Il Deportivo La Menzogna e la misteriosa sparizione della Coppa Rimet

di Marco Ciriello

1.

Il Deportivo La Menzogna era la più grande e unica compagnia di calciattori in giro per il mondo, nata dal desiderio di un bambino e dalla scomparsa di una coppa. Il bambino era Ricardo Fangacio, Rimet, invece, era il nome della Coppa. I due desideri si erano incontrati in un letto di Città del Messico, grazie a Monica Barassi che poi è il coraggio di questa storia, nipote di Ottorino Barassi, passato alla storia come l’ingegnere che salvò la Rimet dalla guerra portandola a Lussemburgo in una scatola di scarpe. Entrambi non credevano alla fusione brasiliana, cioè alla versione del trio Francisco José Rocha detto Chico Barbudo, Sergio Pereira Ayres detto Peralta e José Luiz Rivera detto Bigode. Il bambino Ricardo Fangacio divenuto adulto, con molte anomalie, e il desiderio in petto di ritrovare la Coppa di cui gli aveva raccontato suo nonno, quasi che fosse una missione da Sacro Graal, prima di conoscere Monica, e trovare la forza per mettere su la compagnia e provare a far girare il sogno della rappresentazione del calcio e quello del ritrovamento della Coppa, aveva a lungo indagato, fino a diventare il più grande esperto, con la donna, della Coppa scomparsa. Entrambi da parti differenti, in tempi sfalsati avevano sentito le stesse persone, fatto le stesse domande, e poi, dopo molto anni, si erano incontrati. Fino a fondersi nella compagnia che poi era squadra che poi era circo che poi era micronazione, fino a contagiare tutti, proprio tutti, dai nani alle ballerine, dai pitoni ai puma, dai sosia di Elvis a quelli di Reagan che si portavano dietro per non lasciare inevasa nemmeno una richiesta stramba che gli veniva dagli altrettanto strambi uomini e donne che gli commissionavano le rappresentazioni. Ricardo Fangacio, detto Flaco, per ragioni di vita, quella ristretta che congiunge bacino e addome non quella che ci attraversa facendosi chiamare tempo e avvenimenti, non diceva mai della Coppa. Come non diceva che aveva giocato i mondiali dell’86 con la nazionale messicana, che era il calciatore preferito di Bora Milutinovic, e che non aveva voluto allenare per schifo verso il calcio, no, raccontava che era entrato a Città del Messico col subcomandante Marcos, e poteva dilungarsi per ore su quello che si erano detti con Gabriel Garcia Marquez o con Manuel Vazquez Montalban, ma per la storia della Rimet, per come aveva indagato su José Carlos Hernandez – il commerciante argentino che si racconta avesse aiutato il trio a fondere la coppa – non aveva mai parole. Solo quella italiana c’era riuscita, per discendenza sembrava una congiunzione astrale, con suo nonno che era dalla stessa parte, quella che voleva salvare la Coppa impedendone la scomparsa, e fosse solo per il coraggio di quell’italiano, per la sua volontà, e per la bellezza di sua nipote, allora sì, il nome della Coppa si poteva fare, e si fece, in quel letto della capitale messicana, sotto le pale di un ventilatore da soffitto lentissimo e al limite dell’inutile, al ritmo dei suoi sibilanti giri, il messicano confessò la sua ossessione, fece i nomi, e le spiegò la fondazione del Deportivo La Menzogna, la sua missione segreta, il suo obiettivo massimo, sotto la rappresentazione delle partite mondiali, sotto la riproposizione di vecchie dispute in forma teatrale, partite come commedie, tragedie o anche solo spartiti da suonare e risuonare e per chi lo chiedeva si mettevano in scena anche partite impossibili, per dire avevano giocato un Brasile-Libia, e come da contratto con Gheddafi, Pelé moriva d’infarto e la Libia vinceva undici (11) a due (2), avevano rifatto con risultati diversi un mucchio di incontri controversi da Argentina-Perù del 1978 a Francia-Germania del 1982, Italia-Germania del 1970, Brasile-Uruguay del 1950, Honduras-ElSalvador del 1969 ma anche Montserrat-Serbia per il desiderio di un vescovo spedito sull’isola, disposto a vendere il tesoro del suo santo pur di avere un motivo per essere ricordato. Il Deportivo La Menzogna era una compagnia che univa le anime del calcio: dal cinema naturale al teatro popolare, passando per la tecnica sopraffina richiesta ai suoi attori. Potevi avere Stalin sugli spalti o chiedere che desse il calcio d’inizio Marilyn, potevi immaginare un calcio ancora da venire o riscrivere il passato se non ti andava di rivederlo dal vivo. Potevi chiedere di rappresentare partite dell’assurdo, potevi chiedere di tutto dal punteggio alle azioni, da possibili traumi per i calciatori fino a lasciare che fosse il regista a decidere come e cosa fare. Le richieste arrivavano da miliardari annoiati dal calcio moderno, da Federazioni africane che volevano vedere una volta vincere la propria nazionale, o anche da piccole comunità che si regalavano il sogno di una vita: vincere un mondiale. Tutto questo, Ricardo Fangacio lo aveva messo in piedi per la Coppa, per soddisfare il suo desiderio bambino che poi era quello passato da suo nonno, telegrafista con la passione per il calcio, una venerazione per Don Alfredo Di Stefano e una simpatia molto forte per Hugo Sanchez e Maradona, il resto era roba per signorine. Fangacio aveva avuto una discreta carriera da calciatore stanco, una ala destra molto umorale che si era fatto il favore di arrivare a giocare un mondiale col suo Messico, oltre ad aver giocato a lungo nel Pumas e dopo per un paio d’anni in Colombia nell’Atlético Nacional de Medellín, dove era entrato nel cuore dei tifosi per le sue rabone, finendo la carriera in Brasile al Corinthians, tutto questo solo per cercare uomini e donne da schierare in funzione del sogno, per allacciare contatti e indagare a fondo sulla scomparsa della Coppa. E, quando, gli chiedevano perché non fosse andato a giocare in Europa, rispondeva guardando di lato, come se ci fosse un altro a chiedere, apparso all’improvviso: «L’Europa è lontana, e poi fa freddo». Ecco, Ricardo Fangacio, era uno così, i cui dribbling, cominciavano nelle parole.

 

 

 

 

 

 

 

2.

Monica Barassi, attrice, ballerina, fotografa, cresciuta non solo nel mito del nonno, ma completamente proiettata nell’impresa che il nonno aveva compiuto. Custodire e difendere la Coppa Rimet, durante la seconda guerra mondiale, con i tedeschi che la cercavano per fonderla, quasi anticipandone il destino. «Da piccola al posto delle favole mi raccontavano della Coppa Rimet, e, crescendo, invece che costruire storie con le bambole utilizzavo i calciatori del subbuteo di mio fratello come pedine alla ricerca della Coppa scomparsa». Questa era la sua versione e capite bene perché uno come Ricardo Fangacio, fosse rimasto folgorato, al punto di decidersi a fondare il Deportivo La Menzogna con lei. Il loro è un progetto lento, non solo congiungono realtà e irrealtà sui campi di calcio e sugli spalti, no, fanno stare insieme vivi e morti, sogni e utopie, e vanno alla ricerca della Coppa, molto più audaci di James Bond, furbi di Joker, organizzati del Kgb, una compagnia di giro che maschera un desiderio apparecchiando rappresentazioni enormi. Tutti i giornali del mondo ne hanno parlato, Ricardo Fangacio e Monica Barassi vengono raccontati non solo come due grandi artisti con delle biografie da romanzo ma anche come innovatori dell’arte della recitazione, tanto che in molti da Kusturica a Scorsese, da Soderbergh  a Spielberg, vorrebbero filmare le loro messe in scena, anzi messe in campo, e loro ci stanno pensando. L’ultima volta con il grande acrobata Philippe Petit nei panni di Gandhi (era una richiesta del committente, un ricco indiano di Mumbai) hanno fatto vincere il mondiale all’India, facendole battere il Pakistan, quattro (4) a uno (1). E la festa era durata tre (3) giorni, con tanto di ballo sugli elefanti e bagno in una piscina volutamente riempita con acqua del Gange. Avevano anche rappresentato un Vietnam-Indonesia zero (0) a zero (0), e un incontro Nuova Zelanda-Australia con finta rissa finale e partita sospesa, arbitro Mao Tse-tung (recitato meravigliosamente da Ricardo Fangacio) e prima avevano voluto una parata con cavalli ed esercito, tutto questo in un campo costruito nel deserto australiano con una spesa pari al bilancio annuale del Ghana. A Singapore una volta hanno dovuto far ricorso a tutta la loro arte per venire via dai desideri della moglie del vecchio dittatore che dopo avergli commissionato un Singapore-Uruguay, tre (3) a zero (0) pretendeva anche che gli uruguayani sconfitti fossero imprigionati perché comunque si erano opposti con troppa forza alla vittoria della grande nazionale di calcio singaporiana. A salvarli è arrivato il Cirque du Soleil – gestito da Guido Bianchini –  chiamato a rappresentare la storia dell’isola, distraendo l’anziana signora dalla sua convinta voglia di punire gli attori che giocavano come uruguaiani. Ne avevano giocate di partite assurde con il pallone e la sorte, e tutte per arrivare sobriamente a raccontare dello spettacolo sulla Coppa scomparsa, che Monica Barassi, diceva di stare allestendo, per poi chiedere se mai si fossero imbattuti in storie o protagonisti, in piccoli indizi o voci, segni, apparizioni, liste o anche solo in impressioni, tutto serviva alla Grande Causa. E proprio a Singapore parlando con Foo Yin Tung, meglio conosciuto come ‘雷公, Monica e Ricardo scoprirono che attraverso il mondo delle scommesse, dei signori delle scommesse, qualcuno, stanco di tenerla stava cercando di vendere la Coppa. Saperla integra, saperla ancora al mondo fu come sapere che era ancora vivo un loro amico, seppure anziano ed acciaccato, seppure senza il suo indirizzo né telefono, però era ancora in giro, da qualche parte faceva ancora ombra. E tutto quel circo non era stato inutile. In fondo era il più bel modo possibile per cercare una Coppa del Mondo, rimettere in campo partite belle, brutte, importanti o no, giocate o inventate, come scenografia in attesa di notizie, come inganno aspettando indizi, che dicessero la Rimet non è stata fusa, è nascosta, magari non la rivedremo mai, però c’è, e abbiamo troppo presto smesso di cercarla. Adesso si tratta di seguire quella pista, di mostrarsi interessati all’acquisto – cosa che è anche vera –. Foo Yin Tung, meglio conosciuto come ‘雷公, gli ha dato il contatto di un serbo che dopo due settimane gli ha chiesto di andare a Dubai, e poi ad Abu Dhabi e lì è intervenuto un italiano, che li ha messi a giro per un mese. Appuntamento a Reggio Calabria per parlare con un libanese che gli ha detto di farsi trovare quattro (4) giorni dopo a Montecarlo, lì è arrivato un procuratore portoghese Adolfo Casais Monteiro, che ha recepito la richiesta ma non ha fatto il prezzo, ha fissato l’incontro successivo a Tel Aviv con un altro procuratore, la formula è sempre quella, quando Ricardo e Monica cercano di stringere avendo perso le speranze: «sono un intermediario non ho contatti con Mister Rimet ma solo col suo avvocato, che vuole capire se si può fidare di voi». Loro hanno versato su un conto di una banca alle Cayman la prima parte della cifra per poter entrare a far parte dell’asta, e hanno ricevuto un file con foto della Coppa, con data e relazione di autenticità allegata. Ora tocca capire che strategia adottare, avendo anche ingaggiato un detective privato che potesse agire come spia degli intermediari, per arrivare a saperne di più, il detective, un francese, Jean-Patrick Manchette, attraverso il portoghese, è convinto che la Coppa sia in Svizzera, ma può anche darsi che ci sia solo l’avvocato del proprietario della Rimet, il fantomatico mister Rimet. Il detective è convinto di riuscire a scovarlo, dice di avere persino un piano per rubare la Coppa, che verrebbe a costare almeno la metà di quello che chiedono, il suo compenso è molto inferiore a quello che gli intermediari lasciano percepire.

[Continua.]

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