La lettera di Natale

Di Silvia Vecchini

Sua madre le aveva fatto scrivere una lettera di Natale fasulla ai loro zii in America. Erano emigrati da sessant’anni e ormai avevano assimilato completamente le abitudini anche sciocche di quel paese. Così ogni anno verso i primi di dicembre arrivavano queste cartoline complete di fotografie di famiglia, di famiglie, ogni volta che da una famiglia se ne formava una nuova. Erano sempre tutti vestiti bene e sorridenti e con dei piccoli bambini in braccio dietro un abete decorato e sfavillante.

 

Stiamo tutti bene. Il lavoro procede a meraviglia per tutti. Michael si è appena laureato. Jennifer si è appena sposata. Mark ha appena avuto un figlio. Joe è appena diventato capo dell’azienda. I ragazzi si sono appena trasferiti in una casa più grande. Proprio quest’anno. Come ogni anno, tutto era diventato più. Ogni cosa era migliorata. Ed era successo da poco. Adesso, mentre vi scriviamo. Tutta la famiglia navigava nel benessere, tutti si davano da fare, come piccole prodighe api operose, nessuno era depresso. A nessuno era venuto un crollo emotivo. Nessuno si era fatto male. Nessuno si era ucciso, nessuno era morto, e, se proprio era successo, era stato fantastico. E il funerale era stata una funzione commovente ma in fondo allegra, dove i bambini si erano alzati e avevano letto delle poesie, e sulla tavola c’erano state cose buonissime da mangiare che avevano portato i vicini, premurosissimi.

 

Così aveva scritto quella lettera di Natale. Quell’anno gli affari per la sua famiglia erano crollati, di lì a breve avrebbero dovuto vendere la casa che amavano, dove lei e suo fratello erano cresciuti, e trasferirsi in un appartamento più piccolo. Lei aveva cercato di uccidersi, e questo aveva buttato giù tutti. I nonni stavano male, la nonna non riconosceva più le persone e ogni volta che la vedevano aveva perso l’uso di qualche punto del corpo. Era tutto in rovina, in caduta libera. Così scrisse quella lettera assurda. Si sforzò di trovare una cosa buona, una soltanto, ma non era successo niente del genere. Così inventò un anno di felicità. Un lavoro nuovo per lei. Un matrimonio imminente. La ricerca di una nuova casa, più grande. Sottolineò quanto gli affari andassero a meraviglia. Quanto i nonni stessero bene. Quanto fossero felici. Tutti. Quanto le cose fossero cambiate in meglio.

 

Lesse e rilesse quella lettera come se fosse vera. Ci pianse sopra. Voleva che fosse vera. La riscrisse una decina di volte, migliorandone l’inglese, cercando frasi che potevano fare al caso suo, ficcandoci espressioni di un certo livello per impreziosire tutto. Poi, arrivata alla fine di quel lento lavoro di rifinitura e artificio, stremata, si accorse che non aveva una fotografia abbastanza recente di tutti loro insieme, felici. Erano tutte vecchie di almeno sei anni. Erano almeno sei anni che non erano felici. Non si diede per vinta, nella lettera spiegò che c’era stato un contrattempo con il fotografo e che appena si sarebbe risolto gliel’avrebbe mandata.

 

Si alzò dalla tavola, si era messa in cucina a scrivere. Uscì in balcone per fumare una sigaretta. L’aria gelida le anestetizzava la gola.

 

Tornò dentro. Sul tavolo aveva sparso altri vecchi biglietti di auguri. Ritagliò un’immagine che potesse andare bene come cartolina natalizia da mettere insieme alla lettera. Così tutto sarebbe stato completamente fasullo. Una storia inventata e una cartolina riciclata. Era una natività piuttosto brutta. Come la sua famiglia. C’erano Maria e Giuseppe disegnati molto male con il bue e l’asinello dietro che sembravano due mucche identiche, e un bambino in mezzo, dentro quella che doveva essere una cesta, ma che in realtà poteva sembrare un water di legno. Nessuno della sua famiglia credeva in Dio. Rilesse la lettera.

 

We wish each and everyone one a very joyous Christmas season. May the new year find you healthy and allow it to continue throughout the year.

 

La chiuse in una busta. Poi corse in bagno a vomitare.

 

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