata mi fa perdere sensibilità, sorrido, sorride anche quella parte di me che non funziona più.

Paolo fa come se non dovessi morire. Chiama medici, interpella specialisti, comincia a riempirmi la testa con corsi di medicina alternative, diete particolari, viaggi della speranza. Non so come aiutarlo, sono contento che sia capitato a me e non a lui.

Luna forse ha capito che sto morendo. Si avvicina con lentezza, muso a terra, le orecchie abbassate, piange. La accarezzo, le prendo il muso fra le mani, immergo la faccia nel suo pelo.

Ho sentito di un’associazione che ti aiuta nel viaggio della morte.  L’eutanasia mi sembra una scelta logica. Non ho speranze e il dolore aumenta. Prendo contatti.

Parto una mattina presto. Lascio un messaggio per Paolo. Una lettera in cui gli dico tutto quello che non ho mai avuto il coraggio di dirgli. Che lo amo. Seduto sul sedile posteriore stringo fra le mani uno strano oggetto. L’ho comprato su internet. È un’urna.  Dentro c’è un seme. L’idea è semplice, l’urna è fatta in materiale biodegradabile, dentro ci vanno le tue ceneri, si pianta, il seme si nutre di ciò che resta del tuo corpo e cresce.

Morte che genera vita.

Resto solo nella mia camera, faccio ulteriori esami, mi danno l’ok.

Domani.

 

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