Qui è ancora Cuba

Di Ilaria Scarpiello

Tutto quello che ricorda sono gli odori e le sconfitte. Il freddo pungente sulle guance e la delusione di non aver mai vinto niente. Qualche canzone degli Stadio, una donna poco convinta.

“Non ricordi altro dell’Italia, Santiago?”

Il vecchio beve l’ultimo sorso puntando per un attimo il mento al soffitto, poi risponde al giovane italiano scuotendo la testa da parte a parte.

“Ne vuoi ancora, Santiago?”

Non aspetta risposta e fa un cenno con la mano a Denis, al di là del bancone, fra le bottiglie.

“A Cuba, la mattina, il daiquiri lo beviamo leggero. Serve come carburante per lavorare i campi.”

“A l’Avana lo bevono leggero, forse. Qui non di sicuro.”

Il barista arriva dall’estremità opposta del bancone e porge loro i due bicchieri colmi resi opachi dal ghiaccio e dal rum e dal gran caldo di mezzogiorno.

“Dov’è che hai bevuto il daiquiri a l’Avana, ragazzo?”

“Al Floridita.”

“Il Floridita non è un buon posto.”

“Il Floridita non è un buon posto?”

“Non lo è.”

“Cosa diamine va dicendo questo vecchio, Denis?”

Il barista sorride, asciugando bicchieri con uno straccio umido.

“L’Avana non è Cuba, non lo è più. E al Floridita il daiquiri non lo hanno mai saputo fare.”

Il vecchio si porta il bicchiere alla bocca, ne ingoia un lungo sorso schioccando le labbra di piacere.

“E dove lo sanno fare il daiquiri?”

 

“Qui. Denis lo sa fare.”

“Qui è ancora Cuba?”

“Si. È ancora Cuba.”

Il ragazzo sente l’anima del rum cubano entrargli nei muscoli e sciogliere pian piano la lingua e le braccia e il cuore.

“E tu cosa sai fare, vecchio?”

“I sigari.”

E allora è facile tornare con la memoria alla fattoria di Santiago, a quella mattina di qualche settimana fa, all’essiccatoio di tabacco proprio dietro il mogote con il murales preistorico, alla terra rossa dei campi, rossa come terracotta.

È facile rivedere Santiago seduto all’ombra, con una tavoletta di legno sulle ginocchia e il suo mucchio di foglie di tabacco essiccate fra le mani. Mani veloci, quelle del vecchio, mani che stendono e lisciano le foglie, ne tolgono il filo centrale, non buono da fumare, le accartocciano e le avvolgono in altre foglie, più e più volte, fino ad ottenere quel miracolo cubano che viene chiamato sigaro.

Poi la prima boccata, pesante come un macigno, e le volte del fumo denso che si alzano nell’aria che appartiene alle galline, ai loro pulcini e ai ronzini che, pigri, si frustano il culo con la coda.

“Che Dio mi fulmini, vecchio. Me li ricordo i tuoi sigari.”

“Che Dio ci fulmini, già.”

 

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