La bella principianza

Di Annalisa Di Salvatore

Scavalcami.

Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.

Questo fu per te il tango argentino.

Molto tempo prima – quanti anni sono? – al tuo imene fu bisbigliato: cristo santo, sei stretto come una griglia! (ti venne in mente una rete di filo spinato, o forse la graticola del barbecue). Le maglie serrate della griglia vennero allentate con ostinazione maldestra di ragazzo. Sul cotone bianco della tua adolescenza, piccole chiazze come di arancia rossa. Non fece né male né bene, pensasti: tutto qui? Così le mani, così la bocca: tutto qui? I mesi successivi li passasti a chiederti se fosse possibile essere ricucita, tornare alla principianza per ricreare l’esordio, riformarlo. No, non si poteva. Si poteva solo avanzare.

All’università, poi: risvegli all’alba, qualche ora prima delle lezioni di letteratura italiana, o forse era glottologia. Per Emilio fu la prima volta, la bella principianza («Come si mette ‘sto preservativo?»). Un minuscolo letto a una piazza per una coppia già innamorata che vuole stare stretta, una gomma alla menta premurosamente divisa in due e masticata in fretta – a vent’anni il fiato cattivo del primo mattino fa arrossire le matricole. Il tempo di rendersi la bocca accettabile, e via, le gomme appiccicate sul comodino, due, quattro, sei, certe volte ve le scordavate lì per giorni, quelle diventavano sassi. Il bar sotto la casa dello studente sfornava cornetti alla marmellata di arance, ai frutti di bosco, al cioccolato, quello alla crema di limone era il tuo preferito. Mai più mangiato un cornetto così buono. Ce ne volevano almeno un paio a testa per rimettervi in piedi, una mattina Emilio ne mangiò cinque, te lo ricordi ancora. La tua coinquilina aveva trent’anni, vi guardava uscire dalla stanza e rideva: ragazzi, fatevi un uovo sbattuto, uno zabaione, proteine.

Quello fu il tuo apprendistato in amore, lungo una laurea e mezza. Gli appunti di filosofia del linguaggio; gli esami preparati insieme; la locandina di “Berlinguer ti voglio bene” attaccata al muro; il tè e la torta Suisse di quella pasticceria francese in via Carducci (La Musette); i libri di John Fante per cuscino; la sua passione per la letteratura greca (sarebbe diventato Professor of Classics e Head of Department in un college di Londra, un contratto per sempre), la tua passione per le lingue (ti sarebbe andata un po’ peggio: avresti fatto l’insegnante di italiano per stranieri a Roma, decine di contratti a progetto); l’abbonamento annuale al teatro comunale, sconto studenti (lì vedesti per la prima volta una rappresentazione di “Piccoli crimini coniugali”, avresti letto, riletto e citato quella commedia di Schmitt fino a oggi); le assemblee e le discussioni sulla riforma universitaria. Le sfuriate, i silenzi. Gli anni di formazione vi andavano cambiando faccia e pensieri, stavate prendendo due fattezze diverse. Vi siete allevati, poi il distacco.

E dopo che ne sai, cosa è successo. Pure il dolore fa il suo debutto, tanti nomi gli danno, tu gliene hai trovato uno tuo, nemmeno così originale: la Bestia. Un giorno ti si è stretta al collo e avete cominciato ad andarvene a spasso insieme; a volte si addormenta e non la senti per settimane (solo il peso, quello resta).

Ti chiedono: quand’è stato, quando è avvenuto che a un certo punto non sei stata più ragazza? Tu dici: Leeds, Yorkshire. Che importa dove, io ho chiesto quando. Allora rispondi: quando le porte del treno si sono chiuse, Emilio dentro, io fuori sulla banchina come un cane randagio. Ma lo sai che questa risposta, quasi sempre, la capisci tu soltanto. Comunque, così stanno le cose: sei partita con una sacca di tela rossa, sei tornata che l’avevi persa. Il corso del tempo si fratturò in due segmenti. Sentisti un crac tra le costole.

 

Terzo capitolo: quando si scopa si scopa, quando si parla si parla. Il debutto dei tuoi bisogni distinti.

Tua madre ha avuto un solo uomo in tutta la vita, che poi è anche tuo padre. Lei ne è fiera. Tu sei nata in una famiglia dove il sesso si fa per fare i figli e i figli si fanno per amore, perciò si scopa e si parla con la stessa persona, che è il tuo compagno, il tuo fidanzato, il tuo migliore amico. Tu ridi di tua madre quando lei va professando il suo credo, la canzoni: sì, e pure tuo padre, tuo fratello, tuo zio, tuo nonno!

Ti beffi del modello materno, e intanto ti prendi due candide vaginali e un HPV nel giro di tre o quattro anni. Allora è il suo turno di scherno: ci credo, figlia mia, vai scopando a destra e sinistra.

Nonostante il divario di vite, tua madre comprende e accetta, qualche volta vi compatite a vicenda, vi invidiate persino. Vi svelate con intimità nuova. Non riesci a capire come sia possibile che quella femminilità tanto prematuramente delimitata racchiuda smisurati spazi di immaginazione, ampiezza di vedute, sbocchi di linguaggi sguaiati. Dunque, a ogni ritorno al paese, le racconti il tuo terzo capitolo, il quarto, il quinto, mentre fumate una sigaretta la mattina presto in cucina (odore di caffè, vapori di minestrone già in cottura per il pranzo). Ormai è più preoccupata per i tuoi polmoni che per la tua vagina, infatti adesso conta solo i mozziconi nel posacenere, li riconosce dalla marca.

Riparti sempre la domenica, lei ti abbraccia e ti bacia, poi pronuncia formalmente il suo rituale: «Usa la testa», e ormai vuole dire precauzioni. Lei di precauzioni, invece, non ha più bisogno – nel frattempo, le hanno asportato tutta la sua carne di donna a cinquant’anni. D’altra parte che ci faccio più, ridacchia con te, ormai i figli li ho fatti! Tu le accarezzi il viso piccolo, ti sembra ancora giovane. Rimane sempre sulla porta quando vai via, ti guarda scendere le scale, sorride. Hai imparato a non darle le spalle, la prima rampa te la fai di lato, appena un’occhiata giù per vedere dove metti i piedi, le mandi baci fino al pianerottolo dove ha messo i vasi. Una volta gliene hai spaccato uno con la valigia – forse un bacio di troppo all’ultimo gradino, una distrazione –, lei si è portata le mani alla testa, ma non era rabbia per il vaso rotto, era paura che ti fossi fatta male.

 

La bella principianza se ne sta sul bordo di un imbuto. I vortici di vita riducono poco a poco gli spazi del noviziato, ti avvicinano al punto in cui l’imbuto si va restringendo, non è cono e non è collo. “Voi siete qui”: ti pare di vedere un punto rosso su una mappa, sei grosso modo a metà della strada. Tutto considerato, infatti, hai buone ragioni per dubitare della tua longevità; in questo aberrante processo di sottrazione che è il tempo di cui disponi, ogni anno che passa non è un anno in più che hai, ma un anno in meno che resta.

Congetturi approssimativamente una trentina di inverni ancora da passare e di addobbi natalizi da superare; una trentina di attese della stagione di ciliegie; duecentodiciottomilaquattrocento sigarette – Lucky Strike blu morbide alternate a Camel al mentolo secondo il momento – stimando una frequenza giornaliera invariata, sennò di più; circa trecentonovanta mestruazioni, escludendo l’ipotesi di gravidanze e malattie, sennò di meno; altrettante bustine di Oki granulato 80 mg per calmare gli spasmi della dismenorrea primaria; millecinquecentosessanta minestrine col dado vegetale, di sera. Impossibile, invece, misurare il resto, calcolarne cifre grossolane, ma sei piuttosto sicura che una buona parte degli esordi di vita siano caselle già spuntate: ci pensi tutte le volte che, in spiaggia, osservi un bambino che fa il suo primo bagno in mare fra le braccia di un genitore, o quando studi la scena di un ragazzo che prende in giro una ragazza per il costume ridicolo che indossa – avranno più o meno vent’anni, lui è rude, lei ci resta male e invece non sa di piacergli. Presto saprà come farlo incazzare o rimbambire.

Nel tuo tango, hai imparato a interpretare una parada, cioè a scavalcare con discreta grazia la gamba dell’uomo quando l’uomo ti invita a farlo con un preciso movimento del suo corpo. Hai assorbito intensità di pressioni, cambi di peso e ampiezza di passi da restituire nel ballo, adesso riconosci l’invito a paradas, arrastres, repentidas, ochos cortados, sacadas, volcadas, e traduci con una risposta fisica inserendo libere iniziative di adorni. Parli una lingua nuova. Bene, male, non sai, ma l’imene del tuo tango è dischiuso. Il campo concesso all’impaccio diventa strettoia. Ti manca il tempo della tua principianza, però ti sei sapientemente organizzata per goderti l’esperienza.

Da un certo momento in poi, hai cominciato a invogliare uomini assai più grandi di te (“Voi siete qui”: nella gola del vostro imbuto di vita, ben oltre la metà delle vostre giostre). Forse è la Bestia che sta sulla tua spalla a metterti addosso più anni di quelli che hai, non sai dirlo, fatto sta che ti frugano sguardi di maschi maturi, e questo ti piace.

 

Tua madre pianta i pomodori nell’orto sotto casa. La osservi dal balcone mentre fumi una sigaretta. È bellissima quando si solleva reggendosi la schiena e poi con il braccio si tira indietro una ciocca di capelli finita sugli occhi. La senti dire a tuo padre: «Svè, che cazz’ sti facenn’?». Lui bestemmia San Gabriele dell’Addolorata, patrono dell’Abruzzo, e ricomincia il lavoro da capo. Sono quarant’anni che quest’uomo e questa donna piantano pomodori nell’orto, coltivano begonie nel giardino e si sopportano («Che ci mangiamo stasera a cena?», «Mò vado a comprare due mozzarelle, tu vai sotto a cogliere due pomodori»; «Come cazzo le hai interrate quelle begonie? Mettile bene», «Mannaggia a San Gabriele dell’Addolorata»). L’amore non lo fanno più, ma se li separi muoiono in capo a una settimana, forse meno.

Tua madre ha ridotto e semplificato le domande della vostra colazione a una soltanto: tutto bene?

Sì, tutto bene, e fumate una sigaretta in un silenzio pensoso. Le lasci da leggere un libro di Michel Houellebecq, “Estensione del dominio della lotta”, le metti un segno a pagina 98, capitolo 8, “Ritorno alle mucche”. Sai che ne parlerete alla prossima colazione insieme in cucina, la mattina presto. Ti farà tenerezza quando ti dirà che non è sicura di averci capito molto, un momento dopo ti sorprenderà con la sua immaginazione potentissima di femmina mutilata.

Oggi fai un’altra scappata a Roma, qualche impegno da sbrigare al pomeriggio, la sera forse resti a dormire da un amico, dipende, torni domani. Lei ti abbraccia e ti bacia sulle scale, poi dice: «Usa la coccia». Ti viene da trasalire, “la coccia” ti coglie alla sprovvista. Il ricorso spontaneo alla lingua materna è preludio a un messaggio importante che ti lascia in attesa, con la valigia sospesa in aria. Tua madre oggi ti dice: «Fatt’ ‘ssa scupatë, ma ‘n t’annammurà». Poi rientra in casa, ché ha da stirare le camicie dell’innamorato suo.

 

Ultimo capitolo (da numerare). Dev’essere assai noioso o addirittura spossante, per un uomo, farsi ogni volta, a ogni novità di occasione, tutta la sequela di danze – chiacchierate, una cena, un bicchiere di vino, corteggiamenti, battute, attenzioni, premure, teatro di sé – per arrivare a centrare il punto esatto della faccenda. Fabrizio, il più caro e durevole dei tuoi amici, dice sempre: «Quante storie per un cazzo dentro la fregna!». Tu gli dài ragione, annuisci convinta mentre vi smezzate una tagliata di carne e una focaccia durante una delle cene settimanali in cui, da anni, vi aggiornate sulle vostre autobiografie erotiche. Sì, quante storie per un cazzo dentro la fregna, ma pure queste sono storie che vanno replicate dopo la prima, a volte sono migliori, altre sono peggiori. Convenzioni, codici e linguaggi tengono le parti del gioco, che leggi scritte non ne ha, regole sì. È la regola a inventare possibilità plurime di strategie, tattiche da baro, manovre impreviste, piani d’azione convenienti. Godersi la partita da giocatore più esperto è il solo modo per sopravvivere alla perdita dolorosa e irrimediabile della principianza.

Una sera ti ritrovi sul lungotevere Ripa a passeggiare con l’uomo che sulla pista da ballo ti disse scavalcami. Avete già mangiato in una trattoria a Trastevere, vi siete raccontati un po’ di più nella penombra di un angolo, sotto un basso soffitto di travi in legno a vista. Lui ha insistito per offrirti la cena, ma ha dovuto chiederti di leggergli il conto, non tanto perché lì dentro era così buio che a malapena riuscivate a distinguervi, ma perché non aveva con sé gli occhiali, così hai scoperto la sua notevole presbiopia. Poi vi siete alzati e lui, altissimo, ha sbattuto la testa contro una trave. Si è obbligato a non avere reazioni degne di nota. Tu hai simulato distrazione e fatto ogni sforzo possibile per non ridere, ridere di una craniata contro un soffitto ti pare lecito solo quando c’è consolidata intimità. Però lo sapete tutti e due che quella botta in testa è stata spassosa e infatti vi è scappata una risatina che ha aperto un varco verso un’ipotesi di normalità. Sul lungotevere, adesso, parlate perlopiù di tango, è nel tango che vi siete conosciuti un paio di anni fa, l’unico interesse in comune che per ora sapete di avere. Ballavate spesso insieme, lui tanguero di livello avanzato ti invitava continuamente, tu principiante non rifiutavi mai. È poco prima del ponte Palatino che ti invita a un abbraccio che solo tanguero non è più, e con la stessa voce con cui ti guidò alla tua prima parada ti rivela qualcosa che tu, naso sufficientemente addestrato dai tuoi precedenti capitoli, avevi odorato già allora: «Prima non si poteva. Quando ho saputo che t’eri lasciata con Davide ho esultato, ma m’è durato poco perché poi ho saputo pure che te n’eri andata via da Roma».

Tu dici soltanto: «Stasera sono a Roma».

L’incontro di due corpi sconosciuti l’uno all’altro è una verità palpabile di cui hai bisogno, un’esperienza di conoscenza tattile che ti serve, ti placa intervalli di fame e pruriti di curiosità. Sai che l’intimità è un’altra storia, fatta anche di sopportazione; puzza di calzini sporchi; quel modo di succhiare l’ossobuco a tavola che ti fa un po’ schifo a guardarlo; quella maniera insoffribile di rifare il letto tirando su a casaccio lenzuola e coperta; le scorregge e i rutti liberati dagli iniziali imbarazzi; quel tubetto di dentifricio spremuto al centro invece che dal fondo come a te piace trovarlo; quel disordine in casa che proprio non ce la fai, non ce l’hai mai fatta a tollerare; certe sere annoiate sul divano davanti alla televisione; ma poi il tepore della familiarità che nasce dalla ripetizione (che ci mangiamo stasera a cena?); la quotidiana premura; quel mezzo cruccio serale quando la conclusione della giornata difetta di un’abitudine cara, per esempio se l’uno si accorge che l’altra è andata a dormire senza il bacio (te lo ricordi ancora, il dettaglio della luce che si accende in camera, «Ma, ma, ma come? Nemmeno un bacio?», quell’usuale parodia della voce bambina che si fa da grandi per reclamare un’attenzione che è mancata. L’amore che colma i vuoti dell’infanzia). Il talamo intagliato nel tronco massiccio di un ulivo, prova a sradicarlo e vedi come ti insanguini. I pomodori, le begonie e le bestemmie, le giornate normali: questo è un amore lungo. Pure di questo hai bisogno.

Quando scopi, comunque, non ci pensi. Hai spuntato la tua casella della legittimazione di ciascun bisogno – l’amore, il sesso – ma sei lontana, ancora lontana, dalla firma di un trattato di pace fra loro, se pace ci può stare. La mattina dopo raccatti i tuoi vestiti seguendo il percorso inverso della sera prima; ci metti un po’ a ritrovare le mutande, sono finite in fondo al letto, nel punto in cui la coperta è infilata sotto il materasso (nella convivenza, ti viene da pensare, lì ci si annidano i calzettoni di lana); nel corridoio l’abito nero che usi indossare per ballare il tango; il reggiseno sopra una scrivania; sul pavimento al centro del soggiorno, infine, le scarpe da tanguera, il primo vecchio paio, un po’ consumato, quello con cui stavi cominciando a muovere i tuoi passi di principiante quando l’uomo con il quale sei stata ieri notte ti disse: scavalcami.

Riconosci i segnali dell’amore degli adulti. Ti piace questa espressione, “L’amore degli adulti” è il titolo di una raccolta di racconti di Claudio Piersanti che hai letto troppo presto, lì per lì ti aveva intristito, avevi detto no, non è vero, non è così. Non sei pratica di tutti i segnali, certo, ma molti, molti di più di sedici anni fa (ecco quanti anni sono, adesso lo sai, hai contato, compilato elenchi mentali, ricordato nomi e pure cognomi, età, giri di vita). Per esempio: questa mattina non vi date un altro appuntamento, né un bacio prima di salutarvi, evitate anzi di guardarvi in faccia. Tradotto nelle regole del gioco, significa che lo sfizio è stato appagato in un paio di incontri, la novità smorzata da due risvegli, il fiuto di maschio e di femmina assuefatto ai reciproci odori. Adesso c’è, o potrebbe presentarsi, l’eventualità di deragliare dal binario più comodo, quello più distante dalla sincerità della quotidianità condivisa, per andare incontro alla verità incorporea e sfumata dell’intimità autentica, quella che coglie tutti in flagranza nelle proprie rispettive miserie. Chi ne ha voglia? Ci si fa due conti in solitaria: mi conviene, non mi conviene? Nel più onesto dei casi, si comparano le rispettive risposte, se ognuno ha la fortuna di essersele trovate. I miei bisogni, i tuoi bisogni: la loro interdipendenza è positiva? Sì, vediamoci ancora; no, non vediamoci più. L’invecchiamento cellulare di maschi e femmine induce a simili patteggiamenti (ho ancora molto tempo, non ho più molto tempo); nella legge del mercato umano il contrattualismo sessuale comincia fin dal primo incrocio di sguardi e termina quando la convergenza di intenzioni successive non è realizzabile.

Vai ragionando su questo, mentre ti fai il bidet in un bagno quasi estraneo e avverti al tatto una fitta leggera leggera alle sporgenze dell’osso pubico, in tutto simile a quella che ti prende dopo essere stata troppo a lungo con il culo sul sellino della bicicletta. Un’amica ostetrica ti dirà che forse stai parlando dell’ischio, spiegati meglio. Non lo sai di che osso stai parlando, sai dov’è che di solito ti fa un po’ male dopo diverse ore di sesso, conosci questo indolenzimento e sai che ti passerà da solo entro la fine della giornata. Ti lavi con Infasil – hai trovato il flacone sopra la lavatrice – e con i polpastrelli indugi a esercitare una lieve pressione sui due punti piacevolmente dolenti, perché il corpo memorizzi. Intanto ti guardi intorno per la seconda volta: un grosso accappatoio blu appeso alla  tenda della doccia; una saponetta consumata là dove tu terresti almeno tre tipi diversi di bagnoschiuma e due di shampo; nessuna spugna per il corpo, tutti gli uomini di cui hai frequentato il bagno si strofinano con le mani; lo specchio sopra il lavabo fissato a un’altezza quasi irraggiungibile anche per te che non sei bassa (lo immagini in piedi a radersi e allora ti tornano i conti: un metro e novanta); diversi flaconi e barattoli quasi vuoti allineati sopra un armadietto; pochi oggetti che possano dire di abitudini quotidiane; su una mensola una scatolina di ferro con l’apertura curiosamente rivolta verso il muro – ti viene in mente “Misery non deve morire”, nella scena in cui Kathy Bates frattura con un martello le caviglie di James Caan per non farlo scappare  perché si è accorta che lui ha toccato di nascosto il suo pinguino di ceramica, che guarda sempre verso sud. Tu apri la scatolina, che è vuota, e fai attenzione a lasciarla esattamente come l’hai trovata. È tutto troppo pulito e poco vissuto: quest’uomo che vive solo, lavora molto e non sta quasi mai a casa, ha fatto venire la sua donna delle pulizie uno o due giorni prima che tu arrivassi (lo hai pensato la prima volta, te lo ha confermato lui la seconda). Apri l’anta di un mobile di plastica grigia: stracci, detersivi, secchi, sistemati come li sistema una donna delle pulizie, con metodo. Non azzardi oltre. Bastano pochi minuti per affacciarsi da un’altra prospettiva sulla vita di qualcuno che conosci appena. Ti va di saperne di più? Ti va di imparare a riconoscere la sua faccia quando è triste o nervosa, l’assortimento dei toni di voce, i suoi entusiasmi, le sue giornate storte, i nodi alla gola, i tic, le ossessioni, gli sbalzi di umore? Ti va di sapere di più su di lui? E a lui va di sapere di più su di te? Se siete onesti, troverete in un’altra occasione il modo di dirvelo. Se non siete onesti, troverete lo stesso il modo di dirvelo evitando un’altra occasione.

Lui è già uscito per andare a lavoro. Sul tavolo in cucina ti ha lasciato una caffettiera e il pacchetto di caffè fresco di macinatura che ha voluto comprare ieri in tua presenza, solo per te perché lui non beve caffè. Nell’incontro precedente, il primo, lui ti aveva chiesto di rivedervi e tu avevi scherzato: va bene, allora la prossima volta ti porto un pacchetto di caffè. Considerato il tipo di situazione, dunque, questo di stamattina è un gesto oltremodo apprezzabile; trovare addirittura la caffettiera già carica e pronta da accendere, infatti, sarebbe tutta un’altra situazione, una proposta di maggiore familiarità, l’indicazione della disponibilità a spingersi oltre, verso linguaggi impegnativi. Una caffettiera già pronta è un codice. Questo codice qui, invece, dice: io il caffè te l’ho fatto trovare, la parte mia l’ho fatta, adesso se lo vuoi preparatelo da sola. Per te va benissimo. Il fatto è che questa caffettiera è inutilizzabile. La guarnizione di gomma è sbrindellata, la piastrina del filtro non si tiene ferma al suo posto. Ci provi per un po’, ma la guarnizione si sbrindella di più e la piastrina continua a cadere. E comunque, che caffè vuoi che faccia una caffettiera che non viene usata quasi mai – quasi, perché supponi che in questa casa si ricevano altre visite oltre alla tua. Lasci perdere il caffè, trovi una marmellata di mirtilli nel frigo quasi vuoto, te la spalmi su un pane secco, mangi in piedi. Vuoi una sigaretta, ma non trovi la chiave per aprire il cancello della terrazza, lui ti ha mostrato dove la tiene ma non te lo ricordi, di rovistare nel soggiorno non hai voglia, né di chiamarlo per fartelo ripetere. Lui non fuma, tu per correttezza non fumi in casa sua. Potresti farlo con le finestre aperte e aspettare un po’ prima di chiuderle, non lo saprà mai, ma non lo fai lo stesso (dannata buona educazione, la civiltà che ti reprime le urgenze). Ti vesti, chiudi piano la porta dell’appartamento, lasci le chiavi dove ti ha detto, esci in strada.

Oggi a Roma è un maggio di sole, fai colazione senza fretta seduta a un tavolo all’aperto di una pasticceria dalle parti di San Paolo, uno strüdel con noci e sciroppo d’acero, un caffè lungo. Ordini sempre un caffè lungo quando hai bisogno di radunare forze e pensieri mentre lo sorseggi lentamente. Ne lasci una metà nella tazzina, fumi una Lucky Strike blu morbida, bevi l’altra metà e accendi una Camel al mentolo. Fai tutto con calma, compi i tuoi riti, ti vizi con le tue abitudini. A sinistra sono sedute due signore, una molto anziana su una sedia a rotelle ha un filo di bava che le cola dalla bocca, l’altra più giovane la pulisce spazientita e intanto la rimprovera con accento straniero (romeno, tiri a indovinare). A destra una coppia sulla sessantina, lei gli scrolla briciole di cornetto dalla barba, lui parla di un film che hanno visto insieme ieri sera. Ai loro piedi un brutto cane nero e peloso aspetta legato alla gamba del tavolo. Due romani vanno discutendo davanti alla pasticceria, sbracciano e sacramentano alle nove del mattino, si tirano insulti con la mano tesa, ma tu guarda ‘sto fijo de ‘na mignotta, vedi d’annattene affanculo. Una donna scende da una macchina e si aggrappa al braccio di uno dei due, lo prega di smetterla, è spaventata da quello che potrebbe succedere, cerca di rabbonirlo con parole calmanti che maneggia come un vocabolario spaginato lungamente. È senz’altro la sua compagna.

Vedi passare per tre volte l’autobus 766 in direzione Millevoi, calcoli di essere seduta a guardare da una buona mezz’ora.

 

Dal tavolo assolato di questa pasticceria, alle nove di una mattina a Roma, osservi la vita che si muove e sfiori un baleno di quiete provvisoria. Stamattina questa città dove hai vissuto per cinque anni ti piace. Tempo di arrivare alla stazione Tiburtina, e non ti piace più.

 

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