Fatti di calcio

Di Angelo Petrella

Se volessi fare come Saviano direi che i fatti di ieri [3 maggio, ndr.] li avevo tutti previsti anni e anni fa nei miei romanzi La città perfetta e Nazi Paradise perché lo scrittore e la letteratura hanno il compito di bla bla bla…
Ma non lo farò. Sarebbe troppo semplice: intendo, il pontificare, moralizzare o sparare a zero senza soffermarsi nemmeno un istante a riflettere sull’accaduto.

Ricapitoliamo: i napoletani e i romanisti si odiano da anni e la tensione è sempre altissima durante le partite tra le due squadre, un tempo gemellate. Con un minimo di lavoro di intelligence – anzi: di intelligenza – si sarebbero potuti scoprire i luoghi di arrivo o di appostamento delle tifoserie, separandole o bloccandole ben prima. Senza contare che, chissà come, allo stadio non ti puoi portare nemmeno una lattina di Coca-Cola eppure gli ultras riescono sempre a far entrare fumogeni, bombe carta, spranghe, cinture con fibbie da dieci quintali e così via. E poi, la brillante idea di eliminare i tornelli, ieri, chi l’ha avuta?
Il punto non è condannare la violenza: il punto è capire cosa si fa o perché non si faccia niente per prevenirla. In Inghilterra ti levano i sussidi di disoccupazione e ti arrestano immediatamente, altro che Daspo, nei nuovi stadi perfettamente tenuti e modernizzati. La fotografia dell’ex capo dei Mastiffs che primeggia su tutti i giornali non dice nulla sulla verità: quella di un tifoso romanista che ha sparato a un napoletano e oggi si saprà se lo ha ucciso o meno. Le due cose sono collegate, nel senso che il capo ultras seduto in cima al portone di alluminio che guarda dall’alto il capitano del Napoli e i dirigenti delle forze dell’ordine è simbolo di un calcio malato di protagonismo, in cui sono i delinquenti a farla da padroni e i cittadini per bene a subire? E allora mi chiedo perché i politici e i rappresentati istituzionali di turno – Renzi, Grasso, il questore, il capo della polizia o della squadra mobile e chi altri – se ne siano stati con le mani in mano per più di quarantacinque minuti, esibendosi in uno show sul manto erboso, circondati da steward giustamente terrorizzati, fischiati da tutto lo stadio, presi a fumogeni in faccia, senza decidere nulla? Nulla che non fosse già ipotizzabile subito, senza esitare un secondo. Nulla che non si potesse dire afferrando un microfono in mano e non dando modo alle giuste critiche di oggi di scagliarsi contro i potenti che vanno a chiedere il permesso al capo dei tifosi. Sarebbe bastato un annuncio: “Esprimiamo cordoglio per il tifoso ferito e ripudiamo la violenza in ogni sua forma. La partita si disputerà in ogni caso per rispetto verso chi ama veramente il calcio e anche per impedire a pochi facinorosi di distruggere un evento atteso per settimane da decine di migliaia di persone”. Con poche frasi si sarebbero messi a tacere e isolati i pochi – o anche tanti – stupidi e violenti.
E’ uno schifo dipendere dai teppisti? Certo. Ma è ancora più uno schifo l’incapacità o la mancanza di volontà da parte delle nostre istituzioni di fermare, prevenire, sedare e bloccare la violenza stessa. Così come lo è il riflettore spento sul tifoso ferito e su chi lo ha quasi ridotto in fin di vita.
Un’ultima osservazione: ce n’è da fare, di strada, per far capire e far accettare a tutti l’idea che la bandiera e l’inno nazionale siano simbolo di una coesione culturale, e non richiami al nazionalismo o ai fascismi di ogni forma. Una coesione che ci ha messo più di mille anni a divenire tale e che ancora traballa come su un tavolino a tre gambe. Meglio sarebbe fischiare ai politici, non al tricolore.

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