Il giorno in cui bruciammo Emil Nolde

Di Orso Tosco

Come ogni ogni volta che può, Jaco sta scegliendo un’opera da dare alle fiamme.
La parte nord ovest del museo è crollata da tempo. Attraverso le macerie si intravede la cattedrale di Saint Paul. Nella luce di questo tramonto inestinguibile sembra una enorme meringa blasfema. Strafottente, al centro delle fiamme, circondata dagli incendi e dal loro rumore di stomaco che digerisce male.
Ma Jaco ignora tutto questo. Ciò che può restare resta, tutto il resto cade.

Il nucleo centrale del museo, un enorme spazio vuoto, rettangolare, per metà occupato da una ripida e spaziosa salita, è interamente allagato. Quando l’edificio venne costruito, questa era la zona delle turbine, il cuore della centrale elettrica. Successivamente le turbine vennero rimosse, raschiate via come organi inutilizzabili, e al loro posto si alternarono immense installazioni artistiche: soli, chilometri di crepe, ragni, scatole buie, scivoli.
Di tutto questo non rimane che il grigio del pavimento, e l’acqua chiara che lo ricopre e riempie. Un’acqua solcata da pallidi alligatori sdentati che, secondo Jaco, hanno come unico obbiettivo quello di diventare fossili, e nell’attesa nuotano lentamente, avanti e indietro, formando scie simili a una calligrafia molto elaborata.
Che scritte emergono dall’acqua, cosa scrivono i pallidi alligatori?
Nomi. I soliti nomi. I soliti nomi che Jaco ha adorato e maledetto. Il reticolato di lettere che gli ha impedito la gioia. Mai, mai per lui venne costruito un mercoledì sera adatto all’amore. Mai, mai squillò il telefono con una giusta voce. E invece molti furono gli ospedali, molti i corridoi. L’invidia, anche lei giocò la sua parte, e il brutto modo, che rimane, che rimarrà, di sputare in terra per poi coprirsi il viso con le piccole mani, per pensare, per pensare meglio, in profondità, nelle profondità del pensiero stupido, sedia coperta di grasso e feltro, pensare meglio all’inutilità della salvezza.
Ma adesso, i corridoi sono altri, altri sono i pensieri. Meno organizzati. Nessuna giustificazione verrà controfirmata, nessuna giustificazione verrà richiesta. Meglio. Meglio, grida Jaco oltrepassando un cumulo di acciaio che forse faceva parte di una scultura o forse era parte integrante dell’edificio.
Ecco il quadro che stava cercando. Appeso al muro, all’unico muro della stanza a non essere crollato sotto il peso della pioggia. È di Emil Nolde. S’intitola Meer B.
Non è nient’altro che una porzione di mare. Eppure Jaco è convinto che il soggetto sia un altro. La potenza che emerge da questo piccolo quadro non deriva dal mare del nord, dalle sue onde gonfiate dal vento, né dalle nuvole scure, miscuglio di vino, lavanda e pietra pomice, e ancora meno dalla luce del tramonto che tenta di bilanciare la furia della tempesta.
Lo schiaffo secco e ustionante che questo quadro è in grado dare, sta tutto in quella piccola pennellata di giallo che macchia il denso bianco dell’onda, in basso a sinistra.
Tutti, persino Nolde stesso che il quadro l’ha dipinto, sarebbero d’accordo nel descrivere quella pennellata di giallo come un bagliore improvviso, una macchia di tramonto che dopo essersi fatta strada tra le nuvole esplode sul mare, pronta a essere immediatamente sostituita da altro mare, nel crampo delle schiume.
Jaco, invece, sa che così non è. Quella striscia di giallo racchiude uno splendore e una miseria che rappresentano lui e tutti quelli come lui; loro soltanto.
Nel giallo ci sono lo squallore dolcissimo del viso di un lattaio che si masturba seduto davanti a uno schermo, vicino alle tapparelle abbassate, quando fuori è tutta estate. Lo sguardo teso e implacabile di una giovane donna dal mento caduto, che si guarda ingrassare nel riflesso di una vetrina, poco prima di una festa. La desolata soddisfazione di un controllore che dopo otto ore di lavoro implacabile e inutile, da regolamento, tornato a casa, non può non leggere dei mesti titoli di coda nell’uovo che si brucia al centro della padella.
La pennellata di Nolde è una stanza. Ogni stanza afferma qualcosa, un bisogno e un tentativo.
Per Jaco, oramai, il tentativo è finito. Resta soltanto il bisogno.
Ciò che può restare resta, tutto il resto cade.
Allora lui prende il quadro tra le mani, ben sapendo che gli altri si saranno ormai resi conto della sua fuga, e lo appoggia sul pavimento, vicino al cadavere di un piccione dal becco spezzato che sembra sorridere.
È il quadro a cui tiene di più, il quadro che merita il rogo più intenso, la fiamma perfetta.
Non a caso ha preferito iniziare col distruggere diverse opere, prima di arrivare a questa.
Gli altri, i sopravvissuti, come amano definirsi, sono stati fin da subito contrari a questa sua attività. Sono convinti che tutto ciò che non è stato distrutto debba essere preservato. Amano credere che prima o poi qualcuno o qualcosa arriverà a visionare le macerie, e che grazie al loro sforzo di conservazione, questo qualcuno riuscirà a farsi un’idea di ciò che siamo stati. Amano sperare che chiunque si troverà davanti ciò che resta di noi, possa nutrire un certo interesse, e forse, persino, un breve istinto di solidarietà e ammirazione.
Jaco non è d’accordo. Tutto ciò che può cadere va fatto cadere.
Ecco perché copre il dipinto di benzina, annegando i colori, chiudendo per sempre la stanza nascosta dietro a quella pennellata gialla, sigillando per sempre il tentativo e il bisogno. E poi si allontana di qualche passo, e getta sopra il dipinto un fiammifero da cucina.
Le fiamme hanno una qualità speciale, l’indifferenza. Bruciano con la stessa professionalità, con la stessa coerenza, tanto il cadavere di un piccione sorridente quanto un capolavoro dell’arte moderna.

Non vi saranno mai più file di uomini e donne stese a prendere il sole lungo spiagge affollate. L’eterno tramonto del cielo non abbronza. Jaco accoglie il calore del fuoco come una meschino, privatissimo ferragosto.

Sente i passi degli altri, i loro passi agitati. Sa che arriveranno di corsa, col fiatone. Si fermeranno davanti a lui. Delusi nell’osservare ciò che resta dell’ennesimo capolavoro dato alle fiamme.
Eccoli arrivare. Hanno portato i loro bastoni sottili. Stanno per circondarlo.
Eccoli, eccoli avvicinarsi a lui, che si prepara a essere punito accovacciandosi a terra, con la testa troppo grande perché le piccole mani possano proteggerla.
A Jaco non dispiace troppo essere punito.
Il ritmo dei bastoni, il fatto che per un istante almeno le opinioni e i dibattiti vengano sospesi, la concentrazione degli altri, sono tutte cose rispettabili, dolorose, questo si, ma serie; serie come un coro amatoriale.
Per di più Jaco ha imparato a perdere i sensi con molta generosità. Generalmente collassa quando ai bastoni si uniscono anche i calci, le suole degli anfibi oppure i sandali o i piedi nudi. Sviene un attimo prima che gli altri, i prescelti, come amano definirsi da ubriachi, possano iniziare a provare sensi di colpa nel vederlo soffrire.
Lui, Jaco il nano, il povero nano cattivo, non vuole creare più problemi di quelli che già sa di creare. Vuole soltanto dormicchiare, ascoltando il dolore delle ossa.

Il terremoto non presenta cedimenti. È leggero e continuo.
A questo pensa Jaco nella sua cella, unico galeotto dopo la fine del mondo.
Sa bene come per alcuni degli altri questo costante tremolio rappresenti una tortura.
Una condanna a cui tentano di ribellarsi col vomito, oppure sottoponendosi a estenuanti sessioni di yoga, maledicendo la scarsità di omega tre nelle loro diete.
Jaco, invece, al terremoto si è abituato subito. Per lui non è altro che una portiera che si chiude, una fermata prenotata, la fermentazione di un cereale, la stretta di mano di un arbitro, delle labbra stanche e pagate poco, il sogno confuso di una balena.

 

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