La rivolta al bar del pigiama

Di Nadia Terranova

Approdiamo alla gelateria di Carla fra il pistacchio di Bronte che mi ricorda casa (quante volte gliel’ho complimentato, quel perfetto retrogusto di sale) e il gusto al cannolo che invece non ce la faccio, non è presente in natura, scusami tanto Carla, sono sicura che invece sarà buonissimo. Poi arriva il boato. Ha segnato l’Algeria, spiega la mia amica. Nel mio universo i mondiali non esistono. Sai che oggi sono emerse le scale mobili, dico, hanno buttato giù i muri del cantiere, ora puoi guardare dentro e vedere la fermata metro come sarà. È dal 2007 che penso a come sarà, da quando ho ricevuto la lettera del comune: caro proprietario, stiamo per cominciare i lavori e nel 2011 il suo immobile di prima periferia sarà collegato al resto dell’Urbe da un nuovo brillante mezzo pubblico. Caro comune, il mio investimento avventato ti saluta caramente, dalla prima periferia è tutto, buon 2014. Mi ricordo il 2006: c’era il campetto dei ragazzini che poi si son spostati vicino ai giardini e la strada era molto larga. Una mattina dell’estate successiva avevamo le mura gialle del cantiere addosso al portone, eravamo messi sotto scacco da poster di band coveriste e dal cilindro di Rino Gaetano.

Siamo andati avanti così, tra fuori sede ubriacati male sui gradini zozzi e fuori corso impegnati fra showroom e startup, noi che al massimo contraevamo l’imbarazzante piaga sociale del protagonista di Karoo (con tutto quello che ho bevuto dovrei già essere ubriaco, cosa mi è successo di sbagliato?). Noi, coscienti di essere nell’età in cui se vuoi drogarti ti rivolgi al farmacista e non alla mafia sotto casa – mentre altri coetanei cavalcavano disinvolti la generazione di fine adolescenza mai. (Alla famosa domanda: “se rinasci chi vuoi essere?”, ho sempre risposto: chiunque di un’altra generazione). Noi, che prima eravamo un po’ di più, oppure no, oppure siamo sempre state soltanto io e te, ricordamelo, ti prego – vorrei supplicare la mia cara amica, ma temo che l’Algeria abbia segnato un’altra volta.

Qualche giorno fa, dopo le minacce a Vladimir Luxuria, non si parlava d’altro al bar dove scendo a fare colazione in pigiama. Questo pomeriggio sono andata in biblioteca, c’erano due camionette della polizia, di solito la polizia arriva la sera e tu guardi quei ragazzotti e dici mah, e questo sarebbe il corpo dello Stato. Li vedi, carucci, che guardano le cosce alle coetanee punkabbestia, li immagini dopo mezzanotte a togliersi la divisa per rimorchiarle e fare alba avvinghiati insieme, benedetti dalla loro generazione. Oggi no, oggi hanno mandato i poliziotti seri. È in corso una guerra (sindaco, giornali, questura: elementi in proporzione variabile) e il risultato è che davanti al bar del pigiama hanno tagliato un albero molesto. Per un quarto d’ora il Pigneto sembrava Prati, poi hanno scoperto che il problema non erano le radici: sono saltate le fogne, davanti al bar hanno scoperchiato l’asfalto, è tutto transennato, a casa non arriva acqua. Poi, certo: le camionette contro gli spacciatori. Sembra lo stato d’assedio in Sicilia negli anni Novanta, provo a dirlo alla mia amica che parla di libri, non so se coglie la nostalgia, è tardi, ho sonno, il gelato era molto buono. La prossima volta andiamo all’osteria dei timidi, le dico. Questa mia abitudine di essere felice se do i nomignoli e se qualcuno mi chiama per nome, di vergognarmi mentre pianto paletti, io che ho vissuto la prima parte della mia vita in una casa vicino alla quale non c’era niente. La mia amica è gentile, vuole sempre accompagnarmi anche se deve fare un gran giro. Camminiamo, voltiamo l’angolo e il profilo del cantiere mi strugge. Mi ricordo i pini, prima che fossero spazzati via da un’altra lettera del comune: caro abitante del quartiere, li sradicheremo per sostituirli con alberi di uguale pregio. E come lo misurate? A quanto li avete messi i pini al chilo? E il mio struggimento, come vanno i saldi?

Mentre prendo le chiavi in borsa guardo le vetrine accanto al portone. Fino al mese scorso c’era un negozio di abbigliamento, sostituito dall’ennesima porchetteria. Ho dovuto firmare il permesso condominiale per la canna fumaria, neanche una lettera del comune s’è meritato quest’ennesimo stravolgimento. Dall’altro lato c’è una gastronomia bengalese, la famiglia è molto simpatica, ogni tanto passo a comprare birra e patatine e li porto su, non mi fermo mai, il cuoco propone arancini e samosa, obietto che gli arancini si mangiano con i pidoni, nessuno sa di cosa stia parlando e io attacco a filosofare di gastronomia siciliana. Il figlio è un tifoso sfrenato, quando ci sono le partite il loro megaschermo è il più affollato del quartiere, arrivano i fuori sede, i fuori corso e i fuori di testa – mi capita di passarci in mezzo con la spesa, i giornali di carta e il peso dei miei anni, che a loro devono sembrare centoventi e che forse lo sono.

Saluto la mia amica, mi scuso per il sonno, mi si chiudono gli occhi, poi sono un po’ brilla, ho fregato Karoo. Passa una ragazza in bicicletta, sto per imprecare: ma perché sempre sul mio marciapiede, poi dice che uno odia le biciclette, per fortuna mi fermo in tempo per scoprire che la mia amica la conosce, lei si ferma, è francese, è dolce, cominciano a parlare. Le guardo tutt’e due, in mezzo al marasma di fuoriusciti della Sapienza e del Centro sperimentale, un marasma che cammina, grida e spintona, insignito dal compito di far l’arte e la storia. Sono serafiche, a loro agio, perfette. Si distinguono senza nascondersi, si distinguono come io non so fare. Alzo la mano e saluto, dico ciao ma solo con le labbra, stando attenta a non disturbare, e m’infilo dentro il portone.

 

4 comments to La rivolta al bar del pigiama

  • giulia

    questo è un post che non è né carne né pesce.
    continuiamo a parlare del pigneto, a creare una bolla intorno ad un quartiere il cui hipsterismo sta pian piano tramontando. ma siccome ci vivono gli “scrittori”, raimo, lei, e chissà quanti altri, lo ergiamo a chissà cosa. se non voleva un cantiere vicino casa non sceglieva il pigneto per poi lamentarsene, e lamentarsi dei giovani, delle persone in bici (in una città piena di smog, che piaga sti ciclisti davanti il mio portone di casa, signora mia). andava a vivere a monteverde vecchio così ci scriveva di nanni moretti, del cinema occupato e compagnia bella. quando non si sa di cosa scrivere facciamo una paginetta di diario e via, abbiamo portato a casa la giornata. è un vero peccato perché lei ha il nobilissimo lusso di poter pubblicare dove vuole, a differenza di gente che vorrebbe e non può o a cui viene negato perché c’è gente più importante prima, e perché ha un nome (magari troppi progetti aperti la portano a scrivere articoletti non sense come questo, si concentri su una cosa e la faccia bene. magari il suo libro in uscita, altro argomento trito e ritrito. non vuole essere un aspro attacco nei suoi confronti, lei è la punta dell’iceberg di questo movimento, chiamiamolo erroneamente così, di gente che (stra) parla del pigneto. renzi, la grande bellezza, hipster con le bici, dio mio che noia questi intelltuali italiani degli ultimi anni. andate a vivere a milano, o restate a casa vostra così, non serve vivere al pigneto per trovare l’ispirazione.

    • Cara Giulia, ciao. Io non so chi tu sia ma a quanto vedo tu sai chi sono io, a partire dal mio “libro in uscita trito e ritrito” (da chi? dove? se ne sono occupati forse i giornali a mia insaputa? che io sappia se ne è fatto cenno, quasi mai per mia iniziativa, su qualche socialnetwork dove dunque probabilmente mi segui: grazie per il follow). Giochiamo perciò ad armi impari, come è giusto che sia. Ti ringrazio molto di definirmi “un nome”, cosa che mi ha molto meravigliato. Ti ringrazio anche per il consiglio di dedicarmi a una cosa per volta, tu probabilmente sei una scrittrice e sai come funziona al punto di saper dire anche agli altri come devono lavorare. Io non mi sono mai azzardata a farlo, né ai miei colleghi né a professionisti di altri mestieri. Grazie anche per l’invito a restare a casa mia, sei piena di buoni consigli. Purtroppo (direi per fortuna, sperando di non irritarti) casa mia è questo quartiere. A Milano, be’ a Milano non ho proprio mai pensato di viverci. Sulle tue critiche al mio pezzo e all’hipsterismo che ci vedi dentro (!) non rispondo, ci mancherebbe. Mi spiace di averti annoiato. L’unica cosa che non ho capito è se non devono darmi noia le bici o se invece devo essere un’intellettuale con la bici. Se vuoi darmi un consiglio anche in questo senso, è il benvenuto. Se poi sai di qualcuno che vuole pubblicare e non ci riesce, sul mio sito c’è la mia email: sono stata nella stessa condizione per anni e non è detto che non mi ci ritrovi di nuovo da un momento all’altro, magari posso dare un consiglio io, stavolta.

      p.s.: Credo che Raimo non viva al Pigneto. Sinceramente, non lo so.

  • Un’anima sensibile gira in pigiama al Pigneto per noi, tutto il resto è chic.

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