Il Deportivo La Menzogna e la misteriosa sparizione della Coppa Rimet

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Di Marco Ciriello

2.

Monica Barassi, attrice, ballerina, fotografa, cresciuta non solo nel mito del nonno, ma completamente proiettata nell’impresa che il nonno aveva compiuto. Custodire e difendere la Coppa Rimet, durante la seconda guerra mondiale, con i tedeschi che la cercavano per fonderla, quasi anticipandone il destino. «Da piccola al posto delle favole mi raccontavano della Coppa Rimet, e, crescendo, invece che costruire storie con le bambole utilizzavo i calciatori del subbuteo di mio fratello come pedine alla ricerca della Coppa scomparsa». Questa era la sua versione e capite bene perché uno come Ricardo Fangacio, fosse rimasto folgorato, al punto di decidersi a fondare il Deportivo La Menzogna con lei. Il loro è un progetto lento, non solo congiungono realtà e irrealtà sui campi di calcio e sugli spalti, no, fanno stare insieme vivi e morti, sogni e utopie, e vanno alla ricerca della Coppa, molto più audaci di James Bond, furbi di Joker, organizzati del Kgb, una compagnia di giro che maschera un desiderio apparecchiando rappresentazioni enormi. Tutti i giornali del mondo ne hanno parlato, Ricardo Fangacio e Monica Barassi vengono raccontati non solo come due grandi artisti con delle biografie da romanzo ma anche come innovatori dell’arte della recitazione, tanto che in molti da Kusturica a Scorsese, da Soderbergh  a Spielberg, vorrebbero filmare le loro messe in scena, anzi messe in campo, e loro ci stanno pensando. L’ultima volta con il grande acrobata Philippe Petit nei panni di Gandhi (era una richiesta del committente, un ricco indiano di Mumbai) hanno fatto vincere il mondiale all’India, facendole battere il Pakistan, quattro (4) a uno (1). E la festa era durata tre (3) giorni, con tanto di ballo sugli elefanti e bagno in una piscina volutamente riempita con acqua del Gange. Avevano anche rappresentato un Vietnam-Indonesia zero (0) a zero (0), e un incontro Nuova Zelanda-Australia con finta rissa finale e partita sospesa, arbitro Mao Tsetung (recitato meravigliosamente da Ricardo Fangacio) e prima avevano voluto una parata con cavalli ed esercito, tutto questo in un campo costruito nel deserto australiano con una spesa pari al bilancio annuale del Ghana.

A Singapore una volta hanno dovuto far ricorso a tutta la loro arte per venire via dai desideri della moglie del vecchio dittatore che dopo avergli commissionato un Singapore-Uruguay, tre (3) a zero (0) pretendeva anche che gli uruguayani sconfitti fossero imprigionati perché comunque si erano opposti con troppa forza alla vittoria della grande nazionale di calcio singaporiana. A salvarli è arrivato il Cirque du Soleil – gestito da Guido Bianchini –  chiamato a rappresentare la storia dell’isola, distraendo l’anziana signora dalla sua convinta voglia di punire gli attori che giocavano come uruguaiani. Ne avevano giocate di partite assurde con il pallone e la sorte, e tutte per arrivare sobriamente a raccontare dello spettacolo sulla Coppa scomparsa, che Monica Barassi, diceva di stare allestendo, per poi chiedere se mai si fossero imbattuti in storie o protagonisti, in piccoli indizi o voci, segni, apparizioni, liste o anche solo in impressioni, tutto serviva alla Grande Causa. E proprio a Singapore parlando con Foo Yin Tung, meglio conosciuto come ‘雷公, Monica e Ricardo scoprirono che attraverso il mondo delle scommesse, dei signori delle scommesse, qualcuno, stanco di tenerla stava cercando di vendere la Coppa. Saperla integra, saperla ancora al mondo fu come sapere che era ancora vivo un loro amico, seppure anziano ed acciaccato, seppure senza il suo indirizzo né telefono, però era ancora in giro, da qualche parte faceva ancora ombra. E tutto quel circo non era stato inutile. In fondo era il più bel modo possibile per cercare una Coppa del Mondo, rimettere in campo partite belle, brutte, importanti o no, giocate o inventate, come scenografia in attesa di notizie, come inganno aspettando indizi, che dicessero la Rimet non è stata fusa, è nascosta, magari non la rivedremo mai, però c’è, e abbiamo troppo presto smesso di cercarla. Adesso si tratta di seguire quella pista, di mostrarsi interessati all’acquisto – cosa che è anche vera –. Foo Yin Tung, meglio conosciuto come ‘雷公, gli ha dato il contatto di un serbo che dopo due settimane gli ha chiesto di andare a Dubai, e poi ad Abu Dhabi e lì è intervenuto un italiano, che li ha messi a giro per un mese. Appuntamento a Reggio Calabria per parlare con un libanese che gli ha detto di farsi trovare quattro (4) giorni dopo a Montecarlo, lì è arrivato un procuratore portoghese Adolfo Casais Monteiro, che ha recepito la richiesta ma non ha fatto il prezzo, ha fissato l’incontro successivo a Tel Aviv con un altro procuratore, la formula è sempre quella, quando Ricardo e Monica cercano di stringere avendo perso le speranze: «sono un intermediario non ho contatti con Mister Rimet ma solo col suo avvocato, che vuole capire se si può fidare di voi». Loro hanno versato su un conto di una banca alle Cayman la prima parte della cifra per poter entrare a far parte dell’asta, e hanno ricevuto un file con foto della Coppa, con data e relazione di autenticità allegata. Ora tocca capire che strategia adottare, avendo anche ingaggiato un detective privato che potesse agire come spia degli intermediari, per arrivare a saperne di più, il detective, un francese, JeanPatrick Manchette, attraverso il portoghese, è convinto che la Coppa sia in Svizzera, ma può anche darsi che ci sia solo l’avvocato del proprietario della Rimet, il fantomatico mister Rimet. Il detective è convinto di riuscire a scovarlo, dice di avere persino un piano per rubare la Coppa, che verrebbe a costare almeno la metà di quello che chiedono, il suo compenso è molto inferiore a quello che gli intermediari lasciano percepire.

3.

Il Deportivo La Menzogna è una compagnia di calcio-teatrale molto grande, una sorta di legione straniera dello spettacolo, composta da ex calciatori e nuovi attori, di circensi e comparse, ballerine e Miss Mondo, ex prostitute e di uomini che hanno perso a scacchi la loro strada di casa prima ancora dei ricordi: come lo stopper Umberto Di Gisi uguale a John Cazale, di bimbi soldato cresciuti recitando se stessi, di fuggiaschi e templari, dissidenti e rivoluzionari, di rifugiati politici che hanno avuto un passaporto e delle vite da interpretare in cambio della fedeltà al regolamento della “menzogna calciattoriale” un incrocio tra una affiliazione alla ‘ndrangheta dell’ironia, l’iscrizione a un club esclusivissimo ma senza campo da golf e il voto monacale di fedeltà non a Dio o a un uomo né a una donna ma solo alla ricerca della Coppa Rimet. L’elenco delle eccellenze che la compagnia ha, sarebbe lunghissimo, gente capace di passare da Joyce a Cruyff in un attimo, da Cesar Menotti a Bobby Charlton, da Eusebio a Varela interpretando Guimarães Rosa e applicando i principi del teatro di Augusto Boal: dagli oppressi agli oppressori, dai vincitori agli sconfitti, utopie cucite alla praticità dei campi. Il Deportivo La Menzogna non ha confini, non si pone problemi di nessun tipo, è capace di affrontare qualunque situazione reale o irreale si trovi davanti, molto più dell’A-Team. E questo si deve alla cura con la quale Ricardo Fangacio, prima, e Monica Barassi, dopo, hanno usato nello scegliere gli uomini e le donne della compagnia. Da Alfred D’Urso, italoamericano, violinista, poeta, allenatore di tante squadre nel New Jersey; a Mary Anderson, duecento musical nelle gambe, poi un incendio le rovina il corpo, e solo il Deportivo poteva continuare a offrirle parti. Tra loro, un mucchio di calciatori: Patrick Umumbawa promessa del Senegal, rovinato da un procuratore pazzo: Ivo Romano; Kevin Kyle salvato dal mare; Thomas Herrera che non ha mai giocato a calcio ma ha servito i cartelli messicani e solo cambiando identità poteva darsi ancora vita; Lory Berenson che è stata con i Túpac Amaru in Perù, nelle carceri peruviane e ora sceneggia e traduce per il Deportivo. Ci sono calciatori argentini come “Acqua di Colonia” ma il suo vero nome è Pelegrino Alfosin, che quando volava da un palo all’altro sembrava di stare da Pedro Lopez, il barbiere, che poi era suo zio. Fino a diventare terzo portiere dell’Argentina che vince il mondiale nel 1978, aveva cominciato come garzone poi dalla scopa alle forbici fino ad arrivare ai guanti, e dalle barbe ai cambi gli era rimasto addosso il profumo, tutti lo ricordano per quello, anche se è un portiere discreto con una carriera discreta e un mondiale come vanto. Emiliano Farese, difensore colombiano, che si dice abbia anche diversi omicidi alle spalle. Alfredo Numiani, ingegnere italiano che si occupa di risolvere tutti i problemi tecnici, e che non può tornare in italia per una storia di tangenti anche se lui dice di tasse, però l’Interpol non lo cerca o almeno non si cura di lui nei vari aeroporti dove il Deportivo arriva e riparte. Lionel Pinilla, centrocampista cileno e anche massaggiatore, conosce Neruda a memoria odia Skármeta, Sepulveda e gli Inti-Illimani, è convinto che Vidal debba giocare nel Real (Madrid) fosse solo per la rima. I gemelli Vito e Salvatore Sandulli, di Palermo, due (2) difensori bravissimi, ma soprattutto due (2) tenori, che con il maestro Franco Manichetta sono anche capaci di rifare il trio (3) difensivo: Carreras, Domingo, Pavarotti, chi sta pensando a come i gemelli possano cambiare viso non conosce l’arte del trasformismo siciliano, che ha permesso a numerosi e potenti latitanti di rimanere nelle loro camere da letto per anni. Vengono usati perlopiù per le cerimonie che gli arabi amano da morire, prima delle partite. C’è Marco Menem, figlio dell’ex presidente argentino che ha studiato economia a Londra ma vuole lavare gli elefanti convinto di espiare così le colpe del padre. Karen Michel che si occupa della produzione, in passato è stata l’amante di Bill Clinton, del capo della Cia e di quello del Pentagono, non in quest’ordine, e anche l’unica che non lo ha detto al New York Times e per questo quando il Deportivo ha dei problemi lei chiama Houston, Washington o il Pentagono senza dover aspettare niente e nessuno. Eric Falzone attaccante dei New York Cosmos che si vanta della sua disparità avendo un piede più lungo dell’altro di tre numeri; Tony Meola portiere degli Usa a Italia ’90; Mikel Garikoitz Aspiazu, allenatore basco che teorizzava la lotta armata in campo e per questo la Fifa lo ha espulso per sempre dai campi, c’è tornato alternando la propria faccia con quella dei fratelli Marx, il suo preferito è Harpo. C’è il poeta russo Daniil Charms che ha preteso di giocare con il numero cento (100). C’è Ulrich Stielike  che voleva una vera famiglia.C’è Ana Marchetti ballerina di tango e pittrice, ci sono i ventuno (21) sosia di Elvis, le sette (7) sosia di Evita e le cinque (5) di Marylin, i quattro (4) di Michael Jackson, c’è uno (1) e uno (1) solo Joe DiMaggio, uno (1) e uno (1) solo Frank Sinatra e ci sono i tre (3) Kennedy, ci sono due (2) Martin Luther King di cui uno (1) buono anche per fare Obama, per Gandhi come sapete il Deportivo usa Philip Petit, due (2) Stalin che poi si occupano anche della sicurezza per ovvi motivi, uno (1) è stato anche olimpionico di boxe a Los Angeles, poi ci sono i trasformisti, gli acrobati, l’orchestra di Cochabamba, i cantori del Mississippi, le streghe del Mali, gli stregoni della Namibia, diciassette (17) minatori del Sulcis riciclati come capi ultrà, trentuno (31) ballerine di samba di cui tre (3) maschi, diciotto (18) nani di Capo Verde di cui sei (6) si dicono figli di Cesária Évora, cinquantaquattro (54) ippopotami di Pablo Escobar, e molto altro.

4.

Il detective JeanPatrick Manchette, si era interessato al mistero della Coppa Rimet da piccolo, attraverso un albo di Topolino che ne raccontava la storia, e da allora non si era più scollato, aveva sognato di indagare su quel furto, ritrovare la Rimet e ridarla ai bambini di allora e a quelli di oggi. Quando Ricardo Fangacio e Monica Barassi, si erano presentati nel suo studio a Parigi, non gli era sembrato vero, avrebbe lavorato anche gratis pur di restituire la Rimet al mondo, perché questo era lo scopo del Deportivo La Menzogna e ora anche di Manchette. Il suo era il terzo sogno che si allineava agli altri due, per questo Fangacio si fidava ciecamente di lui, nessuno mente al se stesso bambino. E le promesse dei giochi valgono più di quelle d’amore. E proprio per tenere fede a quel desiderio, con Annalena Laurin, hacker svedese, sua socia in molti lavori, erano riusciti a rintracciare tutti i rimbalzi da pallina di ping-pong che Fangacio aveva dovuto assecondare per mettersi in lista d’acquisto della Coppa. Avevano una geografia quasi perfetta del sistema, e persino un nome, che andava oltre procuratori e avvocati, spie e gangster, scommettitori e direttori di banche. Intanto, Il Deportivo La Menzogna era a Mosca, su richiesta di Putin si rifacevano partire dell’Urss con Ungheria, Cecoslovacchia, Romania (con un Hagi a fare da star fuori tempo). Ricardo Fangacio aveva ricevuto l’invito per l’incontro definitivo o quasi, a Zagabria in un uno studio dentistico, quello del dottore Luka Olić, ma Putin voleva che fosse in campo, così aveva deciso di mandare il piccolo Elvis (un nano sosia del cantante) con Monica all’incontro, tanto c’era Manchette a coprirli da lontano e poi li avrebbe raggiunti. Mentre un volo li portava da Mosca a Zagabria, il detective Manchette dopo diversi appostamenti e con l’aiuto di Antonio Guardascione il miglior ladro su piazza, a Zurigo con la copertura della lavanderia “Bella Napoli”, organizzavano il furto della Rimet chiamando l’operazione “Rose per Sivori” (dovuto a un amore del napoletano per il giocatore più sfuggente di un branco di capitoni). Putin, a cena con Ricardo Fangacio dopo Urss-Ungheria finita otto (8) a sei (6) gli spiegò che sapeva tutto del suo progetto, che ne condivideva in pieno i programmi, e che avrebbe voluto lui e il Deportivo per organizzare a cerimonia inaugurale dei mondiali 2018 a Mosca. Fangacio, stupito dalla conoscenza dettagliata del presidente si limitò a chiedere: «Il prezzo da pagare?» Putin, accennò un sorriso poi si accertò che nessun cameriere raggiungesse il loro tavolo e infine rispose: «Marketing, basterà dire che con il mio aiuto avete ritrovato la Coppa, il resto verrà da sé, milioni di bambini sapranno il mio nome». E quando prese a masticare il boccone di caviale che aveva aspettato come un profugo armeno al confine turco, a Fangacio sembrò umano. «Ma se sa dov’è la Coppa ha gli uomini e può prenderla perché ha bisogno di noi?» Chiese ingenuamente. «Perché voi siete il sogno», disse Putin. Il piano era pagare e nel frattempo farsi tracciare da Manchette e una volta avuta la Coppa denunciare il tutto con un conferenza stampa, ma l’ingresso di Putin cambiò le operazioni. L’altro piano – quello denominato Sivori – era rubare la Coppa che non poteva essere denunciata, e restituirla al mondo, risparmiando i dollari che chiedevano per averla. Fangacio cercò Monica Barassi, bisognava misurare il sogno con la realtà, e non uscirne a pezzi. In fondo avere la copertura dei servizi russi nell’operazione, risparmiare i soldi e guadagnarci anche la cerimonia inaugurale ci stava, sembrava davvero una ricompensa della Rimet. Disse al presidente che doveva avvisare la sua compagna in volo per Zagabria per l’ultimo contatto, lui fece capire che all’aeroporto potevano sistemare tutto, la Croazia era roba loro, e dal dentista risalire a mister Rimet, bastava un segno e ovviamente la Barassi e il piccolo Elvis sarebbero stati ospiti della grande Russia. Mancava Manchette e qui Putin, prima si complimentò per la scelta di un ex grande soldato dei servizi francesi poi lasciò intendere di potergli parlare. Fangacio ebbe l’impressione davvero di essere nella trama di un Topolino, tutto quello che inseguiva da anni si stava concretizzando con una facilità che spaventava. Ebbe bisogno di passare in rassegna tutte le piste morte, i campi battuti, le umiliazioni sopportate e la storia sovvertita, gli aerei presi e i piani per organizzare le rappresentazioni nel dettaglio, le cene assurde (non esclusa quella in corso), i giocatori illusi e quelli disincantati, tutte le contrattazioni, le assunzioni e le perdite, gli ambasciatori e le spogliarelliste, i discorsi assurdi che aveva recitato e quelli che aveva inventato al momento, gli occhi di Monica Barassi e il sorriso che avrebbe fatto la mattina della conferenza stampa con la Rimet. Poi guardò Putin e annui, lui tirò fuori dalla giacca un telefono in oro e chiamò Manchette parlandogli in russo, e quando chiuse, fece una espressione soddisfatta alla Oliver Hardy rientrando il mento nel collo. Poi fece un’altra chiamata, che Fangacio intese come l’avvio delle operazioni di recupero della Coppa. E prima aveva chiamato Zagabria, e gli aveva passato Barassi al telefono, come se fosse un padre. Lui spiegò in castigliano l’operazione e capì le sue perplessità ma non era il momento di litigare. Dopo quaranta (40) minuti esatti Putin ebbe la telefonata dell’avvenuto recupero, la Rimet tornava di tutti. Nemmeno il tempo di chiudere che al tavolo veniva servito champagne, e c’era il contratto per i mondiali 2018. Fangacio impugnò la grossa penna in oro massiccio e prima di firmare chiese: «Chi aveva la Coppa?» E Putin rigido come solo un russo: «Blatter».

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