Sciocchezze

di Andrea Pomella

Il Grande Nulla mi ha convocato alla visita medica periodica per il controllo dello stato di salute dei lavoratori. La dottoressa mi ha fatto alcune domande. Ha iniziato chiedendomi: “Come stai?” Le ho risposto: “Bene”. L’ho trovata una domanda un po’ imbarazzante. Una di quelle domande difronte alle quali, se avessi avuto quattordici anni, non avrei saputo trattenere un risolino idiota. Perché da un medico che deve farti una visita completa non ti aspetti che esordisca chiedendoti “Come stai?” Voglio dire, una risposta sensata sarebbe stata: “È compito tuo dirmi come sto”. E invece, dopo l’iniziale perplessità, ho pensato che quello fosse un buon modo per iniziare una visita di controllo. E ho pensato anche che la sua vera domanda fosse in realtà: “Come pensi di stare?” Insomma, ho fatto questa visita. A un certo punto la dottoressa mi ha invitato a infilare la faccia nello strumento per la misurazione della vista. Prima però mi ha chiesto: “Scrivi mai al computer?” Ci ho pensato un attimo, poi ho risposto: “Sì, ma solo delle sciocchezze”.

 

Gli occhiali con gli occhi finti

Il Grande Nulla mi ha mandato a seguire un corso di formazione, sono arrivato puntuale alle nove, mi sono seduto in sesta fila, mi hanno dato un foglio e una penna per gli appunti, la docente ha iniziato scusandosi per gli argomenti noiosi del corso, ho apprezzato molto quelle scuse, perché in effetti gli argomenti erano noiosi, non solo, erano argomenti che non riguardavano il mio lavoro, mi hanno spiegato che il corso andava fatto comunque in adempimento a un obbligo di legge, il corso è durato due ore, ho così adempiuto alla legge, a una certa misteriosa legge che prevede che mi vengano sottratte due ore di vita per ascoltare noiose dissertazioni di natura giuridica su un argomento che non ha attinenza col mio lavoro, una certa misteriosa legge che prevede che io prenda posto in una sesta fila di un centro di formazione, impugni una penna e scriva su un foglio degli appunti che poi getterò nel cestino della carta straccia non appena sarò uscito dall’aula al termine delle due ore, una certa misteriosa legge che prevede che non mi ponga troppe domande, per esempio che non mi chieda come sono finito in quest’aula, con questa gente che invece sembra interessata all’argomento dichiaratamente noioso del corso, che non mi chieda a quale bivio della mia vita ho preso la direzione sbagliata, che non mi chieda a cosa sto rinunciando ogni giorno e ogni ora della mia vita, che non mi chieda perché in questo momento, per esempio, non sto trivellando il fon
do marino su una piattaforma petrolifera nel golfo del Messico o non sto scrivendo dei biglietti per i biscotti della fortuna, pagato un tanto al biglietto, in un sottoscala di una zona industriale sub periferica di qualche cazzo di città del centro-nord, che non mi chieda se anche gli altri presenti si facciano le mie stesse domande o se invece indossano gli occhiali con gli occhi finti, dimostrando, in mezzo a tutto questo orrore, di essere molto, ma molto, più scaltri di me.

La nostra principale debolezza

Un paio di volte al giorno penso che mi pesano le cose semplici, un paio di volte al giorno penso per esempio che spostare qualcosa da una parte all’altra, solo perché abbiamo deciso qual è il posto giusto per quella cosa, sia un atto totalmente insensato e un obbligo che pensiamo di dover assolvere perché non possiamo vivere a questo mondo senza dettarci degli obblighi. La mania che ho di disporre le cose sul comodino in una certa maniera, i libri, il tablet, la luce che uso per leggere di notte, gli occhiali, il telefono, nessuno mi ha mai imposto di disporle in quella maniera, eppure se non le dispongo in quella maniera sento di essere venuto meno a una specie di responsabilità morale. Sono convinto di essere una persona stressatissima non tanto per i grandi spostamenti a cui sono sottoposto ogni giorno, non tanto per il lavoro che faccio, non tanto per la città in cui vivo, sono convinto di essere una persona stressatissima per la somma di piccole coercizioni, inutili, immotivate, a cui mi assoggetto. E penso di non essere il solo a zigzagare in un boschetto comico di minuscole ossessioni, anzi, penso che siamo in tanti, penso che questo sia un tempo di piccole angherie autoinflitte, penso che questa sia la nostra principale debolezza.

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